ABBIAMO OSPITI – CULTURA: quando è iniziata la stiratura dei vestiti?

Articolo di Giulia Pasquazi Berliri – Autore Ospite de La Lampadina
Anche il ferro, come la macchina da cucire, soffre di quella particolarissima forma italiana del dire DA per indicare il PER: in origine, infatti, il DA era adoperato per indicare la funzione degli oggetti o delle cose, in pratica la loro destinazione. In molti aspetti della vita quotidiana, specialmente nei nomi di utensili, questa caratteristica linguistica si è mantenuta anche dopo che se ne è persa l’abitudine ed ecco degli esempi molto comuni: la macchina DA cucire, l’asse DA stiro, il piatto DA portata, la forchetta DA dessert, l’orologio DA polso, la cappa DA cucina e così via dicendo.
Fatta questa constatazione, occorre dire che l’antenato dei ferri da stiro è il lisciatoio, oggetto che veniva usato per addomesticare i primi rudimentali tessuti che, specialmente dopo la lavatura in acqua e l’esposizione al sole, assumevano forme scomposte e grinzose. Furono così individuati dei materiali duri e pesanti, ben levigati nella parte inferiore, che passati e ripassati sui tessuti potessero “lisciare” le rugosità. Presumibilmente i primi strumenti furono fatti con pietre: pezzi pesanti con la base liscia e con la parte superiore impugnabile. Successivamente furono impiegati altri materiali come il legno duro, la creta cotta e più tardi anche il vetro. I lisciatoi a freddo subirono un’evoluzione attraverso i tempi e così anche l’opera di “lisciatura” si arricchì con l’impiego di sostanze collanti che aiutavano a tenere tese le fibre dei tessuti. Ma la svolta decisiva per vincere la resistenza delle fibre avvenne quando si scoprì che il calore, trasmesso da un corpo, agiva in maniera determinante sul tessuto inumidito. È la nascita dei ferri riscaldati. Alcune antiche civiltà utilizzarono il calore per “stirare” i tessuti impiegando piastre di bronzo riscaldato. Già dal 1500 a.C. nell’antico Egitto si faceva uso di piastre di bronzo pesantissime (circa 18 kg.) munite di lunghissimo manico (circa 80 cm.) che venivano messe direttamente in forno e, una volta riscaldate, venivano fatte scivolare sul piano da stiratura, situato in basso, non lontano dal forno. L’antica Cina nel VII secolo utilizzava dei recipienti in bronzo, ricavati dai bruciatori di profumo, con un lungo manico in legno, che contenevano carboni accesi. Alla giusta temperatura, venivano fatti scorrere velocemente sui tessuti di seta che, invece di essere appoggiati a piani di stiratura, erano tenuti sospesi dai lati da abili artigiani.
Anche gli antichi Romani avevano in uso piastre di bronzo con lunghi manici che venivano riscaldate e poi passate sulle toghe e sulle tuniche. A proposito di Roma, ecco un paio di curiosità: una è che la prima lavanderia della storia risale a 2000 anni fa e si tratta del “Funiculum”, una bottega dove gli antichi Romani portavano i vestiti a lavare e stirare; l’altra è che queste piccole imprese artigianali raccoglievano l’urina per utilizzarla nei processi di lavaggio in quanto ricca di ammoniaca! Ma i veri progenitori del ferro per stirare sono i primi modelli del secolo XIII in alcuni Paesi del nord Europa (i primi a farne uso sono i sarti olandesi). Da allora fu una continua ricerca per trovare il modo migliore di mantenere il più a lungo possibile il calore nella piastra e al tempo stesso rendere il manico più funzionale senza scottare la mano di chi lo doveva usare. Le piastre furono costruite in misure diverse con forme appuntite ed i manici assunsero forme più ampie per favorirne l’impugnatura. Solo successivamente appare il manico in legno che si appoggia a due montanti laterali. Nel XIV secolo, si ha la fusione del ferro da colare in stampi, che fece fare un passo avanti anche alla fabbricazione dei ferri da stiro. Così, a partire dal secolo XV in avanti, si supera la produzione in ferro battuto e si afferma quella in ferro fuso che consente la realizzazione di nuove forme ed un deciso miglioramento di quelli esistenti. Con il giungere del 1800 si hanno nuovi sistemi di riscaldamento, per risolvere il problema della temperatura della piastra. Si afferma la forma a barchetta svuotata, capace di contenere un lingotto riscaldato, intercambiabile, che permette un continuo ricambio di nuovo calore. Il lingotto viene introdotto dalla parte posteriore e la chiusura è costituita da uno sportellino scorrevole in verticale, definito, proprio per la sua caratteristica, “a ghigliottina”.
Nuove tecniche si affermano poi all’inizio del XIX secolo. Vengono proposti dei ferri con riscaldamento a petrolio o ad alcol: questi hanno, collocato nel retro, un piccolo serbatoio ed un regolatore di fiamma in modo che questa riscaldi in continuità la piastra stirante. Si producono anche tipi di ferro ad acqua calda per tessuti più delicati. Arrivano poi i ferri a gas, dotati di un fornello speciale collegato col tubo del gas. Il ferro veniva posto in verticale sul fornello in modo che la fiamma si spingesse fino alla piastra. I ferri da gas, anche per la loro pulizia, risultarono i più pratici e vennero adottati nelle famiglie in sostituzione di quelli a carbone che sviluppavano esalazioni nocive e richiedevano una manutenzione più faticosa. Questa scelta era però vincolata alla distribuzione del gas che nelle campagne non arrivava. Ciò obbligava per forza maggiore molte famiglie non residenti in città, a conservare l’uso del ferro tradizionale.
Il vero cambiamento decisivo arriva intorno al 1910 quando, grazie al brevetto dell’americano Henry Seeley, viene fabbricato il primo ferro elettrico che, sfruttando il riscaldamento di una resistenza, saprà dare con continuità il calore alla piastra. Nel 1930 circa escono anche i primi esemplari di ferri elettrici a vapore le cui piastre, a dispetto del nome, sono tutt’oggi generalmente realizzate in alluminio, in acciaio inox o in teflon.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *