ABBIAMO OSPITI – ROMA Le nostre campane. Gli scampanii della Roma di un tempo

Articolo di Nicoletta Fattorosi Barnaba – Autore Ospite de La Lampadina

Oggi a Roma è difficile sentire il suono delle campane che per secoli è stato il motivo di sottofondo e spesso conduttore della vita dei suoi abitanti. Macchine, motorini, autobus e quant’altro possa intervenire nella musica odierna della nostra città ha fatto sì che il suono delle campane sia stato relegato o spesso non udito. La campana è legata al concetto religioso della chiamata nelle varie ore del giorno alle preghiere che si tenevano nelle numerosissime chiese della nostra città, tanto che sono tutte benedette con la consecratio. Non era solo questo il compito di quello scampanio, infatti comunicava alla popolazione eventi di vario genere e la gente riconosceva addirittura la voce delle diverse campane.

Facciamo un salto nel passato e cerchiamo di ritrovare il dolce din don che sottolineava i momenti delle giornate romane, quando la nostra città era sotto il governo del Papa.

Erano tempi in cui gli orologi o non esistevano o erano solo oggetti di lusso e quindi di proprietà di pochi. Come facevano allora a sapere quando si andava al lavoro o i ragazzi a scuola?  C’era una campana che aveva questo compito, quella che ancora oggi si trova sul palazzo di Montecitorio, alloggiata in un campaniletto a vela. Da lì con il suo scampanio iniziava la giornata lavorativa dei romani, e le lezioni nelle scuole.

Le campane servivano anche come avviso meteorologico, infatti quella della Chiesa Nova avvisava per l’arrivo del temporale che a Roma era temutissimo soprattutto perché con il temporale sicuramente arrivavano le porcherie! Non vi spaventate sono solo i fulmini, ma il popolo era superstizioso  nel nominare i fulmini e le saette perché aveva paura che nominandoli, li avrebbe chiamati addosso. Al suono della campana suddetta, quindi, i romani si mettevano in ginocchio, dicevano il Trisaggio angelico che si recitava segnandosi la fronte, il naso e la bocca: “Sanctus Deus, sanctus fortis…” questo per far si che il Signore li proteggesse.

C’era un’altra campana a cui i romani dovevano dare ascolto, che proveniva dalle chiese dei vari rioni, era un suono che ricordava ai romani di mangiare di magro, ossia di astenersi dalle carni. Verso sera suonava la campana e questo suono aveva fatto nascere un detto: “La campana sona a merluzzo: è segno che domani è vigijia!”
A Roma tutti parlano con tutti, quindi non ci dobbiamo meravigliare se anche le campane parlano tra di loro. Le parole che si scambiano non sono però attinenti al loro luogo di culto, infatti, come sempre, a Roma il sacro si unisce al profano generando una miscela piacevole e così vicina al mondo delle piccole cose del quale viveva il romano di ieri. Le chiese invitavano i romani alla preghiera, allo scadere delle ore canoniche: mattutino, ora media e vespri, e quel suono, che spesso interrompeva azioni che non si desiderava abbandonare, veniva ascoltato invece che attraverso la musica, attraverso le parole o forse il brontolio di uno stomaco un po’ troppo vuoto.

Così ecco i dialoghi:
– S. Maria Maggiore: “Avemo fatto li facioli, avemo fatto li facioli!”
– rispondeva il vocione di S. Giovanni in Laterano: “Con che? Con che?”
– la risposta da una campanella di S. Croce in Gerusalemme: “Co’ le cotichelle, co’ le cotichelle!”
– la campana di S. Maria in Trastevere poneva un’altra interessante domanda: “Ando’ se magna la pulenta? Andò se magna la pulenta?”
– il campanone di S. Pietro rispondeva: “In Borgo! In Borgo!”

Con le sue 400 chiese (di cui 48 con il titolo di basilica), a Roma le campane non mancano, ma, grazie ad una disposizione ecclesiastica che ne vieta l’uso prima delle sette del mattino, il sonno è salvo.
Per sintetizzare quanto scritto leggiamo il sonetto del Belli su Le Campane:
Le campan de le cchiese, sor Gregorio,/so de metal infuso e bbattezzate”/e vve fanno bellissime sonate/a cchi ha cquadrini de pagà er mortorio./Nun c’è ddiasilla, o pprego,o risponzorio/che, ar modo che le cose so aggiustate, pozzi mejjo d’un par de scampanate/ delibberà cchi pena in purgatorio./ Da la condanna ch’er bon Dio je diede/je se ne scala un anno pe oggni tocco,/ e ggiacubbino sia chi nun ce crede./ e ppe questo quassù, cchi nnun è sciocco,/ ner morì llassa l’obbrigo a l’erede/ che jje ne facci dà tanti a bajocco.

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