LIBRI/GLI AMICI CONSIGLIANO – Laudato sì

Premessa: il circolo di letture UMDL (Un Mercoledì Da Lettori) fa parte della mia vita da ormai 30 anni. Ci divertiamo a scegliere un libro al mese per poi dibatterne in riunioni festose. Questo è il mio commento.

La proposta di leggere un’enciclica di Papa Francesco è nata come provocazione, non mi aspettavo che fosse raccolta e forse lo è stata perché non se ne era capita la natura. Era appena tornato alla casa del Signore, Francisco Bergoglio, papa amato e anche molto criticato e contrastato, dentro e fuori la Chiesa. Papa scomodo, perché, come si dice, non le mandava a dire, diplomazia molto relativa, un gesuita molto aperto al mondo, quasi laico a tratti, nelle sue encicliche come nel suo operare. Ovvio che alla sua partenza, la deriva dei commenti lambisse, forse un po’ troppo, e soprattutto impropriamente, la ricerca del suo posizionamento, in vita, nell’arcobaleno della politica.
Ammetto che non ho apprezzato questo dirazzamento, e così, visto che Francisco Bergoglio, in qualità di papa, scrisse ben quattro encicliche, ho proposto che se proprio si doveva parlare di Lui, visto che siamo un circolo di lettura, meglio parlare della sua scrittura. Ed ecco che, sorprendentemente, la provocazione ha attecchito e si è scelto di leggere Laudato si’, enciclica sulla cura della casa comune.
Lineare, consequenziale, comprensibile a tutti, il Suo è un libro appassionato, nel quale non usa mezzi termini o metafore gentili, per descrivere lo status della nostra amata Terra e, strettamente e indissolubilmente collegato ad essa, quello in cui versa l’Uomo moderno.
Molto semplicemente, «il degrado della natura ad opera umana è intimamente connesso alla cultura che modella la convivenza degli uomini», ne è purtroppo lo specchio impietoso del quale però, paradossalmente, l’uomo non si cura, in preda ad una autoreferenzialità dominante su tutto e tutti, ambiente, animali, e suoi simili.
È la cultura dell’uso indiscriminato, dell’abuso e dello sfruttamento a fini egoistici, non solo di cose, ma di esseri viventi. Ciò che risulta evidente è la noncuranza e/o la superficialità che viene utilizzata nel (non) valutare come di pari gravità efferatezze imposte dall’uomo all’ambiente o all’animale in quel momento considerato in utile, temporalmente impediente, inopportuno: esempi utili possono essere un cane abbandonato per strada, un neonato buttato nel cassonetto, una foresta sradicata: non posso andare in vacanza perché al resort non mi accettano Fido, non posso tenere il neonato, mi rovinerebbe la vita, e la foresta va tagliata perché devo arricchirmi con legname e speculazione edilizia.
Non abbiamo capito: il Creato ce lo hanno dato in affidamento, nemmeno in adozione. Non siamo proprietari, ma custodi. Ma l’antropocentrismo dispotico questo non lo riesce a vedere, è anche miope l’uomo: la visione è: non ci può essere cura dell’altro al di fuori del sé.
Arriviamo ad una chiara realtà, paradossale in quanto esplicitata in un’enciclica: non è importante l’origine del mondo, essere connessi con il pianeta esula dalla Fede, parliamo di molecole che per il credente originano da Dio e per l’ateo non so, ma il destino è comune: possiamo pensare che l’ateo possa suicidarsi, danneggiando il pianeta? No certamente, tanto quanto non lo farebbe il credente, perciò tutto questo esula dai diversi credo religiosi.
Come poter anelare alla ricerca del bene comune se quello che viene ricercato è solo il proprio benessere, il proprio utile, il proprio tornaconto?
Un episodio illuminante: bar sotto casa, bevo il caffè seduta a un tavolino sulla strada. A fianco si siede Tizio che mentre ordina, viene interpellato molto gentilmente da Caio, proprietario di un’auto elettrica che stava cercando di ricaricare in un posto a questo dedicato ma occupato da Tizio (che ovviamente non ha un’auto elettrica). Dopo un breve, pacato scambio di vedute, urlato da una parte all’altra della strada, Caio se ne va mestamente a cercare un altro posto per ricaricare la sua auto. Commento di Tizio: «Certo, lui c’ha raggione, ma adesso deve aspetta’, perché io ora devo magna’». Fine dello sketch, peccato non ci sia niente da ridere. E non è una questione di educazione, o di classe sociale, questo è un genere di comportamento che esula dal contesto, è trasversale.
Per i credenti, l’esistenza umana si basa su tre relazioni: con Dio, con il prossimo e con il Creato. Tali relazioni sono state «rotte dal peccato». L’uomo ha rifiutato di ritenersi una creatura limitata, la superbia porta spesso al delirio di onnipotenza, specialmente se sostenuto da una crescente, pervasiva tecnocrazia resa miope dall’utilizzo di un veloce processo di frammentazione del sapere «che spesso conduce a perdere il senso della totalità, delle relazioni che esistono tra le cose, dell’orizzonte ampio, senso che diventa irrilevante».
L’armonia tra uomo e creato si è trasformata in conflitto tra un dominatore/proprietario autoproclamatosi tale ed una Natura che, pur subendo oltraggi e sevizie, non risponde agli ordini impartiti, e reagisce, dalla notte dei tempi, in modi ora in parte anche prevedibili, (grazie alla scienza che l’uomo ha accumulato), ma quasi sempre ineluttabili e incontrastabili.
E allora? Una sintesi della situazione:
«Appena un’energia, una materia, una struttura o una qualsiasi altra cosa emerge nel mondo dell’uomo, vi riceve un nuovo carattere. Non è più semplicemente natura, ma diviene elemento dell’ambiente umano, partecipa della libertà, ma anche della vulnerabilità, dell’uomo, ed acquista perciò molteplici possibilità, sia negative, sia positive». (R. Guardini).
Da ciò che scrive Guardini, si comprende come sia intrinseco e naturale che l’uomo, fin dalla sua comparsa, progetti, si evolva, scopra, comprenda: tutto ciò è insito nella sua natura, lo determina e lo differenzia rispetto agli altri esseri viventi ma il Pianeta che abitiamo deve essere ritenuto un potente alleato, e dobbiamo ricordare che non è un’entità statica, bensì dinamica. Il compito dell’umano allora è quello di programmare il futuro di entrambi seguendo i principi di condivisione di beni e risorse e di corresponsabilità delle scelte che significa rendere conto agli altri di azioni i cui effetti possano su di loro riverberarsi. Evitare perciò di cadere in quell’«inequità planetaria» di cui parla Papa Francesco, «sostenuta e promossa dalla sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza e dimostrata dal fallimento dei Vertici mondiali sull’ambiente».
E si ritorna al dolente e irrisolto punto di partenza: il degrado umano e quello sociale ed etico avanzano di pari passo. L’abuso e lo spreco di risorse sono generati da un atteggiamento sprezzante di valori umani fondanti; tali pratiche, sia direttamente che indirettamente, vanno a colpire miliardi di esclusi a favore di singoli individui, Stati, organizzazioni per i quali privazioni e sofferenze sono solo danni collaterali.
Soluzioni ci sono, e l’appello di Papa Francesco è forte, per questo consiglio a tutti di leggere l’enciclica, per comprenderne il messaggio erga omnes: apertura del dialogo tra tutte le confessioni, tra le scienze, tra i movimenti ecologisti, e prima di tutto, l’umanità deve ricercare la coscienza di un’origine comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti perché per Papa Francesco:
«gli esseri umani capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto. Sono capaci di guardare a se stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà. non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua ad incoraggiare dal profondo dei nostri cuori. Ad ogni persona di questo mondo chiedo di non dimenticare questa sua dignità che nessuno ha il diritto di toglierle».

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