CULTURA – I Vangeli: fatti e detti realmente accaduti?

Quando si è costituito il comitato di redazione della newsletter “La Lampadina: Periodiche illuminazioni” si sono stabilite alcune linee editoriali. Per rivolgersi a una platea di lettori ampia si è concordato di escludere gli argomenti potenzialmente “divisivi” quali politica, religione, calcio. Il mio articolo, anche se tratta di un argomento di grande interesse “religioso”, prescinde da ogni adesione ‘fideistica’ e si propone di fornire elementi, che mi sono parsi nuovi, relativi ad alcune prospettive originali circa la composizione e la redazione di quegli scritti che vanno sotto il nome di “Vangeli”.
A partire dal secolo dei Lumi, molto si è indagato sulla formazione di questi documenti, sulla data della loro redazione, sul perché alcuni siano stati accolti e ‘riconosciuti autentici’ dalla Chiesa (i Vangeli canonici secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni) ed altri invece rigettati (quelli detti “apocrifi” – molto numerosi – classificabili in modo diverso a seconda della loro origine – vedi Wikipedia), sulla possibilità di arrivare ad una ‘edizione critica’ originaria che tenga conto delle numerose varianti che si riscontrano nei codici che ci sono pervenuti, in quale misura i fatti raccontati – in particolare i miracoli – siano realmente accaduti e non siano invece costruzioni letterarie fatte a scopo “edificante” e in quale misura quanto i detti di Gesù riportati siano stati da Lui effettivamente pronunciati e non rappresentino invece il pensiero degli autori. Credo che i lavori pubblicati sull’argomento siano dell’ordine delle decine di migliaia.
Molti si sono avventurati nel cercare gli “ipsissima verba” di Gesù – parole dette “proprio così” da Lui, distinguendole da elaborazioni successive dei discepoli e nell’ipotizzare una formazione degli scritti che dia conto delle loro convergenze e divergenze.
Negli ultimi tempi sono stati prodotti studi molto interessanti che forniscono una nuova prospettiva. Essi partono dall’analisi di quello che era l’ambiente culturale e religioso del tempo e dei luoghi nel quale Gesù di Nazareth ha operato.
Si tratta di un ambiente mesopotamico di lingua aramaica e di cultura orale molto diverso dagli ambienti ellenistici di cultura scritta. In questo ambiente la base dell’educazione di tutti i bambini era costituita dallo studio della Torah (quello che noi chiamiamo Pentateuco – cioè i primi cinque libri della Bibbia) che veniva integralmente imparato “a memoria” (nello stesso modo nel quale ancora oggi nelle “madrasse” islamiche si insegna il Corano – in lingua originale – ai giovani mussulmani) e la trasmissione degli insegnamenti dai maestri (i rabbi) ai discepoli avveniva in modi strutturati mediante la loro memorizzazione. Numerosissimi elementi all’interno dei Vangeli come ci sono pervenuti confermano che anche Gesù – indicato con l’appellativo di “rabbi” (che non è un titolo ‘onorifico’ ma corrisponde a un riconoscimento ufficiale della capacità di insegnare: chi non avesse avuto questo “titolo” non avrebbe potuto predicare/insegnare all’interno del Tempio)– abbia operato nello stesso modo.
In ambienti di cultura orale – come attestato dagli studi anche contemporanei su quei pochi posti nei quali la trasmissione orale è ancora prevalente rispetto a quella scritta – la esatta ripetizione delle recitazioni è particolarmente curata. Si deve dunque dedurre che già quando ancora Gesù era in vita, la predicazione degli Apostoli e dei discepoli da Lui inviati, riportasse fedelmente le sue parole e le sue azioni. Tutte – parola più parola meno – ipsissima verba!
Esiste dunque un primo nucleo di tradizioni che rimonta addirittura a Gesù vivente, espresse in lingua aramaica. L’aramaico era la lingua corrente che Gesù come tutti impiegava. L’Ebraico era riservato invece solo all’uso liturgico.
A questo primo nucleo sono stati poi aggiunti gli elementi relativi alle fasi iniziali – l’infanzia – , e finali della vita di Gesù – la sua Passione e la sua Resurrezione – raccolti dalle testimonianze di coloro che li avevano vissuti in prima persona e che ne potevano garantire l’autenticità.
La trasmissione orale avveniva in un primo tempo esclusivamente in lingua aramaica e raggruppata secondo criteri tematici (“Collier” dell’Infanzia, dei miracoli, delle parabole, della Passione, della Resurrezione). Solo successivamente – in particolare quando il cristianesimo si è espanso verso Occidente – queste tradizioni orali sono state tradotte, messe per iscritto, e ordinate mescolando i vari “collier” i quali peraltro possono essere ancora identificati, secondo criteri diversi a seconda delle esigenze delle particolari comunità alle quali l’insegnamento di queste tradizioni era diretto.
Accanto ai tesi scritti in greco esiste una versione dei Vangeli scritta in aramaico – la peshitta – utilizzata per la liturgia dalle Chiese Apostoliche Orientali.
Lo studio di questa versione aramaica – più vicina all’originale in quanto non tradotta – permette di risolvere alcuni problemi di significato di alcuni passi che restano oscuri nei testi in greco (scritti per giunta in una lingua che non corrisponde alla lingua letteraria dell’epoca).
Un libro fondamentale per saperne di più è “Les Evangiles de l’oral à l’ecrit “ di Pierre Perrier, uno studioso che ha dedicato quarant’anni della sua vita ad approfondire questo argomento e che raccomando a coloro che sono interessati all’argomento (e sanno leggere in francese).

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2 Commenti
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Maria Teresa
21 Marzo 2023 18:40

Davvero interessante. Una prospettiva inaspettata, oltre che inedita. Grazie!

Claudio
21 Marzo 2023 17:59

Grazie Beppe. È una spiegazione molto bella e interessante. Tutti possiamo, infatti, ripetere alcune parole dei nostri genitori lettera per lettera e tramandarla ai nipoti.