ABBIAMO OSPITI – CULTURA: Taranta e Pizzica: in origine riti dionisiaci

Articolo di Susanna Sangiovanni   – Autore Ospite de La Lampadina

NL41 - tambu - ragno e tamburello tarantaIl ragno non lo sa. Pensa soltanto a mordere e poi se la svigna. Vigliacco. Furbastro, anche. Il suo morso scatena reazioni mille, movimenti pazzi, tremore, timore, terrore, va da sé che il mozzicato prende a scuotere il proprio corpo, come un pupazzo bucato, una marionetta senza fili, agitando braccia e poi gambe e ancora mani, polsi, occhi, testa, piedi, fremiti lunghi, continui. Dicesi “taranta”. All’inizio fu un rito dionisiaco, Dioniso per i greci, Bacco per i romani latini, dunque estasi divina e di vino, liberi tutti di sciogliersi tra i fumi dell’alcool e dello zucchero fino allo sfessamento, al consumo di energie, del fisico e della psiche.

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Il rito si trasformò in mito, quindi in ballo, danza, accompagnata da strumenti musicali, al centro di tutti il tamburello con il suo suono secco, ossessivo, ossessionante, drogato, come colpi sulla pelle e alla testa perché si perdano i sensi e il senso dell’essere e dell’esistere.

Il veleno del ragno è entrato in circolo, come un’endovena o una telefonata, scegliete voi, ha raggiunto l’utente desiderato che, improvvisamente, si desta, si alza, si contorce, si dimena, frulla l’aria, muovendosi prima come un automa e poi posseduto da se stesso, dal tamburello che ha preso il posto del ragno malefico ormai dileguatosi.

Taranta bella e sguaiata, da non confondersi con la pizzica che a lei somiglia ma ha significato, posture e contorni diversi. Là il ballo non ha limiti, salta, esplode, erutta; qui è un viaggio sensuale, prima lento, sinuoso, ambiguo, velenoso per prendere poi calore e colore, tra gonne che svolazzano, piedi nudi, lunghi capelli, sciolti, bagnati dall’aria sciroccata, fruste di sere eNL41 - tambu - serena-damat di notti di contrabbando.

Balli di follia, follie di ballo, liberazione più che libertà, anarchia più che indipendenza, desiderio più che voglia, passione violenta, l’importante è sfinire.

Pizzicati e tarantolati, comunque “altri e altrove” nello stesso momento, pronti a tutto prima di rientrare nel nulla, scatenati nel tulle di musiche mai melodiche, di suoni non meglio identificati come risulta essere il nostro corpo quando il ballo si esaurisce, spegnendosi nella canicola, stremato, come dopo una fuga felice, esaltante ed esaltata, senza vincitori, senza vinti.
La notte porterà pensieri. E, forse, parole. Il ragno sta dormendo.

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