Grazie a un interesse crescente per l’arte del XXI secolo, sono riuscita, con la complicità di un’interessante iniziativa creata da Ludovico Pratesi e Marco Bassan, Spazio Taverna, ad entrare negli studi di vari giovani artisti sparsi per Roma.
Dopo la pandemia del 2020, con il conseguente lockdown, molti artisti contemporanei si unirono in grandi spazi industriali, per sfuggire all’isolamento, dove condivisero l’inizio del loro percorso artistico. In quel contesto mi sono accorta c
he potevo anche immaginare per me una nuova strada da percorrere: passare dalla creazione artistica all’idea di intraprendere una collezione personale. È stato l’inizio di un bellissimo cammino. Si è così delineato una sorta di triangolo ideale, i cui protagonisti sarebbero stati l’opera, l’artista e me stessa dalla parte del collezionismo. Premetto: non serve ricchezza vera per crearsi la collezione che sto realizzando piano piano. Ci vogliono curiosità, fiducia nell’arte di questo secolo e curiosità condita da passione e un po’ di follia.
Approfitto di questa mia avventura personale per raccontarvi una bellissima storia americana. La storia di Herbert e Dorothy Vogel, una delle vicende più straordinarie nella storia del collezionismo d’arte. Pur non essendo ricchi né appartenendo al mondo delle élite culturali, a differenza della maggior parte dei collezionisti, questa coppia riuscì a costruire una delle più importanti collezioni private di arte contemporanea negli Stati Uniti. Siamo intorno al 1960 e i due giovani aspirano tutti e due a diventare artisti. Herb si iscrive all’Institute of Fine Arts della New York University e Dorothy lo accompagna frequentando corsi di disegno e pittura per condividere i suoi interessi. Ben presto però si rendono conto che provano molta più gioia nell’osservare l’arte degli altri piuttosto che nel produrla. Così lasciano il loro studio a Union Square e si dedicano rapidamente al collezionismo. Herb lavorava come impiegato delle poste, mentre Dorothy era bibliotecaria alla Brooklyn Public Library. Con i loro modesti stipendi da dipendenti pubblici, e vivendo in un piccolo appartamento con una sola camera da letto a Manhattan, riuscirono nell’arco di oltre quarant’anni a raccogliere più di quattromila opere d’arte.
La loro strategia era semplice ma rigorosa. Vivevano con lo stipendio di Dorothy, mentre l’intero salario di Herb veniva destinato all’acquisto di opere d’arte. L’unico vero lusso che si concedevano era l’arte.
Negli anni Sessanta e Settanta il mercato era dominato da movimenti costosi come la Pop Art e l’Espressionismo astratto. I Vogel, non potendo competere con i grandi collezionisti, svilupparono un approccio originale: cercavano artisti emergenti, spesso sconosciuti, e acquistavano direttamente nei loro studi, evitando gallerie e mercanti. I Vogel instaurarono con molti di loro rapporti di amicizia e dialogo: visitavano frequentemente gli studi, parlavano a lungo dei lavori e spesso incoraggiavano gli artisti nelle loro sperimentazioni.
La loro collezione crebbe rapidamente e finì per occupare ogni angolo del loro minuscolo appartamento di circa 40 metri quadrati. Dipinti e disegni coprivano le pareti, sculture erano appoggiate su tavoli e scaffali o appese al soffitto, mentre altre opere venivano conservate in scatole e casse. La coppia stabilì anche una regola pratica: acquistavano solo opere che potessero permettersi, trasportare a casa in taxi o in metropolitana e far entrare nel loro appartamento.
Parliamo di artisti come Sol LeWitt, Donald Judd, Christo and Jeanne-Claude, Chuck Close, and Roy Lichtenstein e tantissimi altri che sarebbero poi diventati figure centrali dell’arte contemporanea. Nel 1992 la collezione diviene troppo grande per la loro casa. I Vogel decidono allora di donarne una parte importante alla National Gallery of Art di Washington. La scelta fu motivata dal fatto che il museo era gratuito e accessibile a tutti, e inoltre non vendeva le opere delle proprie collezioni. Nonostante molte delle opere acquistate a prezzi modesti fossero ormai diventate estremamente preziose, i Vogel non vendettero mai nulla per profitto. La loro generosità continuò negli anni successivi.
Nel 2008 avviarono il progetto Fifty Works for Fifty States, grazie al quale 2.500 opere furono donate a cinquanta musei, uno per ogni stato americano, permettendo a molte istituzioni di esporre arte contemporanea che altrimenti non avrebbero potuto acquisire.
Herb morì nel 2012 e Dorothy nel 2025, lasciando un’eredità culturale straordinaria.
Vi racconto la loro storia perché dimostra che il collezionismo non deve necessariamente essere legato alla ricchezza ma può nascere semplicemente dalla passione, dalla curiosità e dal desiderio di sostenere la creatività artistica. Oggi, la loro raccolta è considerata una delle più importanti del XX secolo, simbolo di amore per l’arte e di dedizione condivisa. Non ho ancora raggiunto i livelli di questa meravigliosa coppia e sicuramente non la raggiungerò mai, ma ho acquisito molti amici, molta gioia e la mia nuova ricchezza è quella che ho conquistato con questi lavori che piano piano riempiono il mio spazio di vita.


Brava Marguerite! Grazie, non li conoscevo, hanno da insegnare .
molto interessante! Sono sempre stata affascinata dai collezionisti. Brava Marguerite