ABBIAMO OSPITI/SCIENZE – Il passato? Non è come te lo ricordi

Articolo di Beatrice Cito Filomarino, Autore Ospite de La Lampadina

Vi è mai capitato di incontrare amici e ricordare una vacanza condivisa od un viaggio avventuroso, del tipo «ti ricordi quella volta che…?», per poi scoprire che, secondo voi, diluviava, mentre stando alla vostra amica il tempo non era poi così male, che vi eravate perse, mentre per lei stavate solo facendo un lungo percorso, che avevate incontrato quattro ragazzi, mentre, secondo lei, erano solo due?
La realtà è che i ricordi, la memoria, non sono fissi ed immutabili, anzi, ogni volta che ricordiamo, rielaboriamo ed aggiungiamo, in buona fede si intende, qualche tocco creativo, che rende più accattivante il racconto (pare ora si debba dire story telling!). In poche parole, ogni volta che recuperiamo un ricordo, lo modifichiamo sulla base dei nostri vissuti, delle nostre emozioni e degli stimoli a cui siamo stati esposti: racconti altrui, fotografie, nuove esperienze, ma anche la nostra evoluzione personale. Col tempo, possiamo infatti diventare più consapevoli e saggi, piuttosto che più rigidi e melanconici, e questi cambiamenti possono influire su cosa e come ricordiamo. Una fotografia può confermare dettagli che avevamo dimenticato, ma anche aggiungerne alcuni che non avevamo mai visto, così come il racconto di un amico può modificare il nostro ricordo, riscrivendolo.
Le neuroscienze e numerosi esperimenti, confermano come persone che hanno condiviso la stessa esperienza possono ricordarla in modo anche parecchio diverso. La psicologa Elizabeth Loftus ha dimostrato come sia facile attivare falsi ricordi semplicemente suggerendo dettagli plausibili, o usando domande con formulazioni diverse (effetto disinformazione).
I partecipanti al suo esperimento, Reconstruction of an Automobile Destruction, del 1974, dopo aver visto lo stesso video di un incidente stradale, avevano dovuto rispondere allo stesso questionario e le loro risposte erano risultate diverse a seconda dei verbi utilizzati nelle domande. La velocità percepita era infatti stata notevolmente superiore là dove la domanda parlava di schianto, rispetto a quella in cui si accennava al contatto fra i due mezzi.
Similmente, a seguire la tragedia dell’11 settembre 2001, gli psicologi Jennifer Talarico e James Rubin hanno studiato i ricordi dell’incidente nel corso del tempo, riscontrando come questi si modificavano, come qualsiasi altro ricordo, ma anche come la certezza degli intervistati non vacillasse. A fronte della domanda in cui si chiedeva loro se avessero visto in tv il primo aereo che aveva colpito la torre, la maggior parte confermava, anche se questo video non era stato ancora trasmesso.
Il neuroscienziato Karim Nader ha dimostrato come l’atto stesso di ricordare rende il ricordo malleabile per un breve lasso di tempo, prima che venga nuovamente archiviato dal nostro cervello e quindi conferma come possiamo essere facilmente influenzati da parole, immagini e racconti (effetto di riconsolidazione della memoria). Nei suoi esperimenti Nader ha indotto persone a ricordare episodi dell’infanzia mai vissuti, come l’essersi persi in un supermercato, o aver visto una certa persona o luogo.
La nostra memoria segue un percorso costruttivo, più che riproduttivo, non è quindi un archivio statico e passivo, ma rassomiglia più all’attività di un cantastorie che modifica il racconto ad ogni nuova cantata e fino a qui, se si tratta di passare una serata con amici, tutto bene, ma diversa è la situazione in tribunale in cui testimoni oculari possono essere genuinamente convinti di aver visto cose che non hanno in realtà visto. Un altro aspetto incredibile è che la sicurezza soggettiva di un ricordo tende a non coincidere con l’accuratezza oggettiva, in altre parole, tendiamo ad essere molto sicuri dei nostri ricordi, anche quando sono sbagliati.
In sintesi, ecco le principali “trappole” che ci tende la nostra memoria:

  • Ricordiamo più le emozioni, che i fatti, quindi la felicità media dell’evento, ha la meglio sui dettagli.
  • La certezza del nostro ricordo non è prova di verità.
  • Il nostro cervello, per mantenere l’efficienza, potremmo dire per evitare overload, fa una specie di taglia e incolla, comprimendo esperienze simili in un unico ricordo. Quindi i vissuti di due diversi viaggi possono fondersi felicemente e convintamente.
  • Immaginare è quasi ricordare. Più si immagina vivamente, più quanto evocato tende ad inserirsi nei nostri ricordi (imagination inflation)
  • Col passare del tempo, la nostra memoria subisce una selezione naturale: i dettagli si perdono, le emozioni restano. Non solo, con l’avanzare dell’età, il nostro cervello predilige i ricordi che rinforzano l’immagine positiva di noi stessi; facciamo quindi una sorta di editing spontaneo, smussando i momenti difficili ed illuminando quelli felici.

In poche parole, siamo tutti molto sicuri dei nostri ricordi…anche quando sono sbagliati. Quindi, la prossima volta che qualcuno ti dice «non è andata così!», non litigare: sorridi, annuisci… e pensa che forse avete vissuto lo stesso viaggio, ma con sceneggiature diverse. E se alla fine resta una risata, allora sì, quel momento è stato davvero indimenticabile… qualunque forma abbia preso nella memoria.

Subscribe
Notificami

2 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments
Francesca Gnudi
22 Novembre 2025 11:06

Grazie, ora capisco che la mia memoria “infallibile” e’ influenzata dalle emozioni che ho provato.

21 Novembre 2025 23:15

Molto interessante ! Forse è vero che al ritorno da un viaggio i ricordi sono simili ma col passare del tempo ognuno rivive le esperienze fatte unendole al proprio vissuto e non sempre i ricordi coincidono con la realtà delle emozioni personali .