ABBIAMO OSPITI – ATTUALITA’: India/Lasciate ogni speranza o voi che entrate… nell’argomento: marò.

Il rientro di Latorre non sia pretesto per nuove illusioni.
Articolo di Giuseppe Fabbri – Autore Ospite de La Lampadina 

Conosco l’India abbastanza bene avendoci vissuto alcuni anni della mia vita e, il caso vuole che, degli amici che mi sono fatto in loco e che mi sono rimasti la maggior parte sono legali e conoscono, quindi, l’argomento magistratura indiana. Come il lettore di giornali avrà capito l’India è un Paese che ci somiglia moltissimo e…., forse, in peggio.
A questo proposito ricordo la battuta esilarante di un mio vecchio conoscente indiano che diceva sempre: “India and Italy same Country!” se gli si chiedeva il significato della battuta lui rispondeva: “ We are both a peninsula”!  Tra gli elementi della somiglianza ci sono due pessimi capitoli che sono la corruzione diffusa nell’apparato statale e di Governo e i tempi biblici della magistratura. Però con ridicola fierezza di stampo britannico, ridicola anche perché di britannico non c’è più niente, essi sostengono che tra il potere esecutivo e quello giudiziario non c’è alcuna possibilità di interferenza e, per di più, in India la magistratura è veramente indipendente da tutto e da tutti. Sottintendendo che se anche dei ministri o alti funzionari di Stato fanno la cresta quando comprano gli elicotteri militari, la Suprema Corte al contrario, è un’inattaccabile roccaforte di cristallina onestà. Hai capito che stravaganza.

Ora accade che i nostri fucilieri sono agli arresti domiciliari presso l’Ambasciata Italiana di New Delhi e quindi sotto la competenza della magistratura che dovrà pronunciarsi sul loro conto. Non c’è Governo o Ministero degli Esteri che tenga, è la Suprema Corte che dovrà pronunciarsi quando finalmente lo riterrà opportuno. E, guarda caso, quali sono le parole che sono sgorgate dalla bocca di quel prodigio di incorruttibilità e di efficienza che è il nuovo primo ministro indiano Narendra Modi nella sua conversazione telefonica con il nostro Matteo Renzi: “Bisogna che impariate ad accettare i tempi della nostra magistratura”! E meno male che non ha aggiunto: “Del resto in Italia dovreste essere esperti sui tempi della suddetta”! A parte che la suddetta si è permessa il lusso di sputtanarci davanti al mondo con la storia delle tangenti sulla vendita degli elicotteri al nostro Ministero della Difesa. E una piccola ritorsione non ce la volete concedere?
Narendra Modi è l’espressione del Janta Party il partito che ha vinto le elezioni e che è un partito nazionalista molto meno aperto alle relazioni internazionali di quanto non lo sia il Partito del Congresso che è stato al potere quasi ininterrottamente dai tempi dell’indipendenza e che fino alle ultime elezioni aveva come leader in pectore l’italiana Sonia Gandhi madre di Raul Gandhi rivale di Narendra Modi.
Per più di due anni quindi, dal febbraio 2012 al maggio 2014, il caso dei nostri fucilieri poteva essere in qualche modo facilitato da questa figura Sonia che pur non avendo ruoli esecutivi era pur sempre punto di riferimento del partito al potere, ma Sonia, per non rischiare di essere accusata di partigianeria, non ha mosso un dito. Né lo ha fatto Raul che non ha altri meriti se non quello di avere il cognome Gandhi ed essere nipote indegno della nonna Indira.
Alla luce di tutto ciò mi sembra puramente illusorio pensare che la vicenda possa essere gestita e velocizzata tramite le relazioni diplomatiche dei due Paesi in questione. E velleitario andare in giro dicendo “riportiamoci i due marò a casa”. Aveva ragione Terzi di Sant’Agata, l’unica soluzione era non rimandare i marò in India dopo la licenza natalizia in Italia. Brutto quanto volete perché significava venir meno alla parola data ma l’unica soluzione efficace tutto il resto è poesia. Sui giornali si è scritto di tutto sull’onda emotiva di questa disgraziata vicenda ma sono tutte cose che scuotono i sentimenti del lettore facendo più danno che profitto. Si è arrivati persino a rievocare il blitz di Entebbe trascurando che l’India non è l’Uganda e l’Italia non è Israele. Al giorno d’oggi c’è un tale intreccio di interessi commerciali tra Paesi che assumere atteggiamenti intransigenti è praticamente impossibile.
Si guardi anche al caso recente dell’estradizione di Cesare Battisti dal Brasile. L’unica cosa che si poteva giocare senza smuovere lo spaventoso intreccio di interessi economici tra i due Paesi era il supplichevole sorriso del vecchio comunista Napolitano alla giovane comunista Dilma Roussef. Risultato zero.
Quindi oggi, i marò se ne facciano una ragione, se l’Italia vuole anche solo offrire i suoi elicotteri all’India, non dico vendere, deve chiedere scusa per essersi la nostra magistratura lasciato scappar detto che sulla fornitura precedente c’era stata puzza di tangenti pagate al Ministero della Difesa indiano.
E i fucilieri per ingannare il tempo possono sempre cominciare a imparare l’hindi.
Giuseppe Fabbri

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mario tidei
1 Ottobre 2014 12:35

Gent. sig. Fabbri, interessante e ben fatto il suo articolo, vorrei solo aggiungere una considerazione personale nata da un mio recente viaggio in India e da colloqui con alcuni “indigeni”. Cioè, non è da trascurare il peso dell’opinione pubblica indiana per la quale è ancora vivo il ricordo del disastro della Union Carbide del 1984 nel Bhopal: la fuoriuscita di 40 tonnellate di isocianato di metile, dallo stabilimento della Union Carbide India Limited consociata della multinazionale americana Union Carbide. La nube uccise in poco tempo 2.259 persone e avvelenò decine di migliaia di altre. Il governo ha confermato un totale di 3.787 morti direttamente correlate all’evento,ma stime di agenzie governative arrivano a 15.000 vittime.più danni rilevabili a 558.125 persone, delle quali circa 3.900 risultano permanentemente invalidate a livello grave. Ancora oggi nelle zone interessate dalla fuoriuscita del gas il tasso di morbilità è 2,4 volte più elevato che nelle altre adiacenti. Ebbene,lo statunitense amministratore delegato della Union Carbide riuscì ad espatriare in USA e su di lui pende ancora un mandato di arresto emesso dalla giustizia indiana. Da qui feroci polemiche dell’opinione pubblica nei confronti del proprio governo (mai più si deve consentire ai colpevoli di farla franca) e quindi la riluttanza a liberare i nostri marò.
Con ciò non voglio giustificare il comportamento del governo e della magistratura indiana, ma solo ricordare un dato di fatto che può forse spiegare molte cose.
Grazie

Ci sono diversi processi penali e civili ancora in corso, sia presso tribunali americani che indiani. Essi coinvolgono l’UCIL, lavoratori ed ex-lavoratori, la multinazionale Union Carbide stessa e Warren Anderson, il suo CEO al tempo del disastro, sul quale dal luglio 2009 pende un mandato di arresto emesso dalla giustizia indiana.[7]

Nel giugno 2010 un tribunale di Bhopal ha emesso una sentenza di colpevolezza per omicidio colposo per grave negligenza nei confronti di otto ex-dirigenti indiani della UCIL (di cui uno già deceduto), tra i quali Keshub Mahindra, all’epoca presidente. La condanna, pari al massimo previsto di due anni di carcere e 100.000 rupie (circa 2000 dollari) di multa, è stata giudicata irrisoria dagli attivisti e dalla società civile. I condannati, scarcerati dietro una cauzione inferiore ai 500 dollari, hanno presentato appello.[8][9]
Carbide

Reply to  mario tidei
1 Ottobre 2014 22:22

Non capisco bene in cosa questa considerazione si può avvicinare al caso dei Marò. Intende dire che il fatto che gli americano abbiano sottratto i loro alla legge indiana si deve riflettere sul l’atteggiamento indiano verso degli ufficiali italiani trattenuti contro ogni diritto internazionale.. Eviterei assolutamente di fare un confronto tra i due episodi..

Reply to  mario tidei
2 Ottobre 2014 16:10

Caro Tidei, la ringrazio innanzi tutto per il suo commento al mio articolo e riconosco che il caso Warren Anderson ha punti di similitudine con quello dei nostri marò.

Mi sembra tuttavia che valga più a sostenere la tesi che i fucilieri avrebbero fatto bene a non tornare in India dopo la licenza natalizia più che non le ragioni della diffidenza della magistratura indiana verso gli imputati stranieri in vicende indiane.

Venendo ai fatti sull’ argomento da lei sollevato ovvero quello del disastro di Bophal e l’opinabilissima responsabilità di Warren Anderson le ricordo che secondo la legge indiana ai tempi di Bophal (non so oggi) una qualsiasi società straniera che avesse voluto creare una filiale in India doveva essere d’accordo a cedere a soggetti indiani la maggioranza della stessa. Il che era come dire che il soggetto straniero perdeva ogni titolarità sulla tecnologia che aveva esportato con la costituzione di una filiale indiana. Naturalmente il socio di minoranza (lo straniero e nella fattispecie la Union Carbide) poteva pretendere uno o più consiglieri nel CDA e anche se del caso la presidenza. Tali figure però, vedi Warren Anderson, non potevano assolutamente avere ruoli esecutivi nell’ambito della società indiana e si dovevano accontentare d’essere dei semplici advisors anche se con potere di voto nell’ambito del CDA.

Conoscendo gli indiani sia in fabbrica che nei CDA, pur non sapendo nulla di Warren Anderson, sono sicuro che egli era innocente così come sono sicuro che lo sono i due marò. Come i marò anche Anderson fu messo agli arresti e anche a WA fu concesso di rientrare in patria sotto cauzione. A differenza dei marò quando fu il momento di rientrare WA fece il famoso gesto dell’ombrello. Fece bene, fece male, ognuno risponda secondo coscienza. Io mi limito a far notare che quando nel 2010 (vedi i tempi della giustizia indiana, 30 anni, che secondo Modi noi dovremmo imparare ad accettare) fu emessa la sentenza di condanna di tutto lo staff esecutivo indiano della UCIL il portavoce del tribunale disse che TUTTI gli imputati della vicenda, nessuno escluso, erano comparsi e avevano preso atto delle imputazioni a loro carico.

Ma WA non c’era e, ancorchè novantenne, era vivo a casa sua negli USA.

Se lei comincia a conoscere gli indiani sa che in quel TUTTI c’era l’implicita ammissione che WA non c’entrava niente !

Marina Binda
30 Settembre 2014 14:47

Non ho capito qual è la proposta dell’autore sul caso dei Marò (anzi, dell’unico Marò rimasto in India). Secondo l’autore ” i marò se ne facciano una ragione”, significa che devono rimanere in India per sempre? O esiste un’alternativa attuale?
Grazie
Marina Binda

giuseppe fabbri
Reply to  Marina Binda
30 Settembre 2014 16:22

Cara Marina, purtroppo non c’è una proposta dell’autore! Egli ha solo inteso dire che l’India con levantina crudeltà sta assaporando una sua vendetta e noi possiamo solo aspettare che si sia saziata. Tra l’altro il fatto che uno dei due sia rientrato per convalescenza, lungi dall’essere un miglioramento della situazione, è un peggioramento perchè l’altro ora è nella sgradevole condizione di ostaggio. Grazie per la tua attenzione al mio articolo.