ECONOMIA: il boom del petrolio … cambierà qualcosa nel mondo?

Leggere oggi i giornali è facile, capire come vanno le cose è tutt’altra cosa. Qualche giorno fa i grandi economisti americani (La Lampadina n. 11), ci raccontavamo del futuro non roseo per l’economia dopo l’elezione di Obama e in particolare se egli avesse perseverato su certe scelte di politica economica. Notizie queste in grande contrasto con quanto ci è riportato in merito alla produzione di energia, vera molla per la crescita dei Paesi.  Come coniugare queste notizie per capire qualcosa di più in merito ai flussi economici e tendenziali dell’economia?

L’Agenzia per l’Energia (IEA) ci informa, infatti, che gli Stati Uniti supereranno nel 2017 l’Arabia Saudita e la Russia quali maggiori produttori mondiali di petrolio e gas.

Grandiosi i cambiamenti dovuti alle nuove tecniche di fratturazione delle rocce ad alta pressione (La Lampadina n. 9, Beppe Zezza, fracking-shale oil) che negli Stati del Montana e North Dakota hanno trovato una larghissima applicazione.

Con i nuovi sistemi gli Usa possono contare su riserve petrolifere cinque volte superiori a quelle dell’Arabia Saudita. La produzione di petrolio è già aumentata dal 2008 del 25% e nel 2013 aumenterà di un ulteriore 7% per raggiungere i 10.9 milioni di barili al giorno.

Stessa cosa dicasi per la produzione di gas naturale, che nell’ultimo decennio è aumentata del 37% superando anche la Russia.

Il Dipartimento di Energia Usa ci dice ancora che la produzione coprirà il fabbisogno interno all’83%, con le importazioni che subiranno una diminuzione costante negli anni a venire.

Notizie fantastiche queste, per il Paese, dopo decenni di frustrazione e dipendenza da tanti produttori sud americani e medio orientali e che potrà dare un enorme impulso all’economia.

Ma tutto questo provocherà dei cambiamenti in un Paese abituato da anni a proteggere le proprie risorse petrolifere con le proprie flotte dislocate in molti Paesi e pronte a intervenire in ogni dove? O considerato che la maggior parte del petrolio mediorientale prenderà la via dell’Asia, saranno Cina, India e Giappone che interverranno per proteggere le fonti di approvvigionamento, quindi i nostri prossimi vicini?

E all’interno degli Stati Uniti cosa succede?

Il formidabile aumento di produzione di petrolio e gas ha già creato nell’ultimo decennio 1.7 milioni di posti di lavoro e altri 1.3 milioni saranno creati nella decade attuale.

La più parte delle industrie beneficerà del costo ridotto del gas che attualmente è già pari a un terzo di quello europeo e a un quarto di quello giapponese. Chiaro il vantaggio che tutto questo darà all’industria americana.

I dubbi sono molti in merito alla portata di questi cambiamenti. Certo i grandi problemi ambientali sono da non sottovalutare. Dal punto di vista finanziario solo il costo di produzione negli Usa è poco sotto i 50 dollari, mentre quello di estrazione del prodotto in Arabia Saudita viaggia intorno ai 2 dollari.

Va da sé che nel caso si profilasse una forte discesa delle quotazioni, volute, provocate o altro, tutto il quadro ne risentirebbe in modo drastico e in un battito di ali scomparirebbe il vantaggio di questo scenario veramente positivo per gli Stati Uniti.

E gli europei? Alcuni dei Paesi sarebbero interessati ai nuovi sistemi di produzione, specialmente dove già è accertata la presenza di scisti bituminosi e la disponibilità di olio in profondità. Per ora però tali Paesi rimangono alla finestra, dibattuti nel dubbio di provocare, con le loro scelte, notevoli pericoli ambientali (forse effettivi) e allettati d’altra parte dalla necessità e dal desiderio di trovare nuove fonti di approvvigionamento.

Grandi contrasti tra queste visioni dell’economia, per gli anni a venire e se ne parlerà non poco. Come spesso succede oggi, le previsioni e la realtà delle cose sono molto differenti, le prime ci ricordano qualcosa degli aruspici, mentre il petrolio è petrolio… con altra consistenza….

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