ARTE: La Biennale di Venezia 2015

Quest’anno la cinquantaseiesima edizione della Biennale di Venezia con il titolo “All the world’s futures”, è curata per la prima volta da un curatore africano, il nigeriano Okwui Enwezor. Non è certo una Biennale facile.

Dai primi passi dalla mostra ai Giardini, Enwezor ci fa precipitare nell’inquietudine del nostro tempo e affrontare, nei vari percorsi da lui curati, diverse questioni lasciate aperte dalla Storia. Un curatore che si richiama a Marx e Walter Benjamin per parlare delle minoranza, dei problemi risolti e non risolti, e spalanca con forza le porte su di un futuro certo non roseo. Ci propone un arte che provoca ma che dimostra quanto sappia precorrere i tempi e affrontare i temi più delicati del nostro mondo.

Il curatore nigeriano ha invitato in Laguna centotrentasei artisti da cinquantatré paesi diversi (con una particolare attenzione per l’Africa), mescolando artisti affermati con talenti emergenti e “rendendo omaggio agli autori e autrici ritenuti capisaldi della cultura globale” (Bruce Nauman, Walker Evans, Hans Haacke, Fabio Mauri, Marlene Dumas, Pino Pascali, George Baseliz, Robert Smithson…).
Per capire come interpretare lo sguardo severo, spesso di grande freddezza del curatore che certo non fa alcuna concessione ad altro che al suo pensiero, la Lampadina ha deciso di organizzare un viaggio a Venezia e ha chiesto a Ludovico Pratesi di portarci “per mano” nella difficile interpretazione della visione di Enzewor.

Il viaggio è stato inaugurato con una sua conferenza a Roma pochi giorni prima della partenza che riuniva i partecipanti e pochi amici collezionisti. Per l’occasione, Carlotta Staderini Chiatante, una delle “Colonne” della Lampadina, ci ha ospitato a Villa Giulia, la charmosa casa di famiglia i cui spazi interni sono stati restaurati da poco proprio per renderli adatti alla organizzazione di eventi.
Arrivati a Venezia, con la grande emozione che suscita sempre la città, il primo appuntamento del nostro denso programma ci porta a scoprire il quartiere del Ghetto con visita a tre delle sue cinque sinagoghe.

Lo sapevate che la parola ghetto di triste memoria viene utilizzata a partire dall’inizio del sedicesimo secolo e deriva dal veneziano “ghèto”, cioè fonderia dove si “gettava” il metallo? Il termine verrà usato per designare il quartiere delle fonderie a Venezia, dove si stabiliranno gli ebrei e, in seguito usato per definire il loro luogo di segregazione.
Per concludere le visite del primo giorno ci siamo tutti riuniti alla Ca’ d’Oro e poi in albergo per prepararci per una incredibile serata.
In uno dei più antichi Palazzi che si affaccia sul canal Grande, Palazzo Rocca Contarini, Francesca Vattani Rocca ha regalato dalla specola in cima al Palazzo, la notevole vista sulla città, un simpatico aperitivo nella sua bella casa e una cena indimenticabile al piano nobile con affaccio sul canale dandoci un autentico accenno ai fasti antichi della città.

La grande disponibilità di Francesca Vattani ci permetterà di visitare Palazzo Barbaro Curtis e la sala da musica al primo piano, con gli stucchi di Abbondio Stazio e i dipinti di Piazzetta e del Ricci e nella stessa sede, in occasione della Biennale, i lavori di artisti dell’Azerbaijan.

Non si poteva mancare una visita al nuovo allestimento dell’arredatore-antiquario-gallerista, il belga Axel Vervoort, mondialmente noto, che da vari anni durante la Biennale, prende gli spazi di Palazzo Fortuny e li trasforma in un’autentica “wunderkamer”.
Attualmente con il tema “PROPORTIO”, Vervoort ci trasporta in un universo che “esplora l’onnipresenza delle proporzioni universali nell’arte, nella scienza, nella filosofia, nella musica e nell’architettura”.

Il tema della nostra visita a Venezia è comunque la Biennale 2015 e dai primi passi nella mostra distribuita tra i Giardini e le Corderie dell’Arsenale si viene sopraffatti da un susseguirsi, di opere in opere, di forti emozioni.

Sicuramente la mostra è una delle più politicizzate mai viste dall’inizio della storia della Biennale cominciata nel lontano 1895. Ensewor rivendica dalla prima opera sulla facciata dell’ex Padiglione Italia con il neon “Blues Blood Bruise” di Glenn Ligon e le bandiere nere appese di Oscar Murillo, la capacità dell’arte di rispondere perfettamente a molte domande globalmente attuali, con tutti mezzi di cui dispone su temi di scottante attualità.

“La domanda principale posta dall’esposizione è la seguente: in che modo artisti, filosofi, scrittori, compositori, coreografi, cantanti e musicisti, attraverso immagini, oggetti, parole, movimenti, azioni, testi e suoni, possono sintonizzarsi con un pubblico capace di ascoltare, reagire, farsi coinvolgere e parlare, allo scopo di dare un senso agli sconvolgimenti di quest’epoca?”

Enwezor introduce una novità nello spazio centrale della mostra: l’Arena, dove si svolgeranno, per tutta la durata della mostra, un susseguirsi di performance e la lettura del Capitale di Marx diverse ore al giorno.
Molti i padiglioni nazionali da vedere, non tutti in tema con il soggetto indicato dal curatore. Per citarne alcuni presenti nei Giardini: il sorprendente Padiglione della Gran Bretagna con una datata provocazione di Sarah Lucas, un ecologico Padiglione Olandese, un avvolgente e elegante Padiglione Giapponese, uno spoglio ma convincente padiglione Austriaco, un realistico Padiglione Greco, un avveniristico Padiglione Coreano, un drammatico Padiglione Norvegese, un sottile Padiglione Svizzero e un confuso Padiglione Italiano curato da Vincenzo Trione. Ma la lista è lunga e lo spazio per parlarne poco..

Per concludere la nostra visita a questa particolare Biennale, cito le parole di Pepi Marchetti Franchi, della galleria Gagosian di Roma: «La partecipazione di nuovi paesi apre nuove frontiere dell’arte. Alla pluralità già sicuramente espressa nella mostra di Enwezor, si aggiungono la diversità delle presenze nazionali e la possibilità di scoprire nuovi scenari politici attraverso un evento concentrato sulla diversità di filtri e di prospettive: l’arte come elemento politico e passionale di comunicazione».

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