ABBIAMO OSPITI/SPORT – Verso Pechino e Parigi via Tokyo 2021

Articolo* di Luciano Barra, Autore Ospite de La Lampadina

Come sempre avviene nello sport il tempo per gioire è molto breve, nuove pressioni e nuovi avvenimenti sono già alle porte. Ma Tokyo non può essere archiviata facilmente per le belle emozioni che ci ha dato, per i record di medaglie raggiunti, per le meravigliose storie umane, per le bellissime immagini televisive e soprattutto per quel 1° agosto indimenticabile. E merita di essere ricordato ancora una volta che questi sono stati i più difficili Giochi di sempre, causa la pandemia, le difficoltà organizzative e la mancanza di pubblico che ha fatto cadere entusiasmi e motivazioni.
Va detto che l’Italia e lo sport italiano hanno ben gestito la pandemia sicuramente meglio di altri. Forse anche aiutati dal fatto che una grande maggioranza di atleti partecipanti erano militari (come riportato da S.O., 252 pari al 65,6% mentre quelli che hanno vinto medaglie sono l’86,3%) e quindi fra i primi ad essere vaccinati.
Tutto ciò in barba alle continue critiche che sentiamo, in Italia, su come è stata affrontata la pandemia. Giochi tanto difficili che non è stato facile prevedere le nostre medaglie. La Gazzetta dello Sport ci è andata più vicina con una coraggiosa previsione di 37 medaglie. Ma a dimostrare la difficoltà sta il fatto che solo 15 sono stati i medagliati indovinati dai loro giornalisti.
Ha ben detto il nostro Capo Missione Carlo Mornati – il Segretario Generale del CONI – che potevamo vincere altre 7 medaglie, sfiorando l’incredibile cifra di 50. Ricordo che a metà degli anni Novanta la Scuola dello Sport, grazie a Lino Bellotti e Mario Gulinelli, reclutò il guru mondiale della Teoria e Metodologia dell’allenamento sportivo, il prof. Yuri Verkhoshansky. Aveva lasciato l’Unione Sovietica dopo la diaspora sovietica e ci dava preziosi consigli nelle materie in cui era un maestro.
Vedendo i miei continui documenti sulle proiezioni olimpiche venne a trovarmi e mi spiegò che quel tipo di studi in Unione Sovietica li avevano fatti, nel suo Istituto, venti anni addietro prima dei Giochi di Mosca.
L’obbiettivo era di studiare dove era più facile vincere delle medaglie e monitorare il lavoro delle Federazioni. Poi mi fece vedere uno studio che lui aveva fatto sull’Italia, dove aveva inserito tutta una serie di parametri sociali, economici e sportivi. Il risultato diceva che noi eravamo un paese da 40/50 medaglie! Ecco perché ha ragione Carlo Mornati nella sua affermazione, ma le parole non bastano.
A me è molto piaciuto l’atteggiamento di Giovanni Malagò, forse il vero responsabile della Preparazione Olimpica. Quasi un Capitano non giocatore che saltabeccava da un impianto ad un altro, da una premiazione ad un’altra, da una intervista ad una bevuta a Casa Italia. Sfido qualcuno a mettere in dubbio che la medaglia di Tamberi sia anche merito suo. Quale presidente del CONI avrebbe permesso segretamente alla fidanzata di Tamberi di andare ai Giochi? E chi ha dubbi che il buon Gianmarco, dopo una vigilia agonistica non esaltante, abbia trovato in quella presenza la motivazione giusta per saltare sempre alla prima prova l’asticella a 2.37?
MEDAGLIERE – I medaglieri, come le sentenze, non si commentano, sono lì incisi nella pietra.
SportOlimpico, con l’articolo di Gianfranco Colasante, li ha vivisezionati a dovere. Ma in vista di Parigi 2024 è bene ricordare che ci sono sei paesi irraggiungibili: USA, Cina, Giappone, Russia, Australia e Gran Bretagna. E due che a Parigi faranno molto meglio: la Francia che gioca in casa e la Germania che deve riscattare una prestazione giapponese mediocre. A noi rimane la sfida con la sorprendente Olanda. Mentre dovremo guardarci le spalle da nazioni come Corea, Canada, Polonia, Brasile, Nuova Zelanda etc. Senza dimenticare che, a quanto si dice, non ci saranno più il Sollevamento pesi e il Karate e che nessuno è in grado di immaginare altre 5 medaglie d’oro in Atletica.
Per questo la nostra preparazione olimpica comincia già domani ed è di fatto accorciata di un anno. I primi due anni sono i più importanti, purché il CONI sia disposto a mettere le sue mani in argomenti che in questi anni ha volutamente ignorato. Come le direzioni tecniche (es.: ma è un bene che la Scherma non abbia più un DT Unico di tutte le specialità, oltre a quelli per arma? O è un bene che le nostre squadre di Pallavolo abbiano deciso di non partecipare alla VNL? E tante altre domande) ed io spero che questa volta con i Giochi dietro l’angolo si voglia puntare più alla qualità che alla partecipazione.

TELEVISIONE – Sulla televisione merita brevemente soffermarsi. Le immagini offerte da OBS, l’Olympic Broadcasting Service, il braccio operativo del CIO che ha prodotto in proprio circa diecimila ore, fra dirette ed altro, sono state di primissima qualità. Da quando il CIO ha deciso di non affidarsi per la produzione televisiva alla stazione televisiva nazionale (Los Angeles 1984, con le immagini soprattutto sugli atleti americani, aveva segnato lo spartiacque) il salto di qualità è stato incredibile. Solo per dare un esempio il Tennis da Tavolo e la Ginnastica sono state affidate come produzione alla CCTV Cinese, la Vela alla Nuova Zelanda, il Nuoto all’Australia, la Pallamano alla Danimarca, il Canottaggio alla BBC inglese, Judo e Karate alla NHK giapponese, il Ciclismo alla NOS olandese e l’Atletica alla YLE finlandese.
Questa ultima ha il merito di aver inventato la produzione con cinque distinte regie, più quella integrata, ed ha avuto negli ultimi trenta anni i migliori registi mai visti: Rajmo Piltz, Kalevi Uusivuori ed ora Tapani Parm. La produzione dell’atletica ai Giochi Olimpici – con l’eccezione di Sydney che fu affidata alla BBC con al comando Martin Webster – è merito loro. La mia esperienza in questo campo mi dice che molto spesso i registi a questo livello sanno dello sport, ed in questo caso dell’atletica, molto di più dei delegati tecnici delle Federazioni Internazionali. Altrimenti avremmo visto il duetto Tamberi-Jacobs e meglio ancora lo show di Tamberi con il gambaletto di gesso in pista?
I dati televisivi globali non sono ancora noti. Qualcosa è trapelato con la BBC (anche loro erano soggetti al limite delle 200 ore ma almeno potevano usare lo streaming, cosa non permessa alla RAI che non aveva acquistato questo diritto) che ha toccato i 104 milioni di spettatori, con delle punte di 5 milioni per la finale dei 100 maschili e 4,5 per i 100 femminili. Non proprio bene è andata alla NBC americana causa il fuso orario (13 ore di differenza con Tokyo) e della fallimentare spedizione dell’atletica. Si parla di 150 milioni di viewers con una media in prime time di 15,6 milioni contro i 198 milioni di Rio de Janeiro 2016 con 27,5 in prime time (Rio è sullo stesso fuso della costa orientale degli USA).
In Italia i numeri globali non sono stati ancora annunciati. Ma alcuni dati parziali sono eloquenti.
Ovviamente l’atletica l’ha fatta da dominatrice con punte oltre i 5 milioni e, si dice, con un picco di 7 milioni al momento della doppia medaglia di Jacobs e Tamberi, e circa 4 milioni per la staffetta 4×100. Va considerato che il nuoto ha avuto le sue finali nel cuore della notte e molte altre prove degli italiani non sono stati in orari di facile accessibilità. La stessa atletica ha avuto le sue finali più importanti fra le 13 e le 15 quando gli Italiani sicuramente preferivano il mare e la tavola. Immaginate che numeri ci sarebbero stati con finali in prime time.

 

DOPO TOKYO – L’allungamento di Tokyo 2020 al 2021 accorcia ovviamente i tempi di attesa per i prossimi Giochi. Sei mesi ai Giochi Invernali di Pechino 2022 e tre anni, invece che quattro, ai Giochi di Parigi 2024.
Si tratta di nuovi esami e non possiamo certo cullarci sugli allori. Pechino 2022 sarà l’esame più difficile. Le stesse proiezioni che ci davano molte medaglie a Tokyo non sono altrettanto positive per Pechino. Nessuna medaglia d’oro nei campionati mondiali dell’inverno scorso. Sei argenti e 6 bronzi, e per questo si va oltre il 20° posto nella proiezione. Nulla è compromesso ma il problema non va sottovalutato.
Per Parigi 2024 dobbiamo sfruttare il vantaggio di avere i Giochi in Europa. Personalmente, questa volta punterei ad invertire il concetto di quantità con quello di qualità, almeno nei criteri di partecipazione. La mia sensazione è che l’aver preferito la quantità alla qualità per Tokyo ha spostato nuovamente l’obbiettivo più sulla partecipazione che sulla preparazione. Ho letto poco in questi cinque anni di Club Olimpico o del prezioso 3PO, prodotto a suo tempo da quell’impagabile maestro che era Gianfranco Carabelli, o di riunioni con Federazioni in cui si esaminava la struttura tecnica o in cui si minacciava la decurtazione dei contributi di preparazione olimpica. Tutti momenti che rafforzano la preparazione.
CAPO MISSIONE – Vorrei dire infine una cosa che non deve essere male interpretata. Io sono pienamente d’accordo che il Segretario Generale del CONI sia il Capo Missione. È fondamentale per gestire con autorità e con serietà una trasferta che altrimenti rischia di diventare una repubblica ingestibile. Invece sono poco d’accordo che il Segretario Generale del CONI – chiunque esso sia – sia anche il responsabile della Preparazione Olimpica. I motivi sono due. Uno pratico relativo al carico di impegni, spessi molto burocratici, che gravano su chi ricopre questo ruolo. Forse non è un caso che Carlo Mornati in questi cinque anni quasi mai è stato in grado di essere presente ai Campionati Mondiali od Europei qualificanti per i Giochi. È in questa occasione si capiscono i problemi dei singoli sport.
L’altro, il secondo, è più politico. Il Segretario Generale del CONI è nominato dal CN su proposta della Giunta Esecutiva. Il suo è un incarico politico in quanto lui è il braccio destro e sinistro del presidente e qualsiasi cosa faccia ha un significato politico. Per lui è difficile fare il “duro”, quando serve, con Presidenti e Federazioni. Lo stesso capitò a me con Pagnozzi che tra l’altro era uno che, grazie alle sue origini rugbistiche, di sport ne capiva. Ma la sua logica era politica, tanto è vero che poi si è candidato alla presidenza del CONI!
Ripeto, non ha nulla a che fare con Carlo Mornati che vanta tra l’altro un curriculum da atleta prestigioso. Ero in tribuna seduto fra Craig Reedie e la Principessa Anna d’Inghilterra quando a Sydney 2000 il Quattro senza di cui lui era capo voga per 38 centesimi non batté la barca inglese dei mostri Steve Redgrave e Mattew Pinsent. Che rabbia e che emozioni. Ma il 2021 ci ha ripagato sugli inglesi!
Capisco perfettamente che un cambiamento in questo senso sia impossibile, ma mi permetto di suggerire la necessità di affiancare il responsabile della Preparazione Olimpica con degli assistenti carismatici a blocchi di disciplina: sport invernali, sport d’acqua, sport di combattimento e sport di squadra. Per questi ultimi che sono stati un vero flop a Tokyo, non meriterebbe vedere un responsabile, non con compiti tecnici, non dimenticando che il problema principale per questi sport sono i campionati nazionali e gli stranieri negli stessi? E perché non uno come Berruto o Campagna o addirittura Velasco (imperdibile il suo articolo sul nuovo rivale: la pressione) o Lippi?
Mi è molto piaciuto un recente articolo di Maurizio Costanzo, un vero maitre a penser, quando ha scritto che “è quando si vince che bisogna investire”. E investire non significa solo in risorse, ma anche in idee e coraggio. Malagò non deve essere rieletto, quindi può permettersi di essere più severo e meno politico e se a qualche Federazione va tolto il contributo olimpico, lo si faccia.
P.S. – Non dubitate, tornerò presto per un commento sull’atletica e sul divario fra la gestione tecnica e quella dirigenziale.

*Articolo pubblicato su www.sportolimpico.it il 13 agosto 2021

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2 Commenti
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Marguerite de Merode
10 Settembre 2021 13:26

Ho cominciato a leggere distrattamente l’articolo di Luciano Barra, ma alla fine sono stati tanti i motivi di grande interesse e curiosità. Grazie. Torni pesto!

Beppe Zezza
9 Settembre 2021 17:42

Articolo molto interessante, pieno di particolari ignoti.