LA LAMPADINA – RACCONTI: TNE

Isabella Confortini Hall

TNE

“Non so quanto tempo sia passato da quel delirante sonno al risveglio. Ho l’impressione di aver percepito qualcuno che mi dava da bere e non solo una volta. Tenevo gli occhi chiusi e solo avvertivo il fresco tonico che mi temperava l’arsura. Quando non potei più fare a meno di svegliarmi, era sera, una sera d’estate, ancora rossa in cielo.”

L’estate la ricordavo, i colori, il profumo delle belle di notte, le passeggiate a scendere dalla campagna al mare dopo cena.
Il profumo della sua pelle mi inebriava, i suoi capelli morbidi, agitati dal vento mentre i suoi occhi sottobosco mi guardavano con amore e desiderio…
Era l’ultima immagine che avevo conservato di lei prima di abbandonarmi all’oblio, al nulla, alla sospensione della mia vita.
Certo, mi ero ridestato d’estate, un luglio o un agosto, ma di quale anno?
Non avevo nemmeno il coraggio di chiederlo ai tecnici che valutavano i miei parametri vitali.
Ne avevo il diritto, ma me ne mancava il coraggio: la mia voce non usciva, rimbombava nella mente, come una pallina tirata con violenza sulle pareti di un campo da squash.

Sapevo che avevo perso tutto, comunque.

Il trattamento era stato, come per tutti i casi come il mio, il TNE, che stava per Tamquam Non Esset.
Quanto poco rispondente alla realtà, questo acronimo quasi ironico, ideato dalla mente burlona, crudele e un po’ sadica di uno degli inventori di questa pena.
Una punizione unica, creata appositamente per un solo crimine, il peggiore, per l’epoca in cui vivevo.

Ero nato e vissuto in un mondo che fu costretto a tornare al passato per sopravvivere e avanzare.

Nel 2080 la manipolazione genetica era arrivata a risultati eccezionali. La comunità scientifica, i governanti e la popolazione stessa avevano sposato la convinzione che il perfezionamento del DNA umano avrebbe comportato un’impennata del benessero sociale ed economico del pianeta intero.
Si erano scoperte le cause e le cure delle malattie più letali e modificando il codice genetico incompleto o danneggiato degli embrioni, nascevano bimbi sani, che mai avrebbero trasmesso malattie ereditarie e tantomeno ne avrebbero sofferto.

Si era andati oltre. Per evitare alle donne, e forse più ai nascituri, qualsiasi problema connesso con la gravidanza e il parto, gli ovuli fecondati dagli spermatozoi con un atto ancora “naturale”, venivano espiantati dalla donna, trasferiti in un ambiente artificiale che ricreava il grembo materno e per nove mesi crescevano monitorati, trasformandosi prima in embrioni, poi in feti e infine, dopo accuratissimi controlli ed interventi volti a perfezionare l’opera, in neonati sani, con uno standard di eccellenza garantito.

Quanti vantaggi per la comunità: meno spese per la salute pubblica, longevità assicurata, quasi un senso di onnipotenza permeava tutti, che ancora, comunque, rimanevano sottoposti, da comuni mortali quali erano, alla legge della fatalità e del caos.
Occorse molto tempo perchè i danni di queste scelte, che all’epoca sembravano illuminate, producessero i loro effetti.
Ne servirono 340, in realtà: nel 2420 decine e decine di generazioni si erano passate la staffetta, anche se più lentamente di quanto accadeva all’inizio del terzo millennio. Il ricambio generazionale era diventato infatti assai graduale. Ma non era questo ciò che colpì negativamente gli osservatori dell’epoca.
L’età media si era allungata, si viveva con più facilità e atarassia, seppur non godendo di una felicità più intensa, semmai solo più superficiale.
Il senso della maternità e della famiglia si erano ineluttabilmente allentati di molto.
I pasticcieri si limitavano a fornire gli ingredienti, che anche se non originariamente di ottima qualità, lo divenivano. Dopo un po’ di tempo, dal forno della creazione veniva servita loro una meravigliosa torta a forma di bimbo.
Era la loro creazione? No.
E il distacco dalla creatura, anche da parte materna, anno dopo anno, decennio dopo decennio, si faceva sempre più ampio, creando una spaccatura, un’abisso di indifferenza.

Ma nemmeno questo era il fatto che tanto sconvolse chi studiava statistiche e numeri di secolo in secolo.

Ciò che stupì fu la scoperta di una mancanza. Che a sua volta creava un’altro tipo di deficienza.
Mancava un elemento basico, vitale, tellurico. La difficoltà.

Il DNA umano aveva raggiunto livelli di semi perfezione, replicabile, di tipo standard.
E aveva generato il blocco dell’evoluzione della specie.

Non si rendevano più necessari colpi di genio e di creatività quasi sovraumana per risolvere situazioni critiche.
Un uomo non doveva più sopperire a deficit fisici o mentali utilizzando tutti i sensi a propria disposizione per trovare una via di uscita, nè era obbligato a impiegare il proprio spirito di adattamento e di sopravvivenza che in passato spesso gli era servito per scovare l’escamotage, la chiave di lettura di un intricato percorso logico, la soluzione del rebus.
Non c’era apprensione per nulla, il senso del pericolo non scatenava più l’adrenalina e il genio non guizzava, senza esser solleticato dall’impedimento e dalla necessità.
L’eccezione non trovava più spazio, dominava la regola. Se variazioni sul tema esistevano, erano di poco conto e totalmente sterili.

Come tornare indietro? Come riappropriarsi delle proprie radici, tagliate via a forza dall’utopia della perfezione?

Si cominciò con il distruggere il forno della creazione. E fu un processo duro, e di atroce sofferenza.

Le donne non sapevano più generare figli. Ne erano diventate incapaci. Il loro corpo non riusciva più ad ospitare la vita. Migliaia di tentativi andati perduti; un senso di impotenza dilagante. Proprio ciò che accadeva naturalmente e che ci aveva portato avanti nella corsa tra i secoli e le civiltà, ci aveva voltato le spalle, offeso dalla nostra ignoranza, e dalla superbia del nostro pensiero.

Ma, come una madre, aveva finito con il perdonare il proprio crudele diletto, e con lentezza, la stessa con la quale prima si moriva, si ricomiciò a nascere.

E come era prezioso quel figlio: con quali cure e timore e rispetto reverenziale si accudiva, allevava e si cresceva l’amato.

Che non era più perfetto. Non era più sottoposto in vitro all’eliminazione di tutti i suoi difetti genetici. Gli erano lasciati quelli che gli avrebbero consentito di vivere. E quando si fosse ammalato, sarebbe stato curato, con la medicina potente e salvifica che ormai era garantita a chiunque.

E quanto richiese tutto ciò? Alcune centinaia di anni, necessari al nostro DNA per dimenticare e imparare nuovamente. E a quel punto, cosa poteva esistere di più prezioso della vita? Vita creata, inseguita, concessa, risparmiata, guadagnata, data per scontata e poi riconquistata, protetta ad ogni costo e da chiunque.

E che rete di amore dilagava per il pianeta: filiale, materno e paterno, amicale, puro e disinteressato, passionale e primitivo, controllato e libero, possessivo, creato quotidianamente e demiurgo al tempo stesso.

Eravamo rinsaviti, si stringevano rapporti che duravano nel tempo, fedeli e al tempo stesso aperti, di amicizia, di lavoro, o di amore che fossero.

E io, sbagliai.

E nemmeno di errore forse posso parlare, perchè certo, agii d’istinto, ma anche la rabbia più forte ti permette di intravvedere il pericolo, la conseguenza della tua azione più scellerata o banale.

Ho frainteso, ma con tanta nitidezza da soffrirne fisicamente, con un’evidenza che mi sembrava talmente cristallina da non lasciarmi scelta. Il senso della vista mi ha ingannato, come spesso accade se non viene supportato dagli altri cinque e soprattutto perchè lo consideravo il più autorevole. Gelosia e fatalità hanno fatto il resto.

L’ho spinta, per allontanarla da me, non la volevo toccare, non volevo mi toccasse. Ma non ho visto il parapetto, perchè non c’era. Quando la mia mente ha realizzato, era tardi ormai.

In un mondo in cui il bene supremo è la vita, riconquistata a forza, quale mai può essere la pena per un omicidio? Certo non quella di morte. Sarebbe un controsenso in termini.

Cosa c’è di più doloroso della prigione, della limitazione della libertà, del vivere nel rimorso? La morte sarebbe solo liberazione…

C’è qualcosa di peggio: andarsene dal mondo caldo, conosciuto, pieno di affetti e conoscenze, rapporti e amicizie. Ma non per sempre. Solo fino a quando nel mondo che conosci non ci sarà più un solo amico con il quale parlare, un conoscente che ti saluta distrattamente, il  negoziante che senza che tu dica nulla ti porge ciò che lui sa tu desideri, il barista che saluti la mattina sorseggiando il tuo solito cappuccino, il cane che ti accoglie la sera, quando rincasi un po’ stanco ma soddisfatto della giornata.

TNE: come se non fosse accaduto nulla. Mi hanno addormentato, fino al giorno in cui il mio vissuto, il mio mondo, i miei riferimenti non avessero cessato di vivere e di esistere. Mi sono svegliato con la memoria intrisa di ricordi che però ora non hanno più alcuna relazione con ciò che vedo fuori dalla finestra della clinica.

Ci sono io, e sono solo. Sono l’unico legame che ho con questo mondo.

Io, e quello che ho fatto.

8 commenti per “LA LAMPADINA – RACCONTI: TNE

  1. Antonio Orifici
    5 luglio 2017 at 0:24

    Stavolta saro’ breve. Bravissima: il tuo racconto e’ intelligente, profondo e geniale. Steven Spielberg ti avrebbe assunta come aiuto-sceneggiatrice! Confessa hai collaborato alla prima stesura di 2001 Odissea nello Spazio…

  2. Sabina morì Ubaldini
    2 maggio 2016 at 15:38

    Non avevo ancora letto questo tuo racconto. Lo trovo stupendo. Fantasioso. Angosciante.
    Fa molto riflettere… Andare avanti o fermarsi nella ricerca?
    Chi può dirlo?
    Difficile fermarsi…

  3. Maria Grazia UMDL
    29 aprile 2016 at 20:33

    Cara Isa, che dirti? Brava!!! Il tuo racconto mi ha fatto pensare a “La possibilità di un’isola” di Houellebecq e alle agghiaccianti possibilità di aridità di un futuro che non vorremmo vedere. Mi e’ piaciuto lo stile e la fantasia… insomma, bello! Complimenti e un abbraccio.

  4. Flavia
    9 aprile 2016 at 12:31

    Isa, conoscevo la tua capacità di scrittura avendo avuto la fortuna di leggerti in altre occasioni ma questo scritto tocca nel profondo il mio animo un turbinio di emozioni, riflessioni, paure, speranze, insicurezze, fiducia, come è la vita, come deve essere la vita. Il racconto è potente per i contenuti per il messaggio all’unanimità e poi leggere e tradurre in immagini il testo è stato immediato. Come non vedere il risveglio dell’uomo in uno spazio ipertecnologico, luminoso, circondato da macchine potenti, schermi 3D che proiettano le immagini dei parametri vitali, fuori da quello spazio La VITA che prova a ritornare al suo senso più profondo nel quale, espiata la pena, l’uomo potrà provare a ricominciare. Grazie Isa per il tuo dono al prossimo racconto… TNE… Todos Nos Esperamos.

  5. Marina
    7 aprile 2016 at 23:05

    Cara Isa, ho letto il tuo racconto.
    Una, due, tre volte. E non perché non l’abbia capito ma di solito faccio così. Solo con ciò che mi sembra valga la pena. E poi, sono onesta, era tuo!
    Così, assaporo le parole, me le gusto, come un buon bicchiere di vino. Le scopro e le riscopro nelle letture che susseguono. E poi tutte insieme, con il loro ritmo, con loro posso creare una danza.
    Lo sai quanto mi piace scrivere. Per me la parola scritta è qualcosa di magico, di prezioso. Qualcosa dalla quale non ci si può più sottrarre. Rimane lì, per noi. Sembra che ci guardi. Con il suo significato, preciso. Provaci. Prova a fissare una parola scritta. Qualsiasi essa sia, anche quella che può sembrare banale. Improvvisamente acquista un immenso significato ed una certa importanza.
    Ed è per questo che non mi permetto mai, mai, di giudicare LO SCRITTO di alcuno. Posso valutare se ha attirato la mia attenzione, se mi ha trasmesso emozioni, se mi ha appassionato se rimane nella mia memoria, quella intellettiva. Ma sono tutti giudizi talmente personali. Legati anche a dei precisi momenti. Per cui mi limito a poter pensare “non fa per me”.
    E così farò con il tuo racconto. L’ho letto. E’ il tuo. E’ grande.
    E’ importante. E’ parte di un tuo momento di vita che adesso hai condiviso con noi. Ce lo hai regalato. Quindi grazie.
    Ecco, questa per me è la magia della scrittura.

  6. Giuseppe Fabbri
    5 aprile 2016 at 10:18

    Dirti geniale sarebbe riduttivo perchè in realtà il tuo scritto è una perla anche per come è scritto. Grande Isabelita! Vedi che ti portavi in grembo senza averne dato segnale alcuno. O, per restare in tema, eri ricorsa a qualche artificial rented brain prefecondato dal tuo genio nascosto?
    Grazie Isa per quest’ottimo uovo di Pasqua 2016 e per la bellissima sorpresa che esso racchiudeva. 🙂

  7. Beppe
    5 aprile 2016 at 9:04

    La fantascienza è sovente la ispiratrice del progresso tecnologico.
    (L’inventore del telefonino ha detto di avere avuto l’idea vedendo un episodio della saga di Star Trek)
    Per questo è Inquietante il “forno della creazione”!
    A margine delle discussioni circa la liceità della pratica dell’intero in affitto già oggi c’è qualcuno che inneggia agli studi per la realizzazione dell’ utero artificiale, il quale libererà – finalmente – la donna dalla penosa incombenza di portare in grembo i nascituri!
    E non è escluso che prima o poi ci si arrivi.
    Fecondazione eterologa, diagnosi pre-impianto, ingegneria genetica sono tutte questioni “attuali”

    Il tuo racconto è “ottimista” perché parla di un rinsavimento del genere umano – anche se dopo centinaia di anni.
    Io sono molto più scettico: non si torna indietro.
    Per legge fisica l’entropia – la misura del disordine – è sempre crescente.

    • Isabella Confortini Hall
      6 aprile 2016 at 1:12

      Caro Beppe, in effetti questo racconto è nato quattro anni fa, in un momento in cui non si parlava di fecondazione assistita o altro del genere più di tanto. E’ stato casuale lambire l’argomento perchè il problema me lo sono posto al contrario: se ora come ora è tanto facile nascere quanto morire, cosa poteva rendere la pena di morte uno strumento improponibile e incoerente? La difficoltà a nascere.

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