Racconto di Rosemarie Tasca, Autore Ospite de La Lampadina
Per sempre è composto da tanti adesso (Emily Dickinson)
È molto più importante essere interessati che essere interessanti (Jane Fonda)
Io penso positivo perché sono vivo (Jovanotti)
Sogna come se dovessi vivere per sempre, vivi come se dovessi morire oggi (Oscar Wilde)
Voglio essere viva da viva (trovato da qualche parte)
Tutte queste citazioni hanno un minimo comun denominatore che le lega: la vita. Parole che da anni sono le regole del mio modus operandi, modus vivendi, modus cogitandi, non si dice così forse ma si capisce bene cosa intendo perché come dice Virginia Wolf: “…fai tutti gli errori di stile, grammatica, gusto, sintassi. Riversa in massa. Rovesciati con tutte le parole che riesci a cogliere…” perciò io rovescio.
Dopo tanto scavare per oltre quattro ventenni torno a scavare per “riversare” su queste pagine un evento molto significativo: la vecchiaia. Molto è già successo: non tutto…ma il più. Il tempo che mi resta da vivere si è talmente ridotto che voglio che ogni minuto sia un “ancora”. Parto dallo stupore non solo di esserci arrivata ma anche dallo stupore che essa comporta. Ora in queste pagine la esplorerò con la torcia nei cunicoli più tortuosi perché io della vecchiaia mi sono appropriata per farne quello che voglio.
Intanto vorrei affermare che questo dovrebbe essere un tempo della vita risolto. Salute permettendo, un po’ di soldi permettendo e carattere permettendo. Tutto diventa più semplice, perché il pensiero angosciante della lotta quotidiana non intralcia più. I traumi del passato sono per lo più esorcizzati, puoi potenziare tutte le curiosità per le quali ti è mancato il tempo.
Ma incominciamo dall’inizio. I primi sintomi sono i piedi. Quando ti giri su te stesso per prendere un bicchiere e inizi a fare dei passetti piccoli, ravvicinati e non ti giri più di scatto come facevi prima è fatta! Questo è un sintomo classico: hai paura di inciampare nella zampa della sedia della cucina che sporge, di ingarbugliare i piedi nei tuoi stessi piedi, cerchi di evitare l’angolo del tappeto arricciato. Infine raggiungi l’obbiettivo: bevi il tuo sorso d’acqua sapendo che il dottore ti ha detto di bere 2 litri d’acqua al giorno e a te non va affatto, quindi vaffanculo, bevo quello che mi pare. Sono diventata sempre più giovane negli anni, a 60 anni ero al culmine della mia efficienza, esuberanza, grinta, e chi più ne ha più ne metta meno il sesso, ma avevo in mano la mia libertà che ho conquistato con i denti e con le unghie. A 60 anni ho scoperto cose di cui non avevo idea, la principale: vivere con la mente scevra da preconcetti e soprattutto senza un uomo al mio fianco, come aveva programmato per me mio padre. Pensavo finalmente come volevo io e non come volevano gli altri.
Accanto al mio lavoro, ho iniziato a esaudire il desiderio di una vita: la vita nel tempo libero doveva essere: leggere in una comoda poltrona, scrivere tutto quello che mi veniva in mente. Si deve avere un progetto per la vecchiaia e il mio era quello ed è quello che faccio. E ho scritto, un romanzo, inizialmente non pensavo che potesse piacere o non piacere, ma piacque ai miei primi lettori di bozza e io avevo raggiunto un obbiettivo che non era soltanto scrivere ma anche la soddisfazione di “essere letta”. Finché un giorno diedi da leggere la mia bozza a mio fratello: in qualità di “amico” mi aveva detto con tono suadente e io per quanto riluttante, gli credetti e lui lo commentò così: <<sei una pazza>>. Fu la fine di un’importante relazione, non sono riuscita ad andare neanche al suo funerale.
Ma Simone de Beauvoir dice che donna si diventa e io non ho desistito. Lì per lì ho riposto la mia bozza del libro nel fondo della scrivania. Ho cercato di dimenticarlo per un po’. Poi un giorno, forse uno o due anni dopo, l’ho timidamente ripreso in mano, riletto, corretto, l’ho fatto leggere a qualche amica disponibile e infine dopo tagli e correzioni ulteriori ho deciso di mandarla in giro per l’Italia a varie case editrici. Tutte risposte negative, finché un giorno una gentile casa editrice di Palermo ci ha creduto e me lo ha pubblicato. Avevo 76 anni. Eh cazzo! ce l’avevo fatta.
Invecchiando ho incontrato l’adolescenza che mi era mancata, l’adolescenza che mi era stata negata. Il mio mentore, mio padre, mi aveva istruita per sognare una vita da sposa perfetta. Non sapevo niente della vita e mi sposai. Ma il pensiero era in cima ai miei pensieri ed ero curiosa. Questo mi ha salvato, ritengo.
Molto presto, nel silenzio del mio quotidiano, mentre osservavo gli altri scoprii che il pensiero era il mio compagno, nessuno poteva interferire, condizionare forse, ma potevo pensare in libertà, ma lui mi diceva che ero ignorante, che non ero all’altezza di fare una conversazione da adulta, quindi meglio tacere.
E io pensavo, ascoltando il ronzìo delle parole dei grandi guardando le foglie dei tigli fuori dalla finestra. Quando ho incontrato le amicizie femminili ho iniziato un percorso miracoloso che mi ha aperto un varco verso una strada che a sua volta mi ha aperto un mondo. Ho piantato lì il sogno della sposa perfetta e dopo la più violenta delle separazioni è successo di tutto di più. Leggevo tanto e avevo scoperto che esisteva molto altro, gli incontri tra donne per esempio e la novità era sentirmi ascoltata. Era il tempo dei week end da Isabella, a Corbara.
Ero finalmente libera esprimere la mia opinione. La mia mente rimuginava i discorsi fatti con lei e le sue amiche, le considerazioni sulla vita, sulla tolleranza, sulla compassione. Parlavamo, cioè loro parlavano di letteratura, di modi di affrontare le problematiche della vita, di comportamenti, dell’importanza di non criticare sempre gli altri, dell’introspezione. Erano temi che mi affascinavano e benché Isabella e le sue amiche fossero molto più grandi di me, almeno di dieci anni, io le osservavo e le ascoltavo con avidità: erano belle e avevano una testa feconda, creativa.
Le lasciavo parlare, loro erano donne colte, che frequentavano intellettuali come Patrizia Cavalli, artisti. Io assorbivo tutto.
Le donne diventarono per me il respiro. Le donne insieme possono essere una forza eccezionale. Di uomini pochi o zero. Loro non s’interessavano a questi argomenti, <<così come gli uomini sono “fuori”, la donna è “dentro”, nella testa e negli apparati genitali>> parole di Francesca Romana, scrittrice e mia grande amica.
La ricerca di uomini per essere accompagnata fuori a cena o al cinema venne sempre più sostituita da cenette con una o due o tre amiche con cui in sinergia totale si poteva discutere dei minimi, massimi, medi sistemi in allegria davanti a una buona bottiglia di vino. In concreto mentre mi avviavo anagraficamente verso la vecchiaia, mi avviavo contemporaneamente verso una vita giovane mai vissuta veramente, grazie alle donne.
Gli anni passavano in fretta, ora addirittura le settimane volano chi lo sa perché, non si fa a tempo ad iniziare la settimana che è già domenica. E io ho fatto una scelta storica e anche eroica, sono andata a vivere con una donna dieci anni più giovane di me, insieme al mio cane dall’oggi all’indomani tanto ero stufa di aspettare ancora un incontro con un uomo per una complicata fetta di amore. Tinder ancora non esisteva e poi io Tinder? Non credo.
Poi il cane è morto, vecchio, e ora abbiamo due gatte.
E qui subentra il discorso fondamentale della tolleranza. La convivenza obbliga a diventare tolleranti. Per esempio io preferisco i cani ai gatti. Ora però mi piacciono anche le nostre gatte. Non è l’età che ci porta a diventare tolleranti e flessibili. È un errore pensarlo. Se impari ad ascoltare e diventi più attento all’altro, si vive meglio perché l’altro è il tuo specchio, non il tuo antagonista.
Riuscire ad invecchiare bene è una fortuna, per me è l’evento più significativo del mio ultimo ventennio. Non ho voluto più vivere da sola ad un certo punto, ho trovato chi la pensava come me e malgrado un po’ di riluttanza iniziale è andata bene, l’esperimento dura da 16 anni e Bingo! La vita solitaria può essere una scelta, certo. Ti puoi riempire l’esistenza di quello che ti piace. La solitudine no. La solitudine invece è una sofferenza. È una condizione in cui ti puoi trovare per sfortuna o per scelta caratteriale, per non avere saputo intrecciare bene relazioni affettive, quindi ti arrocchi tra quattro mura, ti siedi davanti alla TV, ti addormenti davanti alla TV, non chiami neanche un amico, sei solo con te stesso e vuoto e continui il tuo percorso incurante dell’esistenza degli altri. Con Isabella dicevamo proprio questo:<<cerchiamo di non invecchiare insofferenti sennò rimaniamo sole>>. Vivere in due è stata una scoperta stupefacente. Certamente per invecchiare bene ti devi amare. Tutto incomincia dall’amore che si ha per sé stessi.
I primi libri che ho letto e che mi hanno aperto uno spiraglio sono stati: Essere o Avere di Fromm e Il Profeta di Kalilh Gibran. Avevo 25 anni. Quando mio marito ha visto che leggevo questi libri mi ha detto che erano tutte cazzate. I primi tentativi di scrittura furono i miei diari. Ho scritto il mio primo diario a 8 anni. Da giovane sposa, non potendo esprimere i miei pensieri ad alta voce, li scrivevo. Tra i 20 e i trent’anni ho scritto tanto. Forse potevano diventare importanti come i diari di Silvia Plath. Eh già. Ma che ne sapevo? Tant’è che quando mio marito ha scoperto che scrivevo mi ha detto che se lo amavo, come dicevo, perché ancora lo dicevo, li dovevo bruciare. Una sera, sono salita nella nostra camera da letto dove li conservavo in fondo ad un cassetto della scrivania, sono tornata in salotto mentre lui mi divorava con gli occhi ossessionati dal suo dominio assoluto sopra di me e un bicchiere di whisky in mano. Li ho bruciati, li ho buttati nel caminetto del salotto mentre dentro di me il mio cuore scoppiava insieme ai miei amati bloc notes da stenografi. Peccato. C’erano tante riflessioni, pensieri, considerazioni che oggi rileggerei volentieri. C’era anche la bellissima storia di un salumaio che mi serviva al mercato di Colleferro dove io a vent’anni andavo a fare la spesa con la mia bambina in braccio appoggiata sul fianco. Allora non si usava andare al supermercato, non esistevano. Ero molto carina, anche la mia bambina lo era, e lui era giovane, bruno, occhi neri che mi fissavano inquieti mentre affettava il mio prosciutto e mi serviva il pane e altro. Quando arrivavo lo vedevo da lontano che dava gomitate al padre e al fratello perché mi doveva servire lui a tutti i costi. Avrà avuto la mia stessa età. Mi piaceva quest’attenzione. Piuttosto mi emozionava. Ricordo ancora ogni particolare. Poi mi mandò delle lettere anonime, me le faceva trovare nella macchina parcheggiata e sempre aperta che lasciavo davanti al mercato, ero certa che fossero sue. E io le leggevo come una tredicenne alle prime prese con quell’amore tenero e giovane che sconoscevo. Dicevano cose dolci e piene di errori di ortografia, scritte a stampatello. Audace il ragazzo. Mio marito non arrivò mai a leggerle perché io le strappavo prima di tornare a casa e forse nemmeno i diari. Non ho mai appurato.
Vivere in due da vecchi è molto utile, si trova la luce accesa quando si torna a casa, si sente il profumo di una minestra di fagioli che bolle in pentola e già ti metti di buon umore. Ci si aiuta in tutto, anche a ricordare le cose che non guasta.
Ma è anche un lavoro di tolleranza dove perfino i silenzi hanno un peso che può essere leggero se lo sai usare. Si può stare in silenzio per ore.
La pandemia ci ha insegnato che esiste un tempo per spazi mentali enormi e spazi fisici ridotti. Ritmi allungati fatti di piccole cose. Oltre il lockdown c’era il calm-down, rallentare ogni movimento: tanto che fretta c’è? Il tempo passava senza guardare mai che ora fosse perché non c’era nessun appuntamento se non con la fame, con la spesa, con la pulizia della casa, con la pipì del cane, grazie al quale si prendeva una boccata d’aria. E poi gli incontri di canti sui balconi alle 18 per tenersi su di morale insieme a tanti sconosciuti e gli aperitivi online con le amiche.
Si può essere molto infelici da vecchi, certo, disperati, depressi, ma si può provare ad essere anche felici di vedere la luce riapparire dalla finestra ogni mattina.


Grazie, quanto fuoco in questo racconto, come in quel camino..! Ho letto il libro “Questioni di ali” dopo la presentazione all’ Auditorium di Roma. Bellissimo, grazie
Flaminia Kojanec Carafa d’Andria
Grazie davvero per le belle parole
Piacevolissima lettura, vedo che è molto più facile una convivenza en amitié fra donne anziché fra uomini. Io sono vecchio (anziano è troppo poco), divorziato, figli lontani.vivo bene da solo perché ho un bellissimo club di golf a 500 m da casa, dove mangio a pranzo, vedo gli amici, gioco a carte (da 2 anni la lombosciatalgia mi impedisce di giocare a golf)ed è il fulcro della mia vita sociale
Mai e poi mai mi cercherei un flatmate, neppure fra gli amici più cari! Perfino la mia colf va a dormire a casa sua! Forse se avessi una casa enorme, chissà, ma condividere 80mq è assolutamente impensabile!
Caro Emilio, le parole che hai scritto mi commuovono. Ognuno sa come deve vivere. Tutto è talmente personale. Spero di incontarti alla prossima presentazione. E che la tua sciatalgia ti permetta di venire.