ABBIAMO OSPITI/STORIA CONTEMPORANEA – Rapper e cittadinanza

Articolo di Gustavo delli Paoli Carini, Autore Ospite de La Lampadina

Il discorso del rapper portoricano Bad Bunny al Super Bowl, finalissima del torneo di Football Americano e uno degli eventi più seguiti negli Stati Uniti ha, sorpresa sorpresa, fatto infuriare Donald Trump che lo ha accusato di non essere un artista americano. Piuttosto che ripetere ciò che hanno riportato i media del mondo intero, preferisco spiegare la situazione “anomala” fra Stati Uniti e (in particolare) Portorico e la sua origine.
Intanto the Donald ha avuto torto; chi è nato in Portorico è un cittadino americano/statunitense.
Ma in effetti Portorico ha uno strano rapporto con il governo degli Stati Uniti, nato da un misto di economia e… razzismo americani a fine ‘800.
Nel 1880, molte grosse società statunitensi assorbivano il loro competitori per creare giganteschi “trusts” al fine di monopolizzare il mercato nei loro settori di attività. Il più importante era il Sugar Trust (American Sugar Refining Company) che controllava il 95% del mercato dello zucchero! Grazie alla sua pressione, il Congresso varò una legge che eliminava i dazi sull’importazione della materia prima e incoraggiava, incentivandola, la produzione locale.
Ciò spinse i coltivatori americani nelle Hawaii a organizzare un colpo di Stato per destituire l’allora Regina Hawaiana e proporre al Congresso l’annessione delle Hawaii, per farne uno degli Stati Americani, proposta caldeggiata dall’allora P.O.T.U.S (President of the United States) Benjamin Harrison.
Gli hawaiani protestarono violentemente, il nuovo POTUS Grover Cleveland ordinò delle inchieste e solo quando gli succedette William McKinley le Hawaii furono annesse con un voto di fiducia, bypassando il Senato. Intanto era scoppiata la guerra fra Stati Uniti e Spagna.
Il Trattato di Parigi che mise fine alla guerra nel 1899 trasferì il controllo di Cuba, Filippine, Guam e Portorico, tutti produttori o potenziali produttori di zucchero(!) agli Stati Uniti. Si trattava però di creare un sistema che conciliasse la necessità economica di incorporare nuove terre e il problema politico di sormontare l’opinione pubblica maggioritaria, contraria alla parificazione fra bianchi e persone di colore, neri o “marroni” che fossero.
Una Corte Suprema spudoratamente “pro business” stabilì , nel 1901, che “pur non essendo un paese straniero, in quanto di proprietà degli Stati Uniti dal punto di vista internazionale, restavano tale dal punto di vista nazionale. Ciò permetteva agli Stati Uniti di poter legiferare nelle nuove terre, senza però accordare gli stessi diritti e soprattutto senza dover includere i loro cittadini nel “corpo politico” statunitense!
Due mesi dopo McKinley tolse i dazi ai prodotti provenienti dal Portorico e l’industria dello zucchero si affermò fra le più importanti.
Cosa comportò ciò per i portoricani? Nel 1902, Isabel Gonzales, una ventiduenne portoricana incinta arrivò a New York per raggiungere il suo fidanzato, padre del nascituro, ma l’ufficio immigrazione la rimandò indietro, in quanto “alien”, straniera.
Gonzales fece causa al governo americano e nel 1904 la Corte Suprema le diede ragione, non era “straniera”, ma creò una nuova identità per i portoricani; non più stranieri, ma NON cittadini americani. Potranno entrare negli Stati Uniti senza esser considerati migranti, ma non avranno il diritto di voto.
Nel 1917 fu riconosciuta la cittadinanza americana ai portoricani.
Oggi, Portorico, con i suoi 3,2 milioni di abitanti fa parte di una comunità politica (Commonwealth) americana. I suoi cittadini possono essere presenti al Congresso e partecipare ai dibattiti, ma senza diritto di voto. Non pagano tasse federali, ma contribuiscono alla Previdenza Sociale, hanno alcuni benefici federali, ma non tutti.
Da sempre, Business sì, Giustizia un po’ meno. L’attuale presidenza, il Sig. Trump vorrebbe Business unicamente, nessuna Giustizia.

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Domitilla Verga
4 Aprile 2026 9:52

Molto interessante grazie! Sembra quasi che il colonialismo sia nel DNA tanto sia il richiamo ad esso