Articolo di Beatrice Cito Filomarino, Autore Ospite de La Lampadina
Qualche anno fa, dopo un’attenta esplorazione del mercato e delle nostre esigenze familiari, acquistammo una nuova auto.
Una volta ritirata, Nico, mio marito, ne elogiò il colore, stando a lui un verde scuro metallizzato, eppure…io vedevo un bigio grigio scuro, scatenando un lungo battibecco fra di noi. Non avevamo mai nominato i colori in modo diverso l’uno dall’altro, dando quindi, ingenuamente, per scontata l’omogeneità delle nostre percezioni. Spinta da quest’episodio, ho cercato di addentrarmi nei misteri della percezione visiva, scoprendo che il processo che inizia dalla retina e giunge sino all’area del cervello deputata alla decodificazione dei segnali visivi è ancora in parte misterioso.
Tendiamo a pensare che la difficoltà a percepire particolari colori, una condizione descritta nel 1780 da John Dalton, che ne soffriva (da cui il termine “daltonismo”), sia circoscritta e palese. Il daltonismo, nelle sue varie declinazioni, è in realtà molto più diffuso di quanto si possa immaginare: il 4-5% dei maschi ha difficoltà a distinguere il rosso dal verde (discromatopsia), causata da un’alterazione dei coni retinici, un fenomeno invece molto più raro nelle donne (sarà anche per questo che la guida delle donne è considerata più sicura?
!). Spesso chi vive questa realtà ne è totalmente inconsapevole ed è chiaro che o io o mio marito abbiamo una discromatopsia! È invece molto più rara l’incapacità di distinguere tutti i colori (acromatopsia), descritta in modo affascinante da Oliver Sacks nel suo libro L’Isola dei Senza Colore, in cui il neurologo studiò l’acromatopsia
degli abitanti dell’isola Pingelap, un piccolo atollo nell’oceano Pacifico, appartenente alla Micronesia, dove il 10% della popolazione vede solo sfumature di grigio.
Gli abitanti di Pingelap, tuttavia, compensano la loro limitazione con una capacità di visione al crepuscolo e notturna superiore a quella dei normo-vedenti, e così i pescatori che non vedono colori sono di gran lunga più abili degli altri nella pesca notturna. Inoltre, chi vede il mondo solo in scala di grigi ha una acuita sensibilità ad altri aspetti visivi come la luminosità, la tonalità, l’ombreggiatura e la trama. Sappiamo anche che la vista e la percezione dei colori sono interconnesse con gli altri nostri sensi, e a Pingelap i “senza colore” compensano la loro interazione con il mondo attraverso una maggiore capacità uditiva, tattile e cognitiva.
Cosa ci dice tutto questo? Che il colore non è una proprietà oggettiva delle cose, ma una costruzione del cervello. A fronte dello stesso oggetto e della stessa luce, guardiamo e vediamo con occhi diversi e ci si aprono quindi mondi diversi. I nostri ricordi, di cui abbiamo già parlato in un altro articolo, la nostra cultura, il nostro linguaggio e il contesto influenzano ciò che vediamo e come lo vediamo, e a volte anche solo se lo notiamo.
Avete mai sentito parlare del caso del vestito blu-nero, diventato un fenomeno virale nel 2015? A seguito di una discrepanza nella percezione di un abito donato da una madre ad una figlia, in vista del suo matrimonio, le due si resero conto di descriverlo attribuendogli colori diversi, in un caso blu e nero, nell’altro bianco e oro. Convinta delle sue percezioni, la figlia postò l’abito su Facebook e poi su altri social, chiedendo ad amici e conoscenti di descriverne i colori, scoprendo che le percezioni si differenziavano proprio come nel loro caso. L’abito divenne rapidamente un meme (sapete cos’è un meme, ovviamente…) e gli hashtags “#whiteandgold”, “#blueandblack”, and “#dressgate” imperversarono su Twitter (all’epoca non ancora X) a lungo. Il reporter Adam Rogers di Wired scrisse un articolo che ottenne oltre 32 milioni di visitatori unici in poco tempo. (clicca qui e leggi l’articolo) A tutt’oggi i neuroscienziati non concordano del tutto sul perché l’abito blu e nero venga percepito da alcuni, ed io fra questi, come bianco e oro.
Forse, allora, la domanda giusta non è chi avesse ragione fra me e Nico sul colore della macchina. Forse dovremmo chiederci quante volte, nella vita quotidiana, litighiamo su ciò che crediamo “evidente”, senza considerare che stiamo guardando lo stesso oggetto con strumenti diversi. E se il colore della nostra auto fosse solo un pretesto? Quante sfumature di grigio – o di verde – ci perdiamo ogni giorno, convinti che il nostro modo di vedere il mondo sia l’unico possibile?
Bibliografia
L’Isola dei Senza Colore e l’Isola delle Cicadine, Oliver Sacks, Adelphi, 1997
The Dress Murdered the Idea of Objective Color, Adam Rogers, Wired, 26/02/2016, https://www.wired.com/2016/02/year-ago-dress-murdered-idea-objective-colors/
La percezione dei Colori tra Pratica e Teoria, Olga Salvoni, TEDx Battipaglia, 2023
Il Colore non Esiste, si Percepisce, Stefano Gandelli, Geopop, 26/11/2022, https://www.geopop.it/percezione-del-colore/


Molto interessante e ben argomentato
C’è un ulteriore aspetto: il linguaggio. Dico “verde” una certa sensazione, ma se una madre daltonica (o con qualsiasi altro difetto) mi avesse detto che era verde tutto quello che gli altri percepivano come un colore diverso, avrò un linguaggio quanto meno “molto personale”?