ABBIAMO OSPITI/ – NEUROSCIENZE – Perchè il tempo vola, tranne quando hai fretta. Breve guida neuroscientifica alle ore elastiche

Articolo di Beatrice Cito Filomarino, Autore Ospite de La Lampadina

Ieri mattina ero alla Stazione Tiburtina, in attesa del treno 9924 che avrebbe dovuto portarmi a Milano in tre ore. Guardo il tabellone: 5 minuti di ritardo. Poco male. Poi diventano 20, 30, 40, 60… fino a 140. E infine 180!
Nel frattempo, credo di aver controllato l’orologio almeno cinquanta volte. Il tempo non passava mai. Le mie ginocchia iniziavano a protestare e ogni minuto sembrava avere un peso specifico tutto suo. Qualche ora dopo (troppe!) però, ero a Milano, a festeggiare i 70 anni di mio fratello, circondata da familiari e amici. E lì, la serata è volata. Non ho mai guardato il mio Swatch.
Stesso giorno, stesso cervello. Due esperienze opposte del tempo. E allora viene da chiedersi: cos’è successo davvero a quelle ore?
Spoiler (pare si dica così!): il tempo non è cambiato. È cambiato il modo in cui il mio cervello lo ha costruito. Perché il tempo, almeno quello che viviamo, non è qualcosa che si limita a scorrere. È qualcosa che il cervello interpreta, rielabora e, a volte, distorce.
Una dimostrazione affascinante arriva da un esperimento tanto semplice quanto geniale: il cosiddetto oddball effect.

In uno studio del 2004, il neuroscienziato David Tse ha mostrato ai partecipanti una sequenza di immagini tutte uguali, intervallate da una diversa. Risultato? L’immagine “strana” veniva percepita come più lunga, anche se durava esattamente quanto le altre. Il tempo non si era dilatato. Era l’attenzione ad averlo fatto.
Secondo il modello proposto negli anni ’60 dallo psicologo Michel Treisman, il cervello funzionerebbe un po’ come un orologio interno: una sorta di “contatore” che accumula impulsi. Più attenzione prestiamo al tempo, più impulsi registriamo e più lungo ci sembra l’intervallo. Ecco perché l’attesa in stazione può trasformarsi in un’esperienza quasi esistenziale: non succede nulla, quindi il cervello si concentra sul tempo che passa. E ogni minuto, improvvisamente, pesa. Al contrario, quando siamo immersi in qualcosa che ci coinvolge davvero, accade l’opposto.
Lo psicologo Mihály Csíkszentmihályi ha chiamato questo stato “flow”: una condizione in cui siamo così concentrati da perdere completamente la percezione del tempo. In uno studio del 1990, ha osservato che le persone in stato di flow tendevano sistematicamente a sottostimare la durata delle attività. Traduzione: quando stiamo bene, il cervello smette di controllare l’orologio.
Riuscite a ricordare qualche vostro momento di flow?
A me, da giovane, succedeva, ad esempio, quando sviluppavo le mie fotografie in camera oscura, dove mi capitava spesso di scambiare ore per minuti!
Fin qui, però, abbiamo parlato del tempo mentre accade. Ma c’è un secondo livello, ancora più sorprendente: il tempo che ricordiamo.
Ripensando a ieri, l’attesa in stazione mi sembra lunghissima. Ma la serata? Densa, piena, quasi espansa. Negli anni ’60, lo psicologo Robert Ornstein propose un’idea semplice e rivoluzionaria: la durata percepita dipende dalla quantità di informazioni immagazzinate. Più un’esperienza è ricca di dettagli, più spazio occupa nella memoria, e più lunga ci sembra a posteriori. Studi più recenti, come quelli del neuroscienziato David Eagleman, confermano questa intuizione: quando siamo esposti a qualcosa di nuovo, il cervello registra più informazioni. E questa “densità” di ricordi, nel momento in cui li richiamiamo, espande il tempo. Ecco perché, da bambini, le estati sembravano infinite. Non era (solo) magia. Era neuroscienza.
Nei primi anni di vita, tutto è nuovo: luoghi, parole, esperienze. Il cervello è in modalità di esplorazione continua. Crescendo, invece, le giornate iniziano ad assomigliarsi. E il cervello, per efficienza, smette di registrare ogni dettaglio. Meno novità, meno memoria, meno tempo.

C’è anche un’altra ipotesi, più controintuitiva, proposta da Adrian Bejan: ogni anno rappresenta una frazione sempre più piccola della nostra vita complessiva. A dieci anni, un anno rappresenta il 10% della nostra esistenza; a cinquanta, solo il 2%. Come se il tempo non solo passasse, ma si “accorciasse”.
Naturalmente, in tutto questo non poteva mancare la chimica. Neurotrasmettitori come la dopamina, coinvolta nella motivazione e nella ricompensa, giocano un ruolo chiave nella percezione del tempo. Studi su pazienti con malattie neurologiche mostrano che le alterazioni nei suoi livelli possono modificare la velocità dell’orologio interno. In altre parole: il tempo passa anche attraverso la biochimica.
A questo punto, la domanda diventa inevitabile: possiamo farci qualcosa? In parte sì. Non possiamo rallentare il tempo reale (nemmeno in stazione), ma possiamo influenzare quello percepito. Cercare esperienze nuove, cambiare routine, prestare attenzione ai dettagli: sono piccoli modi per “allungare” il tempo, almeno nei nostri ricordi. Perché in fondo il tempo non è solo quello che passa. È quello che riusciamo a trattenere.
E voi? Quando è stata l’ultima volta che cinque minuti vi sono sembrati un’eternità?

Bibliografia

Filmografia

Cosa vedere per continuare a giocare con il tempo, anche fuori dal cervello:

  • Inception, Christopher Nolan (il tempo si dilata e si stratifica nei sogni)
  • Interstellar, Christopher Nolan (tempo fisico vs tempo vissuto)
  • Groundhog Day, Harold Ramis (la ripetizione che altera la percezione del tempo)
  • Arrival, Denis Villeneuve (tempo e linguaggio)
  • Boyhood, Richard Linklater (il tempo che scorre quasi senza che ce ne accorgiamo).
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