LA LAMPADINA – RACCONTI: I compagni di Ulisse

I COMPAGNI DI ULISSE

di Nino Pusateri

Chi

seguendo l’eroe – alzava le vele, salpava l’ancora e apriva nel mare la via alla concava nave spingendo con forza l’agile remo? Chi se non noi:

Io Euriloco, Polìte, Elpenore, Perimede e Antifo che gli fummo compagni? Molte cose imparammo da lui; non ho retincenze nel dirlo. Ma sul

come

si svolsero gli avvenimenti anch’io ho da dire la mia. C’è una gran confusione in proposito e non mi convince, narrando, quel modo di aprire altre storie dentro le storie. Va a finire che il raccconto si allarga ed episodi di mezzo prendono il luogo di quelli che stanno all’inizio e alla fine. Sicché i collegamenti risultan precari e i perché non più comprensibili. E,

dove

dirci queste cose tra noi se non, come avviene per la gente comune, negli intervalli, negli spazi che le grandi vicende lascian tra loro quando una è finita e l’altra deve ancora iniziare?

Così questi discorsi furon fatti, si può dire, tra un capitolo e l’altro del libro che narra il ritorno.

Durante il viaggio,

quando

Ulisse non c’era.

() () ()

Narraci,

Euriloco, l’ira funeste del Pelide Achille che infiniti addusse lutti agli Achei…

L’IRA DI ACHILLE

− E non mi parlate di Achille! A pensare che a motivo di una sua ripicca, la campagna di Troia, che potevamo concludere in pochi mesi, s’è protratta per anni, mi monta la collera! E se non fosse già morto, gli augurerei di raggiungere l’Ade al più presto!

−Sei indisponente Euriloco! Con te non si può mai riposare parlando e godendo delle gesta di guerra. Rovini sempre ogni cosa e riduci a beghe e a capricci, imprese gloriose.

Mi domando cosa racconteremo, ai giovani d’Itaca, una volta tornati. Mi fai stizza! Come quando mia moglie, la grassa Meonia, mentre io preparavo nei giorni della partenza armi e armatura, lustrando scudo e schinieri e affilando la spada, lei tramestando in cucina con piatti e bicchieri mi dava ai nervi con quel suo andare e venire, fino a farmi infuriare. Attorno i figli mi guardavan invidiosi così come gli altri ragazzi loro compagni, occhi sgranati, che allungando le mani s’eccitavan toccando, invece Meonia sembrava non s’accorgesse di niente fin quando giungeva al tavolo ingombro di ferro e di cuoio col suo strofinaccio sotto l’ascella e proseguendo nei suoi soliti gesti “è ora di preparare la mensa” diceva e con brevi parole liquidava amici e fanciulli sciogliendo l’incanto.

− Gira e rigira è sempre una storia Polìte. Tu ancora non vuoi capire che bisogna darsi da fare aprendo gli occhi su quello che accade e non star sempre a ripetere gesta e parole di altri. I tuoi ragazzi al ritorno – se un ritorno per noi ci sarà – saranno cresciuti e qualcosa avranno capito per loro conto, sicché dopo gli abbracci, i pianti e la gioia, sarà gioco forza prender con le parole una via.
Così tra i reduci ci sarà chi dal primo giorno vorrà per sé tutto l’ascolto e metterà insieme mille e più volte la sua piccola storia con quelle più grandi di cui si racconta e scoprendosi il fianco mostrerà la sua cicatrice di fronte a quelli che già l’hanno vista, sfinendo con gli stessi racconti amici e parenti.

Tra questi sei tu, Polìte. E quando sarete trattati via via con minore attenzione fino ad essere zittiti con toni un po’ bruschi non capirete e vi chiederete il motivo.

−Tu complichi tutto Euroloco. ma visto che si parlava di Achille dicci tu che cosa ne sai se meglio o di più!

− Senti Polìte, m’hai proprio annoiato.

−Ti ritrai allora? Parliamo di Achille invece! Cosa hai da dire contro di lui e perché?

− E me lo chiedi? Per Zeus non ho mai conosciuto uno più puntiglioso di lui. Capacissimo di offendersi per niente! bastava un accenno, un’occhiata che mandava tutto all’aria senza pensarci un momento. Una vera e propria iattura! Intrattabile dico. Quando arrivava mettiamo a una cena, a un convitto, ognuno si raccomandava agli dei che non gli toccassero argomenti sui quali era suscettibili – e lo si sapeva – perché sennò erano guai. L’anfitrione era quello che più stava in ansia ché l’ira di Achille era vigliacca. Lui, col suo modo gentile e leccato, di buone maniere, d’uomo elegante e di classe, insomma famoso, sembrava superiore a tutti gli eventi.

Ma era falso! Dentro era livido, scattava come una serpe e non era disposto a mollare nemmeno di un tanto! Del resto per chi gli stava vicino – ed erano in tanti – bastava guardarlo. Non aveva segreti malgrado il riserbo. Era uno che impallidiva, gli si tirava la pelle vicino agli occhi e il suo sorriso era fisso, gelido sulle labbra sottili.

Vendicativo, s’adirava nel fondo e per sempre. e non predonava, che sia maledetto! Con quel suo tono in falsetto guardava tutti alla lontana e di confidenze nemmeno a parlarne.

− Ma come fai a sapere queste cose?

− Un po’ le sapevano tutti. Tutti dico, quelli che gli stavan attorno non come te sempre al tuo posto, Polìte, al fianco d’Ulisse, seduto davanti alla tenda del Laerziade, sempre pronto a respirar i suoi ordini e a imporli, dopo, a noi con urla e minacce. E poi se proprio vuoi saperlo me l’intendevo con l’ancella del giovane Patroclo! Bel tipo anche quello!

Del fatto che il rinomato Pelide si fosse invaghito di lui s’era fatto una ragione di vita. Per lui, non certo discendente da lombi famosi, con dei o ninfe implicati, giovane bene un po’ svampito, non c’era altro e d’altro non di doveva parlare.

Pelide di qua, Pelide di là, oggi verrà, domani farà… nel suo padiglione nient’altro s’udiva. Figuriamoci Achille, presuntuoso com’era, andava in brodo di giuggiole, senza darlo a vedere s’intende. però come se lo curava quand’erano soli a banchetto. Gli accarezzava i riccioli belli e lo prendeva per mano e lo lisciava e gli diceva fai questo e fai quello e Patroclo pronto ubbidiva con mille moine. Erano i rari momenti in cui si poteva sentire la risata d’Achille: breve, quasi piangente che finiva un po’ in alto…

  • Ma esenti Euriloco, cosa mi fai i pettegolezzi? Noi tutti sappiamo del loro rapporto che era cosa nota e comune. che c’entra con le eroiche imprese che indubbiamente ci furono?
  • olìte,  sei proprio zuccone.  Mi chiedi che c’entra il giovane Patroclo con le eroiche imprese! E’ proprio incredibile. Quel che è bello di te è che fai vedere e toccare con mano che ci vuole più arte e impegno per non capire di quanto ne occorra per rendersi conto di quel che succede.Adesso apri le orecchie e prestami ascolto e non fare altro sforzo sennò sono guai.
    Ricordi il giorno in cui Achille, in pieno banchetto davanti a tutti maggiori tra i Greci,  s’era dovuto ingoiare il rospo di ceder Briseide?
    A lui di quell’ancella non gli importava un bel niente .                                                        La teneva più per decoro che per il piacere ché ad altro pensava. Ebbene cosa fece il grande guerriero? S’alzò forse in pieno festino rovesciando mense e bicchieri per sfidare il rivale orgoglioso?
    Ovvero con gesto maestoso mise fine alla contesa meschina pronunciando  onorate parole?
    Tutt ‘altro! Fu un fiume d’insulti, una gara a chi gridava di più: sembrava di star al mercato,  e lui primeggiava con quella sua voce sottile in cui l’ira compressa che non riusciva a sfogare gli ballava giù in gola. Vi assicuro che fu una scena senza precedenti: chi a far finta di  niente, continuando a mangiare; altri a riprender discorsi, di sottecchio lanciando sguardi or all’uno or all’altro dei  due;  qualcuno a metter pace con tono grave, mentre a tutti, scoppiava in petto la voglia di ridere, diventando paonazzi.
    Finché lui il pié veloce preso elmo e mantello con passetti studiati e di fretta uscì nella notte.
    E dove, dove recarsi se non in riva al mare a invocare la mamma, Tetide piedi d’argento, che sempre pronta al richiamo del figlio giungeva grondante coprendolo di tenerezze e di dolci ca­rezze,  rassicurandolo del suo efficace intervento presso le sfere supreme e sostenendolo senza ascoltare diverse ragioni, al di sopra dei destini degli altri mortali.Da quel giorno cominciarono lunghi anni per tutti gli Achei. E’ vero o non è così?
    Invano t ‘affanni o Polite a cercare superiori motivi alle azioni dei grandi o a scrutar negli eventi segrete ragioni che tu non puoi cogliere come fossi diverso: un altro tipo di uomo. Questo ci f anno intendere! E ciascuno, per stupida inerzia, non vuol capire e avalla e tramanda. Non così fa il più accorto di tutti, lo scaltro Odisseo. Lui sì che ha compreso quali sono i fili che formano il disegno dell’uomo. E’ tutta qui quella che chiamano astuzia. A differenza di chi pensa a chissà quali sortilegi, potenze e decreti, lui sa che gli uomini, qualsivoglia sia il posto che occupano nella città, sono attratti e sospinti da cose personali e comuni e che anzi, a volte, più ovvi e grossolani sono i moventi, più facile è che si vestan di panni sontuosi.
    E non parlo a caso, che molto ci sarebbe da dir e su queste vicende di Troia. Ma questo soltanto, adesso ti dico: non cercare in Olimpo le cause di quanto avviene sui campi e nelle città dei mortali ma agli uomini sempre ritorna e alle passioni,  che i discorsi e le gesta da essi provengono e da quelle son mosse.-  Sei bravo con i discorsi Euriloco, non lo nego, ma i fatti son sempre i fatti e non li cambiano le tue parole.- I fatti tu dici? Certo son sempre quelli ma anche i fatti, mio caro, non sono così grandi e squadrati come appaion da lungi, che pure le mura di Troia han feritoie e passaggi.- Senti, Euriloco, ho l’impressione che tu stia girando attorno a qualcosa. Ne fai cenno e poi non prosegui. Parli di Patroclo, di Achille, dell’accorto Odisseo ma cosa vuoi dirci a noi non è chiaro.- Bel colpo Polìte! Cominci a fare progressi. Hai ragione. C’è qualcosa che ho da dire al riguardo. Qualcosa che con loro proprio ha a che fare. E se ho qualche ritegno è perchè bisogna essere cauti su queste storie, soprattutto perché c’è già una versione ufficiale e noi che ancora non siamo sciolti da queste catene, usciti da queste vicende, testimoni ne fummo e un uomo seguiamo che tra tutti coloro che ne sanno qualcosa è ·quello che più ne conserva ed è da temere.Ma se vuoi io parlerò per dirti, a conferma di quello che prima ho già detto, che proprio Patroclo fu la pedina di tutta la guerra.Per questo di lui ho parlato. E questa pedina qualcuno ha mosso sapendo che era l’unico modo per sbloccare le cose che volgevano a danno di tutti gli Achei.Della morte di Patroclo molto si è detto e molto è oscuro. Lo stesso Achille pur nella foga dell’intrattenibile ira, qualche accenno fugace ebbe; non dagli uomini, certo, i quali pur avendo parola di questa si servono per nascondere il vero,  bensì dai cavalli avuti dal padr, che interrogò e Xanto rispose senza mentire che ad Ettore il vanto era dato ma  che altrove bisognava  cercare se si voleva sapere. Altrove, ma  non c’era tempo per il focoso Felide che straripava dopo tanto freno e che in preda a passione d’amore e di morte non più ra gionava sentendo oramai avvicinarsi il destino, bramoso soltanto di raggiungere l’amico amatissimo. A lui, in quell’ora, non importava più capire o sapere ma vivere per morire.
    Chi avrebbe mai osato fermarlo sussurrando al suo orecchio una voce? Non di sé, né del vero o della ragione delle cose oramai più gli importava.
    E’ qui che davvero il Pelide fu grande. Un uomo capace di tutti gli eventi, dominatore di ogni destino perché il suo ormai aveva scelto. Non più invocazioni alla madre, non più silenzi nervosi ma ira, ira soltanto, come violenza sul mondo e su tutto: fossero uomini forti o fanciulli, uno o cento, di fronte o di fianco, prodi o vigliacchi, il suo braccio li avrebbe raggiunti. L’attesa per noi era finita.
    E così la strage fu senza rimedio e inarrestabile come lava che scende possente dalla cava montagna e tutto di rosso colora, il giorno e la notte. Non ci fu tregua né luogo sicuro, né acque di fiume che potevano spegnere quel fuoco di sangue che tutto coprì con furia incessante. Nessuno dimentica quello che ha visto e noi tutti vedemmo. Atterriti e coinvolti colpimmo il corpo di Ettore ucciso che lui poi trascinò fino al carro, a questo legandolo forandogli i piedi: e dopo con gioia sfrenata, sferzati i cavalli alla corsa, per tutto il campo volò e fu strazio infinito.
    Furono ore? Giorni? Chi più si ricorda. In quel bagno di sangue tutti noi fummo immersi senza memoria del tempo tra carni fumanti e roghi ardenti, il massacro fu immane.
    Non s’era visto niente d’uguale nella storia dei Greci. La furia di Achille era sopra di tutto e anche di noi e ci trascinò dove voleva; finita la pugna, in gare, banchetti e orge apparecchiando la scena del funerale.Grande fu Achille, feroce in ogni suo gesto e implacabile. Dinnanzi alla pira di Patroclo lo vedemmo tagliarsi la bionda chioma che si lasciava crescer fluente per deporla sul letto di morte su cui miele e olio versò dalle anfore colme. Ricoprì il cadavere da testa a piedi col grasso di pecore e dei buoi corna ricurve che lui stesso aveva sgozzati. E lì, con mano ferma, trucidò, uno alla volta con l’arma di bronzo, dodici figli dei coraggiosi troiani e insieme ai cani squartati li ammassò sulla catasta ormai pronta.
    Alla fine fuoco lanciò sulla legna ammucchiata perché tutto bruciasse.                   Silenzio ci fu nel campo dei Greci e sgomento avvolse le mura di Troia senza più lacrime.
    Soltanto lui il Pelide piangeva invocando l’amico. E il suo lamento era infinito e buia la sua voce che veniva da lontane regioni. Allora capimmo la forza e il coraggio di Achille e chi era il Pelide, che dinnanzi a tutti fu svelato il suo cuore. Noi tutti vedemmo e ci fu un brivido freddo, una luce come un bagliore di notte tosto inghiottito dalla tenebra oscura della nostra coscienza. Su tutti passò quella lama che ogni legame recise tra noi e l’eroe lasciandolo solo, ormai in preda al destino.
    Noi, invece, dovevamo vivere ancora e per vivere bisogna tacere.
    Così nessuno di noi più pose domande e nessuno rivolse i suoi occhi verso Odisseo a chiedergli chi aveva spinto il giovane amatissimo Patroclo verso le Chere.
    Probabilmente i Troiani eran gente dabbene e per questo, forse, si astennero dal fare commenti sull’episodio tanto famoso del cavallo di legno.
    Vero è che di loro non furono in molti a salvarsi dal fiume dei Greci  che invase Ilio di notte tutti uccidendo al passaggio  di quanti portavano il nome di Teucri.
    Infatti, soltanto in pochi furono salvi.  E tra questi citar testimoni degni di fede non è affare sicuro. Mi riferisco a quel tale che approdò a Roma, nel Lazio, con un po’ d’ombre al passato di cui pre­feriva tacere, mpegnato com’era a distribuir la sua immagine con il padre sopra le spalle per farsi un futuro più decoroso. E alla bellissima donna che per le alterne e complesse vicende,  in ogni caso, aveva interesse a sostenere il racconto dei vincitori, peraltro, non senza velata ironia.

IL CAVALLO DI LEGNO

Storie, racconti, canti intorno alle mense … son tutte parole, come foglie di rami pendenti che nascondono il tronco. Così per la conquista di Troia: mille vicende, imprese d’eroi, raggiri, concili dei numi, battaglie, morti e altro ancora ma come Ilio cedette, questo rimane in ombra, nascosto, lontano, non raccontato.

  • Nascosto? Non raccontato? E il cavallo di legno? Lo stratagem­ma famoso fra quant ‘altri mai che tutti, ogni volta, sorprende come per primi accadde ai Troiani?
  • ll cavallo, tu dici, Polite?  Certo, nella pianura di Troia cavalli lasciammo, ma vivi, di carne e ossa che sulle navi non potevamo portarne e ad Argo ne avremmo trovati che ne allevan infiniti.
    Una cosa soltanto è sicura al riguardo: un inganno ci fu. Ma quale e di chi e perché non è dato sapere. Le storie si intrecciano e le voci son tante su di una vicenda della quale siamo edotti senza avervi partecipato.
    Io so che il decreto giunse improvviso: partire, togliere il campo,  abbandonare l’assedio,  tornare in patria. Quella notizia poneva fine al nostro esilio ma non sapevamo da dove veniva e peché proprio in quel giorno.
    La guerra, era, come sempre, alterna e il nostro scopo ancora chiuso dentro le mura di Ilio turrita.
    Ubbidimmo tacendo, compiendo i gesti che eran dovuti ma nel cuore il dubbio portando, poi confermato, che non soltanto per i Troiani era pronto l’inganno ma anche per noi, tra i Greci, che partivamo nel giorno in cui tutto doveva avvenire.
    Quel viaggio fu strano. Allontanandoci  vedemmo  alzarsi in nuvola densa il fumo degli  accampamenti  che bruciavano piano,  eppure nessuno era certo se stava per finire una storia o per cominciare.
    Le navi si mossero lente in quel giorno senza vento e noi remando dentro il fasciame non sapevamo qual’era la direzione che sta­vamo prendendo.
    I comandi giungevano tardi e nessun grido ci spronò a forzare la spinta sul maneggevole remo.
    Superammo il promontorio e poi avvenne quel ch’era nell’aria, qualcuno ordinò di fermarci e di buttar l’ancora in fondo.
    Nel golfo, ampio specchio di mare, come folaghe tra le onde, le navi prua azzurra si dondolavano; e non c’erano voci ma soltanto domande pensate in silenzio.
    All’alba eravamo partiti e fin oltre il tramonto attendemmo. Le ore trascorsero lente. Fermi sui banchi ci passammo la brocca dell’acqua e consumammo, seduti, un pasto frugale. Nessuno chiedeva nulla al compagno e in quel silenzio i più  giovani chini sulle ginocchia, accovacciati, dormirono. Chi era rimasto di noi in terra di Troia?
    Notte venne dal cielo, senza lume di luna e dalla terra giungeva  soltanto una brezza leggera. Il segnale era segnato nell’ora che doveva arrivare e così fu che senza un grido, un all’erta o un fischio che da una nave all’altra giungesse sentimmo scorrere le gomene sui fianchi delle concave navi e lentamente senza il tramestio che é compagno delle partenze riprendemmo da soli senza comandi il movimento del remo, tutti sapendo del ritorno alle mura di Troia.
    Cos’era accaduto in quelle ore che non fosse stato possibile nei lunghi anni d’assedio?
  • Ma smettila Euriloco con questo tuo tono. Dopotutto noi fummo informati di quel che era accaduto e della trovata d’Epéo e del ruolo d Ulisse e degli altri eroi, che con lui eran rimasti nel ventre di faggio e del piano ordito con cura e astuzia per aprire le porte di Troia.
  • Polìte, la tua balordaggine è un pozzo che non ha fondo e non saprei proprio dire se ti rendo un servizio a incoraggiarti a colmarlo. Una cosa soltanto io ti domando. Hai mai conquistato una donna senza che lei lo volesse?
  • Cosa c’entrerà mai questo con Troia?
  • Rispondimi.
  • No lo confesso.
  • Bene. Allora pensa anon chiedere altre spiegazioni che tu non sai dare; che soltanto menzogne ti offrono i furbi e ragioni senza alcun fondamento coloro che come te sono ignoranti. Donne son le città e gli eserciti uomini che attratti dalle loro ricchezze bramano di possederle e non pensano ad altro.Rifletti ora su di una  cosa che è stata sempre evidente e perciò trascurata. Questa guerra di cui le generazioni future, tra tutte le guerre, conserveranno il ricordo, per una donna si è fatta. Molti nascondono questa evidenza con un rossore quasi di pudica vergogna e insisteranno a non farne parola! Si sa ma non s’insiste e si parla d’altro e di altri e, intanto, tutto ruota sul perno di cui non si parla.
  • E allora?
  • E allora. Allora, quella guerra, Elena ebbe all’inizio ed Elena doveva avere alla fine.
    Immagina un po’, prova a sforzarti, non ci vuole poi molta malizia per capire come siano andate realmente le cose.
    Elena il primo colpo l’aveva avuto all’arrivo. La corte di Priamo, con tutti quei figli e mogli dei figli e figli dei figli era una città nella città. E lei, vana com’era, tutta rapita dalla gloria della bellezza vedeva il suo mito svanire. C’era troppo da fare ogni giorno e troppa gente che pensava a se stessa.
    Elena sì era bella,  niente da dire, nessuno lo stava a negare ma da qui a prestarle l’omaggio costante e a rimanere incantati al suo apparire ne correva un bel pezzo! Di mogli, dei figli di Priamo, ce n’erano tante; e che donne! Tutte agguerrite che avevanofigli ai quali badare e alla casa e ai mariti! Altro che sguardi ammirati! Ogni giorno le arrivavano occhiate da strappare la pelle!
    Gli uomini sì, certo, mandavan messaggi diversi ma di sguincio che ancora un po’ e diventavano strabici a forza di guardare lei senza perder di vista le mogli.
    Per un po’ s’era spassata, non dico di no, a far becco quel Paride che vagava sempre deluso, un po’ fuori posto e com la testa persa chissà in quali pensieri. E aveva provato un certo gusto, un sapore di frutto proibito a fare all’amore di fretta, a sentirsi presa alle spalle dalle mani forti di Ettore nell’angolo buio di un passaggio o quando, con la scusa di farle tendere l’arco, l’avvolgeva con le braccia robuste appoggiate alle sue e spingeva duro mentre lei resisteva alla spinta, ferma sul posto con un vago sorriso sulle labbra. Ma erano giochi da poco. Come a mensa quando Enea strusciava la gamba alla sua e non si staccava, continuando a parlare in tono consueto. Erano giochi da poco e per brevi intervalli del giorno. Le notti, invece, erano lunghe con Paride senza voglie e sempre svagato.
    Stanca, annoiata e mal vista ormai meditava la fuga da quella gabbia in cui gli spazi s’eran fatti ristretti e sempre uguali. Coi Greci sempre alle porte, in agguato che non si riusciva nemmeno a creare occasioni nei boschi vicini o in riva al mare tra gli scogli dell’ampia spiaggia.
    E’ qui che Ulisse fu astuto due volte. La prima perchè capì che per essere conquistata, Elena doveva non poter più resistere dentro le mura – e questo avvenne con la morte dell’unico amico che lei a Pergamo aveva: Ettore, ucciso per mano di Achille.
    E inoltre perchè comprese che per farla decidere occorreva costringerla.
    E’ qui che siamo giunti, Polìte, dove le strade s’incrociano. La corte o l’attacco, come tu vuoi chiamarlo, può durare un momento o un tempo non precisato e allora è l’assedio: il pretendente dorme fuori la porta e passa le notti all’addiaccio invocando l’amata.
    A questo punto la situazione è data e non muta. E il nostro assedio dieci anni durò. Per farla cambiare occorre fare un’unica mossa. Una sola. Per il resto assalti, preghiere, doni, insidie o lamenti, non servono a niente. E la mossa è semplice e ovvia: preparar la partenza! Far finta, s’intende; ma con decisione e fino in fondo, che pur la mezogna richiede, così come tutte le cose che si fanno sapendo, coraggio e fermezza.
    Questo è tutto, mio caro, su chi ai Greci aprì le porte di Troia.
    Ora metti insieme  queste cose che riguardano Elena a confronto con il cavallo di legno e, se vuoi, dondola ancora come i bambini su quel loro trastullo.

() () ()

A volte il viaggio ha soste pur se prosegue. Così come il giorno che ha ore in cui il lavoro si ferma o come la notte che ha zone in cui i pensieri prendono forma.
Desideri, speranze, memorie e rimpianti son le figlie di questi spazi in cui il tempo è per l’uomo, che l’usa per sé e, a volte, ne parla o ne sogna.

Dopo, si sa, l’ora riprende e l’opera richiede altra cura ma non è detto che quanto in quei brevi intervalli è accaduto, non abbia un futuro.

ELPENORE

  • Quanto può durare?
  • Non lo so.
  • E’ una breve risposta la tua Euriloco.
  • E’ onesta.
  • Già. Pensi  che Odisseo ne sappia di più?
  • Non credo.
  • Lui vuole tornare.
  • Così dice. Intanto percorriamo da anni il mare, vie infinite, senza trovare la rotta per Itaca.
  • Siamo legati  al suo destino.
  • Non mi piace.
  • L’abbiamo voluto. Ormai  è  così.
  • Nulla ci vieta di decidere altrimenti.
  • Ma dove andremmo e cosa faremmo senza di lui! Non dimenticare che ci ha salvati da situazioni per i più senza uscita e da altre indecorose.
  • Aveva bisogno di noi.
  • Tu vedi le cose sempre da un lato.
  • Accade.
  • Dovresti renderti conto che ci sono altri punti di vista.
  • Storie.
  • Insomma cosa proponi di fare?
  • Abbandonarlo. Che segua il suo destino e noi il nostro.
  • Quale?
  • Te lo dirò. Intanto parliamo con gli altri.
  • Ecco Perimède che ha passato il suo turno. Cosa fa Odisseo?
  • Nulla. Siede in silenzio sui banchi di prora. E voi non  dormite? Fuori la notte è serena, nel cielo le figlie d’Atlante splendon distinte e il mare respira tranquillo. Non è caro a voi  riposare dopo le mille imprese del nostro viaggio e  sorridendo cedere al sonno portando ancora nell’ultima luce degli occhi la splendente chioma di Circe e le forme sinuose delle sue ancelle? Cos’é che vi turba? Sei tu Euriloco sempre inquieto! Pensi a Elpènore, vero? Rassegnati. La nave prua azzurra corre sul mare. Altri porti ci attendono.
  • Tu mi dici d’attendere ad altre cure, di rassegnarmi lanciando il mio cuore e il mio sguardo in avanti oltre l’ostacolo verso il futuro? Sei sciocco Perimède e anche tu preso dal miraggio d’Ulisse.
    Non inseguo miraggi io non vivo d’attese nè di rinvii, nessuno m’aspetta, nessun debito devo pagare nè ho da riprender possesso di beni, né da compier giustizia. Per me la realtà siete voi. E’ il presente. Non devo mantenere promesse né conquistare altri lidi. Troppo a lungo è durato il viaggio. Tutto quello che ho è qui o non è e mi basta per decidere se vale la pena di vivere.
    Siamo rimasti in pochi, Perimède. Ricordi quanti eravamo alla partenza? O già hai scordato le loro sembianze, le loro voci e hai abbandonato le speranze che erano anche le nostre o le hai ristrette sempre più, sempre di più in un numero esigio purchè non ti tocchi lasciare le tue? Speri tu forse che sarai risparmiato? Che a te non tocchi? Credi ancora alla sorte. Accidentali sono chiamate dagli uomini molte delle  cose che accadono sempre per tralasciarle e non essere costretti a pensare. Non è così per me. E nemmeno per te lo sai. Ci sono colloqui tra noi mai raccontati, tenuti in segreto per anni in mezzo a più importanti e rumorose vicende eppure a quelle non inferiori per animo e forza. Così tra me ed Elpènore morto nell’isola della maga bei  riccioli ci furon parole e abbracci a lenire la solitudine. Ma per lui non bastava. Non placava il suo strazio la mensa copiosa di Circe né le dolci carezze delle sue ancelle. cadde dal terrazzo  dove  giaceva, ebbro di vino e di mente, cadde e morì nel suo sangue che pure l’arida terra sempre vorace sembrò rifiutare mostrando con colore indelebile ai nostri occhi sgomenti la nostra vita straniera.
    E lui, lui il glorioso Odisseo che per anni aveva aspettato godendo il letto di Circe, l’abbandonò insepolto che ormai altro orizzonte s’apriva al suo cuore.
    Voi dite che ha cura di noi, che ci ama, che ci ha salvati. Eppure nemmeno la pietà di una fossa ha avuto per lui; il tempo non c’era per coprirlo, per alzare, a segno del suo passaggio, un breve tumulo su cui infiggere il remo. No, per Elpènore non c’era tempo. Bisognava partire in quell’ora che era uguale alle altre. Cos’era per lui il giovane Elpènore? Un braccio e non molto gagliardo e le sue parole spesso infantili. Per me era tutto, tutto quello che ora in questo tempo che insieme viviamo, né prima né dopo, m’era nato nel cuore e viveva con me.
    Chi siamo per lui compagni? Niente di più che non sia l’agile nave.
    La inseguono i venti, la sbattano i flutti spaccandone l’albero aprendone i fianchi sarà  necessario porvi rimedio nel tempo più breve, riparare con altro legname i danni subiti finché salendo la furia del mare rabbioso scagliandola in alto e frangendola su rupi taglienti, ormai più non governabile, frantumata la prora e i lunghi remi spezzati è abbandonata, non più costruibile. E dopo? Ciascuno di noi lo sa bene, il mare si placa, Austro e Maestro soffiano altrove e l’onda ormai mite trasporta su rive serene e assolate assi, fasciame, tronchi spezzati… 
  • Euriloco basta! Rinserra tra i denti la lingua e placa il tuo cuore e il nostro ormai uniti dallo stesso dolore. Non vedi che lacrime giungono agli occhi di tutti e le mani gli uni a gli altri appoggiamo alle spalle. Troppo silenzio c’è stato per noi in questo viaggio.
    Parla! Dicci ora di noi e d’Ulisse!
  • Per lui esiste il ritorno, che voglia o no, che decida di fermarsi che incappato in un laccio, con raggiri, cerchi la fuga.
    Per noi esiste il viaggio, il mare strade infinite: scegliamone una! Alla prima occasione insieme e senza di lui.

() () ()

 

Su quella vicenda delle Sirene e del canto molte cose son da chiarire. Le uniche versioni di cui disponiamo, in fondo si riducono a una soltanto: quella di Ulisse.

LE SIRENE

Ci sono luoghi nel mare che peraltro par non ne abbia. Secche, incroci dei venti, colori intensi dell’acqua, correnti che scorron veloci, profondità insondabili e gorghi. Opacità, trasparenze incredibili, fondali ondulati di sabbia, altri fluttuanti di alghe e altri ancora irti di aspre corone che affiorano dove l’onda spumeggia e i cormorani riposano.

Dov ‘era quel luogo del mare dove un giorno passammo?

Chi di noi può ritrovarlo? Quali fragori lo preannunciavano? Quali stridii di gabbiani l’attraversavano?

Mai lo sapremo ché sordi passammo per quelle acque che avevano voce. Il perché non vi ha sfiorato nemmeno. Un dubbio, una domanda non v’è passata negli occhi. A me quel passaggio mi ha spaccato in due il petto dividendomi il cuore.

Come fu premuroso per ciascuno Odisseo, con quanta cura si assicurò che la morbida cera penetrando fino in fondo poi coprisse l’orecchio in modo che tutti, noi dico, non lui, non ascoltassimo.
Come fu pronto a trovare il rimedio per noi e come gli fu naturale escogitare per sé diverso sistema per sfuggire il pericolo.
Certo c’eran ragioni precise lì per lì tutte plausibili. Certo indipendenti dalla sua volontà. Insomm a quelle che la situazione di per sé richiedeva e che lui proponeva così come avrebbe fatto chiunque al suo posto non perché era lui che le pensava.
Così fu. E noi lo vedemmo per ore legato all’albero grande in mezzo alla nave. Poi, d’improvviso, sbarrando gli occhi, restar senza fiato e agitarsi come non mai. Serrò i pugni con forza indicibile e scuotendosi tutto con movimenti convulsi del corpo cercava di sciogliersi pure con i denti. Ma i nodi erano i nostri, di marinai, fermi e sicuri e le cime robuste allo sforzo. Tesi a spaccare la pelle i suoi muscoli pareva dovessero far scoppiare le vene del collo.
Cedette. E il suo sguardo era perso e feroce.
Chi non ricorda mentre chini sui banchi a noi tiravamo l’agile remo con forza inaudita spingendo veloce la nave oltre il suono che non udivamo?
Noi questo soltanto vedemmo non le Sirene.
Ne’ se ci fu canto o ci furon parole e quali, potremo mai dire.

() () ()

Non è possibile, in breve, mnarrare tutte le complesse vicende e le infinite ragioni che il suo cuore filtrò una auna e che lo condussero, d’Euriloco parlo, a disubbidire al comando di Ulisse spingendo gli altri compagni a godere le carni copiose delle vacche sacre al dio Sole.

LE VACCHE DEL SOLE

Io so che Odisseo ora tramanda una sua versione dei fatti a me imputando il disastro e la morte di tutti i compagni.
Abile è il Laerziade a legare gli eventi con sottili discorsi e il suo racconto ha un prima e un dopo cosicché l’attesa di chi ascolta, di coloro che aspettan da altri risposte e non viaggiano mai, è soddisfatta.
E’ vero, fui io a chieder la sosta nella terra del sole; fui io a incitare i compagni a uccider le mandrie: sì, fui io che tradussi a parole quello che i loro occhi  dicevano  e  il loro cuore bramava.

Le vacche erano sempre davanti a noi.  Grasse e splendenti nei giorni ventosi che seguirono il nostro sbarco nell’isola del Sire lperione.
Sembravano immobili e, come consapevoli della protezione divina, ostentavano fianchi opimi agli occhi di noi affranti, muti e senza speranze.

Noi in quell’isola eravamo come relitti che il mare, passata la furia, abbandona su spiagge lontane, ricordo di navi o di boschi, deboli segni di viaggi e di altre dimore.

C’eravamo soltanto noi e loro in quell’isola mentre Noto violento si abbatteva incessante e il fragore del mare non ci abbandonava un momento.

I giorni si susseguivano uguali e le poche provviste si esaurirono presto; soltanto acqua avevamo negli orci. Fu allora che, assente Odisseo, decisi per tutti senza esitare.

Non m’indugio sulla festa che avvenne, sui preparativi, sull’allegria per quel pasto copioso offerto senza lotta né caccia.

Da quel giorno,  per giorni infiniti, l’isola fu l’ara del sacrificio che gli uomini offrivano agli uomini ridendo felici. L’odore delle carni che si arrostivano al fuoco si sparse nell’aria inondando anche il mare del profumo delle erbe aromatiche.

In quell’ora Ulisse non c’era. Quando tornò, imprecando, ci maledisse e ci accusò rivolgendosi al cielo. Noi lo guardammo in silenzio. Ora anche noi sapevamo quel che doveva avvenire: avevamo scelto, noi, non i mutevoli dei. Le sue minacce, le prot este, le accuse ci parvero vane. Nessuno gli chiese dov’era e perché si fosse assentato proprio qundo non più astuzie o parole ma cibo occorreva.
Da allora per sei giorni mangiammo affondando le mani ogni volta e staccando succulenti bocconi. Mai carni c’eran parse così leggere e gustose tra i denti. Ne mangiammo parti infinite e pareva non si dovessero mai esaurire. Ne mangiammo oltre la fame e il bisogno, per il piacere e il desiderio, per le paure e la solitudine, per l’angoscia e le sventure, libando con acqua come in un rito d’inizio mentre il calore del fuoco ci copriva le spalle come un manto regale e la forza ci saliva da dentro rendendo spledenti gli sguardi.
Nessuno di noi fu misero, abbandonato o solo, in quei giorni ci sentimmo vivere, noi dico e non i nostri racconti o il nostro futuro.
Poi la furia del vento implacabile cadde e il mare ci apparve come una strada sicura.
Non furon le vacche a segnare la nostra sorte né gli immortali a decider per noi. Noi tutti di questo avevamo certezza quando spingemmo la nave nel mare. Anche Ulisse sapeva e ci seguì ché non gli mancava il coraggio per affrontare il destino.

“… caddero fuori i compagni,

ecome cornacchie in giro alla nave nera

furon preda dell’onda: il dio negò loro il ritorno!”

                                              OD. XII, 417-419

IL NAUFRAGIO

lo ricordo quel mare e quell’ora come presente in ogni momento del tempo che d’allora attraverso.
Quali pensieri  pensammo  in silenzio mentre la nave nera s’apriva il passaggio nel mare?  Forse nessuno o forse quello impossibile di fare ritorno . Ci sono ore in cui non accade nulla e altre in cui sai che può succedere tutto e vivi d’attesa.
Io guardavo i compagni, le mani nodose serrate sulle sartie e sul bordo dell’agile scafo. Gli spruzzi dell’onda ci giungevano in faccia rabbiosi sulle ciglia e sulle labbra che non dicevano parole.
Dimenticarli? Cancellare la mia memoria? Nei miei occhi quella immagine è incisa come su pietre immobili.
Vorrei che per te che scorri queste righe  – se mai ci sarà chi le leggerà  – quei luoghi non giungessero mai. Anche se per te, come per loro e un giorno per tutti, sarà gioco forza arrivarci.
Godi, come ora conviene, amico, ampie giornate di sole, le donne, i canti e il vino, colore del sangue, ondeggiante nella ciotola colma. Nel momento in cui la vita trabocca non risparmiarla ché anche la morte straripa e non finisce mai.
Il cielo si fece cupo e denso di nubi, livido il mare. Il vento che prima gonfiava le vele ora a raffiche colpiva improvviso e crescendo alzava le onde e piegava la nave.
Tutto avvenne di schianto, in un momento e per sempre, come un distacco, una partenza e un addio. La bufera spezzò l’albero che cadde uccidendo il pilota davanti ai miei occhi spezzandogli tutte le ossa e con sé trascinò uomini e cose nel mare in tempesta. La nave, colpita da folgore girò su se stessa.

Ulisse lo vidi per l’ultima volta rotolare sbattuto su e giù per la nave. Poi non ricordo più nulla trascinato com’ero da onde violente: soltanto mare avevo negli occhi. Mi trovai su una spiaggia nulla sapendo di me e dei compagni…
Ora cammino per terre arse di sole e non parlo. Mi vedono,  gli abitanti e mi sfuggono.      Rubo qualcosa, altro mi danno per farmi andar via. Nessuno vuole ascoltar la mia storia né mi pone domande.  Mi urlano addosso parole che io non intendo, straniere.
Chi cerco o che cosa non so: me stesso, qualcuno dei compagni o forse Ulisse? rima era lui, si, che cercavo per l’odio che covavo, dentro gli spazi ristretti della nave ma ora il mio cuore s’è fatto duro e senza più voci. Viva pure le sue avventure e riprenda la terra e la donna, il figlio e la casa. Io non ho meta, né luogo, né ritorno come i compagni persi per sempre.

Dalle bocche dell’Ade non giungon parole, il mostro non ha voce e Acheronte non porta relitti. Deboli segni svaniti di loro sono nell’aria, nei sogni e nel pianto. Nulla di ciò che serve ai mortali, i compagni soccorre.  Per questo mi libero anche del mio passato, di quel che è successo e consegno il rotolo scritto alla fragile anfora e al mare violento.

Si frangerà sugli scogli o giungendo all’imboccatura d’un fium e sarà trattenuta dagli arbusti sottili dei tenui papiri?
Incerte sono le stelle del nostro viaggio.

EPILOGO

Fin qui le parole di Euriloco e la sua storia. Se vera o no, in tutto o in parte,  è difficile dire. Io  stesso sono rimasto sorpreso  srotolando il papiro a veder coi suoi occhi quel che avevo vissuto.
Sono passati tanti anni da quelle vicende e dal mio ritorno molte cose son cambiate pur se il cielo è quello di sempre. Prima viaggiavo e tutto mi pareva diverso.Pensavo di dover cambiare l’ordine prestabilito per ottenere ciò che volevo: gli onori, il prestigio, la fama. Se ci fai caso in quest’elenco non ci sono tesori. Ho sempre pensato che per viaggiare bisogna esser leggeri e portar seco soltanto cose che nessuno, vedendo,  senta  nascer dentro di sé cupidigia.
Certo portavo segreti e parole e, degli eventi, le vere ragioni: non aveva torto Euriloco a sospettare e del resto era evidente.
Povero Euriloco, lo ricordo come se ce l’avessi davanti qui sugli scogli dove giungo ogni mattina passando tra i bassi cespugli di mirto odoroso. Fin qui è giunto il suo messaggio, a me, che tra tutti i mortali, forse per lui ero l’unico a cui non pensava dovesse arrivare.
Sono strani certo gli eventi e il loro incontrarsi, come se ci f osse un sentiero a condurli.

Sta tranquillo, Euriloco, riposa senza timore, non brucerò il tuo messaggio: non va cambiata una parola a quanto il cuore ha dettato. E poi cosa vuoi che cambi ormai la tua voce al racconto che tutti si scambiano dopo il duro lavoro nei campi o al canto dei marinai nelle umide notti sul mare?

Non  sono guerrieri Euriloco! Uomini sono! Questo tu non hai voluto  mai intendere preso com’eri dalla smania degli anni e dall’acredine verso di me. Uomini, Euriloco, ai quali non serve conoscere la verità. Che devono vivere la loro giornata a fatica senza aver strazio oltre quel che contiene la loro misura. Non l’hai compreso tu questo Euriloco, anima inquieta sempre agitata come una fiamma divisa in due lingue entrambe di fuoco. Per questo i tuoi stessi compagni che tu tanto amavi portasti alla morte volendo far vivere. Ecco, accarezzo quest’anfora che come me ha molto viaggiato. L’hanno trovata i pescatori d’Itaca, impigliata alle reti tirate in barca ricolme di pesci guizzanti e me l’hanno portata sapendo che a loro il nutrimento dà il mare e a me i suoi segreti…

Come la schiuma di mare è diventata bianca conchiglia, filamente sinuoso, spugna, valva attaccata al coccio rossastro così il tempo sopra di me ha reso bianchi i capelli, cespose le sopracciglia  e rugosa la pelle.  Le mie mani che un giorno tendevano, con forza inaudita, l’arco ben costruito ora sembrano rami secchi e tremanti a ogni sospiro di vento, vicine a spezzarsi.
E così, Euriloco, alla fine il cerchio si chiude: la tua anfora e Ulisse diventano eguali, il vero messaggio.

1 commento per “LA LAMPADINA – RACCONTI: I compagni di Ulisse

  1. Carlotta Staderini
    2 ottobre 2017 at 19:41

    Molto, molto divertente! “Lo scaltro Odisseo”, possiede tutti i pregi ed i difetti dell’uomo:possente cacciatore d’intrighi, coraggioso, attaccato alla famiglia ma anche amante dell’avventura, curioso, traditore, astutissimo, valoroso, intelligente. Che si vuole di più?

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