Qualche anno fa, nel 2013, quando la nostra Lamp muoveva i primi passi, una sera con Lalli e Beppe Zezza ci siamo chiesti: ma è davvero così difficile scrivere un libro? Perché non provarci in tre?
L’idea era nata quasi per gioco: i viaggi in Cina, il fascino un po’ misterioso di quei luoghi, i ricordi dei romanzi di Pearl S. Buck che avevamo divorato anni prima… e così abbiamo iniziato a scambiarci capitoli. Divertente, sì, ma complicato: tre stili diversi, tre ritmi diversi. Dopo qualche mese, tra molte risate, il progetto si è fermato.
Qualche giorno fa, rovistando tra vecchi file, ho ritrovato quel materiale. Un po’ datato, certo, ma ancora vivo. L’ho riordinato: i primi dieci capitoli, più o meno, come li avevamo scritti allora, poi altri quindici che ho completato seguendo uno schema che poteva proseguire su quello originario. Con l’aiuto dell’IA ho dato fluidità e coerenza al tutto.
Questi sono i primi due capitoli.
Attendiamo commenti!
Carlo
CAPITOLO 1 – Il cancello blu
Via Barnaba Oriani, un silenzio che non apparteneva al resto di Roma.
Non era il silenzio dei quartieri popolari, fatto di pause tra un motorino e l’altro.
Era un silenzio studiato, costoso, mantenuto da giardinieri invisibili e da portieri che parlavano sottovoce.
Un silenzio che diceva: qui non succede mai nulla che non debba succedere.
Giorgio camminava piano, come se volesse rispettarlo.
Aveva lasciato lo Scarabeo alla Balduina all’alba, aveva bevuto un caffè troppo caldo e troppo amaro, e si era diretto verso i Parioli senza un vero piano.
O almeno così si raccontava.
In realtà, da quando aveva ricevuto quella mail da Genova, qualcosa gli si era messo a girare in testa come un ingranaggio che non voleva fermarsi.
Un container cinese caduto dalla gru..
Strani oggetti metallici.
Scaglie marroni, forse resina.
E un’etichetta sbiadita:
“China Internat Company – v. B.O. 5 Rome”.
Aveva passato la sera precedente a scorrere mappe, archivi, vecchi elenchi civici.
L’unico indirizzo possibile era quello davanti a cui si trovava ora.
Giorgio si fermò all’angolo, fingendo di controllare il telefono.
In realtà osservava.
Era un talento che aveva ereditato da suo padre, scrittore di gialli e maestro nell’arte di leggere le crepe nei volti delle persone.
Da bambino, durante le passeggiate, il padre gli indicava sconosciuti e gli chiedeva:
“Che cosa nasconde?”
Giorgio non aveva mai smesso di farsi quella domanda.
Un SUV nero passò lento, quasi sospettoso.
Un uomo in doppio petto grigio parlava al telefono con un tono che non ammetteva repliche.
Una signora elegante trascinava un barboncino che sembrava più annoiato di lei.
Un cameriere in giacca a righe blu e verdi portava a spasso un cane enorme, con l’aria di chi preferirebbe essere altrove.
Tutto normale.
Troppo normale.
Stava per accendersi una sigaretta quando il cancello automatico della villa si aprì con un ronzio basso, quasi un sospiro metallico.
Il suono lo attraversò come una scossa.
Si voltò.
La villa era una costruzione anni Cinquanta, elegante, perfetta, circondata da un muro alto che lasciava intravedere solo il piano superiore.
Un giardino curato con una precisione quasi ossessiva si apriva dietro il cancello.
Dal vialetto comparve una Lancia Thema blu, lucida come un’arma appena pulita.
Motore acceso.
Vetri scuri.
Un autista asiatico in giacca bianca teneva la portiera aperta con un guanto nero — non un guanto da autista, un guanto da chi non vuole lasciare tracce.
Poi uscirono loro.
L’uomo era alto, elegante, vestito di un blu impeccabile.
Camminava con la calma di chi è abituato a essere obbedito.
La donna che lo seguiva era un taglio di rosso nel grigio della strada: abito stretto, gambe lunghe, occhi neri che non guardavano mai davvero.
Una bellezza malese, pensò Giorgio, ma con qualcosa di più tagliente.
Una bellezza che non si dimentica. La portiera si chiuse con un tonfo secco.
La Thema sgommò via, lasciando nell’aria un filo di fumo e una domanda che gli si piantò in gola.
Giorgio rimase immobile.
La sigaretta tra le dita.
Non la accese.
Non ne aveva più bisogno.
Aspettò che il cancello si richiudesse, poi fece qualche passo indietro e si avvicinò alla siepe.
Non era il tipo da sbirciare nelle case altrui, ma questa non era una casa qualunque.
Una finestra al primo piano si spalancò.
Un cameriere in giacca a righe parlava con qualcuno alle sue spalle.
Poi apparve una ragazza bionda, giovane, con un bambino in braccio.
Il bambino aveva occhi a mandorla e capelli neri.
Rideva.
Le tirava i capelli.
Lei gli rispondeva in italiano.
Poi sparirono.
La finestra si richiuse.
Giorgio sentì un brivido.
La famiglia non era quella che sembrava.
E lui voleva — doveva — saperne di più.
Si allontanò lentamente, fingendo indifferenza.
Ma mentre raggiungeva la curva, ebbe la netta sensazione di essere osservato.
Non da una persona.
Da una casa.
Si fermò un istante, come se avesse dimenticato qualcosa.
Guardò il marciapiede, il muro, il cancello.
Nulla.
Eppure…
Infilò la mano in tasca per prendere il telefono.
Questo vibrò.
Un messaggio del collega di Genova.
“Giorgio, dobbiamo parlare. Subito.”
Il caso, quello vero, era appena cominciato.
E lui era già dentro…..
CAPITOLO 2 – Chen: l’uomo che non doveva sbagliare
La Lancia Thema blu scivolava lungo via Zandonai come un animale addestrato a non fare rumore.
Chen sedeva sul sedile posteriore, la schiena dritta, le mani appoggiate sulle ginocchia, lo sguardo fisso davanti a sé.
Non parlava.
Non si muoveva.
Non tradiva nulla.
Solo una piccola ruga, appena accennata tra le sopracciglia, diceva che qualcosa lo stava consumando.
La telefonata del mattino gli aveva lasciato un sapore amaro in bocca.
Un container proveniente dalla Cina aveva avuto un incidente nel porto di Genova.
Qualcosa ne era uscito.
Materiale sensibile.
La Finanza aveva già stilato un rapporto.
Non poteva permettersi errori.
Non ora.
Non dopo tutto quello che aveva costruito.
Doveva controllare personalmente, sarebbe andato la mattina stessa a Genova dopo aver lasciato Mau in centro a Roma.
Accanto a lui, Mau guardava fuori dal finestrino.
La luce del mattino le accarezzava il viso, rendendo ancora più evidente quella bellezza che lo aveva stregato anni prima.
Chen la osservò di sfuggita.
Era sempre stata un enigma per lui.
Una donna che sembrava appartenere a due mondi e a nessuno.
Una donna che aveva scelto lui, o almeno così gli piaceva credere.
L’auto rallentò davanti ai suoi uffici.
Chen strinse la mano di Mau — un gesto che non avrebbe mai fatto da giovane, ma che a Roma gli veniva naturale — e scese senza dire una parola.
Piao, l’autista, lo salutò con un inchino appena accennato.
Erano cresciuti insieme, avevano condiviso fame, freddo, paura.
Ora uno era il capo di un impero, l’altro il suo uomo più fidato.
Mau fu accompagnata verso via Borgognona.
Prove di vestiti, come sempre.
Una routine che Chen considerava un lusso necessario: una donna come lei doveva apparire impeccabile….
Quando Chen era nervoso, la sua mente tornava sempre allo stesso luogo: la foresta di pini del Guangdong.
Il rumore della resina che colava nei vasetti.
Il caldo soffocante.
Il padre che tornava a casa la sera, piegato dalla fatica, ma con un sorriso che cercava di nascondere la disperazione.
La loro casa era poco più di una baracca, costruita da Xin, suo padre, seguendo i principi del Feng Shui.
Nessuna finestra a nord.
Letti separati da paraventi sottili.
Una buca scavata dietro casa come latrina.
Un pozzo che dava acqua torbida, ma era tutto ciò che avevano.
Chen ricordava il russare degli adulti, i sussurri, i movimenti nella notte.
Ricordava la fame.
Ricordava la vergogna.
E ricordava la rivoluzione culturale.
Suo padre, un tempo quando il padre era insegnante elementare, era stato costretto a inginocchiarsi davanti ai suoi stessi alunni.
A chiedere scusa.
A farsi insultare.
A farsi colpire.
Chen aveva sei anni.
E aveva capito che il mondo non era un posto giusto.
Fu Cyn a cambiargli la vita.
L’autista cinese di un diplomatico italiano.
Un uomo che lavava la macchina con una cura quasi religiosa, anche quando pioveva.
Chen lo aveva incontrato per caso, in un vicolo laterale.
Aveva sedici anni, era magro come un ramo secco, e cercava un lavoro qualsiasi per aiutare la famiglia.
Cyn gli aveva offerto qualche moneta per lavare l’auto.
Poi gli aveva offerto una minestra calda e un idea:
«In Europa potresti fare fortuna», gli aveva detto.
«Qui non farai altro che morire lentamente.»
Chen aveva riso.
Poi aveva smesso di ridere.
Poi aveva promesso di pensarci.
Ci pensò per mesi.
Ogni notte.
Ogni mattina.
Ogni volta che vedeva suo padre tornare a casa distrutto.
Quando decise di partire, non lo disse a nessuno.
Non salutò nessuno.
Non guardò indietro.
La Thema si fermò davanti all’aeroporto di Fiumicino.
Chen scese, controllò l’ambiente con un colpo d’occhio rapido — un’abitudine che non aveva mai perso — e si avviò verso l’ingresso.
Non prese il suo jet privato.
Non voleva dare nell’occhio.
Genova richiedeva discrezione.
Il volo era pieno a metà.
Chen si sedette al suo posto, allungò le gambe, chiuse gli occhi.
Avrebbe voluto fumare.
Avrebbe voluto bere.
Avrebbe voluto essere altrove.
Ma il container lo aspettava.
E con esso, un rischio.
All’arrivo, Yan lo accolse con un sorriso largo e un inchino profondo.
Yan era il suo uomo a Genova.
Lavorava in una casa d’aste, aveva contatti ovunque, sapeva come muoversi.
«Il finanziere è quasi nostro», disse Yan mentre si avviavano verso l’uscita.
«Si chiama Ugo. Ha famiglia, problemi economici. È… malleabile.»
Chen non rispose.
Non gli piacevano gli uomini malleabili.
Gli piacevano quelli affidabili.
E Ugo non lo era.
Fuori dall’aeroporto, l’aria di Genova aveva un odore diverso.
Di mare.
Di ruggine.
Di segreti.
Chen inspirò profondamente.
Era pronto.
O almeno sperava di esserlo.


Ci hai incuriosito quindi vai avanti
Giulietta