Costretta a guardare un film di guerra per mantenere l’equilibrio familiare, ho finito per trovarmi coinvolta più del previsto. In una scena carica di tensione, tra il crepitio metallico di una radio di bordo, si sente ripetere con angoscia un grido disperato: Mayday, mayday, mayday
Poi, improvvisamente, il silenzio.
Quel momento mi è rimasto impresso. Mi ha colpito al punto da spingermi a cercare di capire cosa significasse davvero quel grido di soccorso. Ho scoperto che il linguaggio delle emergenze, soprattutto quello usato in radio e telegrafia, è molto più ricco e interessante di quanto si possa immaginare.
Il celebre Mayday, ad esempio, deriva da m’aider, ovvero “aiutatemi”. Fu scelto negli anni Venti da un ufficiale radio britannico proprio per la sua semplicità e per essere facilmente compreso sia da anglofoni sia da francofoni. È usato ancora oggi per segnalare un’emergenza grave e immediata, soprattutto in ambito marittimo e aeronautico. Mi sono resa conto, esplorando le origini di questi termini, che gran parte del linguaggio internazionale delle emergenze non ha radici inglesi, come si potrebbe pensare, ma francesi.
All’inizio del Novecento, il primo codice di emergenza usato via radio era CQD. Era stato introdotto dalla compagnia Marconi e, a sua volta, derivava da un’abbreviazione francese. La sigla “CQ” veniva già utilizzata per rivolgersi a tutte le stazioni – un po’ come dire “attenzione generale” – ed era la contrazione di sécurité. La lettera D, aggiunta in seguito, stava per détresse, cioè emergenza o pericolo. Anche in questo caso, nel tempo si sono diffuse interpretazioni alternative come Come Quick, Danger o Seek You Danger, ma non hanno basi storiche reali: si tratta solo di tentativi successivi di attribuire un significato alle lettere.
Quando il Titanic affondò, cominciò a trasmettere proprio il segnale CQD, e solo più tardi passò a SOS, il nuovo codice allora da poco introdotto. La sua adozione era stata stabilita nel 1906 durante una conferenza internazionale sulla radiotelegrafia tenutasi a Berlino. Il motivo del cambiamento era semplice: in codice Morse, CQD risultava troppo simile ad altre combinazioni e quindi poco affidabile in situazioni critiche. SOS fu scelto non per il significato delle lettere, ma per la sua rappresentazione estremamente chiara in Morse: tre punti, tre linee, tre punti. Una sequenza breve, simmetrica e ritmica, impossibile da confondere anche in condizioni di trasmissione difficili.
Proprio questa struttura, …—… (tititi – tatata – tititi) era ciò che rendeva il messaggio così efficace: non corrispondeva a nessuna parola, ma era visivamente e acusticamente inconfondibile.
Quando invece la situazione è seria, ma non mette in pericolo diretto la vita, si utilizza il segnale Pan Pan, che proviene sempre dal francese, in questo caso dalla parola “panne”, che indica un guasto tecnico.
Infine, per le comunicazioni legate alla sicurezza ma prive di urgenza, si usa il messaggio Sécurité, impiegato ad esempio per avvertire di un ostacolo alla navigazione o di una boa alla deriva.
Contrariamente a quanto molti pensano, il celebre segnale SOS non significa Save Our Souls né Save Our Ship.
Il segnale SOS, lungi dall’essere un grido disperato racchiuso in un acronimo, è in realtà una delle più brillanti scelte tecniche nella storia della comunicazione: un codice pensato per essere semplice, inequivocabile e immediatamente riconoscibile. E forse è proprio questa la sua forza.

