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La Lampadina - n. 101 ::: Marzo 2021

Cari Lettori, 
archiviato il numero 100 della nostra Periodica Illuminazione mensile, eccoci già a marzo, brioso e variabile: cambia il tempo velocemente, al ritmo della mutevolezza cromatica delle nostre regioni.
In questo numero il fil rouge è "il punto di vista". Mai univoco, è sempre soggettivo, legato a retaggi di abitudini, di storia, di ideologia politica, di credo religioso. È vittima del pregiudizio, minato dalla dietrologia, ferito dal negazionismo, usato troppe volte artatamente per confondere, ingannare, convincere, denigrare. Ma quando è sostenuto dalla verità, dalla correttezza, e dall'onestà, dalla mancanza totale di utilitarismo, quando è disinteressato e umile, quando si appoggia all'etica piuttosto che alla ricerca ossessiva del consenso, ecco che tutto sembra più chiaro, più semplice e cristallino. Diviene condivisibile dai Più, suffragato dal coraggio dell'affermazione di dati incontrovertibili, non commentati e orientati, solo dati magari scomodi, che confutano situazioni, accadimenti e realtà innegabili del passato e del presente.
Raccontateci il Vostro punto di vista. Andate a ricercare negli articoli quando e da cosa è stato pregiudicato!
Buona lettura 
ICH


Lunedì, 08 marzo 2021

Ciao,
oggi la nostra Lampadina si accende su:


CULTURA – Nicolas Chauvin, chi era costui?
Articolo di Beppe Zezza

“Sciovinismo” è un termine vagamente dispregiativo che si sente usare spesso, per indicare una degenerazione del pensiero della quale, si dice, i francesi in particolare siano affetti.
La Treccani lo definisce: Nazionalismo esclusivo ed esaltato, che si esprime in un’aprioristica negazione dei valori e dei diritti degli altri popoli e nazioni, per estens., campanilismo, spirito di parte gretto e intransigente.
Come Marxismo viene da Marx, sciovinismo proviene da Chauvin, Nicholas Chaivin.
Chi era costui?
La descrizione più dettagliata del personaggio la fa Jacques Arago, un giornalista scrittore e disegnatore francese della prima metà dell’800: Nicolas Chauvin, nato nel 1770 a Rochefort. Soldato a diciotto anni, ha fatto tutte le guerre della Rivoluzione francese e le campagne napoleoniche. Ferito diciassette volte, ferite tutte ricevute sul davanti, ha subito l’amputazione di tre dita, la frattura di una spalla e ha il viso sfigurato da una granata. Grande estimatore di Napoleone dal quale è stato premiato con una sciabola d'onore, un nastro rosso e duecento franchi di pensione, “riposa al sole nel suo paese attendendo che una croce di legno protegga la sua tomba”.
La sua dedizione all’Imperatore e il suo patriottismo sono stati oggetto di numerose opere teatrali e di vaudevilles dell’Ottocento. Perfino Alphonse Daudet, l’autore di Tartarin di Tarascona, gli ha dedicato uno scritto.
Così Nicolas Chauvin, il contadino-soldato, è divenuto famoso in tutto il mondo. Dal suo nome è derivato il termine originario “chauvinisme”  tradotto in  tutte le lingue: in italiano “sciovinismo”, in inglese “chauvinism”, in tedesco “chauvinismus”, in spagnolo"chauvinismo" ecc. Poiché mi era praticamente sconosciuto, spinto dalla curiosità, ho cercato di saperne di più. Ho scoperto che…. Nicolas Chauvin fisicamente non è mai esistito. Si tratta infatti di un “personaggio letterario” nel quale si cristallizza il mito del contadino -soldato!
Un universitario francese, tale Gérard de Puymège, per la sua tesi di laurea in scienze politiche gli ha dedicato un grosso lavoro di ricerca. La conclusione, priva di qualsiasi ombra di dubbio, al quale è giunto è stata: non è mai esistito alcun uomo rispondente al nome di Nicolas Chauvin.
È interessante notare come, ancora oggi, l’Enciclopedia Britannica, la più antica Enciclopedia in lingua inglese – secondo quanto si legge su internet – lo definisce “soldato francese”. (L’edizione italiana di Wikipedia prudenzialmente annota invece  “molto probabilmente immaginario”).
Il de Puymege ha ricondotto la “nascita” del mito Chauvin aIla compilazione di un certo numero di archetipi attribuiti ai soldati napoleonici e ripresi da scrittori, poeti e storici.
Secondo il de Puymege, Chauvin è un'espressione rinnovata del mito del contadino-soldato, già presente nell’antichità ad esempio nella figura di Cincinnato, l’agricoltore chiamato alla salvezza di Roma assediata dai nemici. Questo mito è stato rivalutato nel secolo dei Lumi in particolare dai fisiocrati  e da Rousseau con l’esaltazione del lavoro agricolo e messo al centro della struttura sociale per la considerazione che ha nei confronti della proprietà e della nazione.
Nicolas Chauvin è l’eroico campione della difesa della nazione e il “patriota” per eccellenza, umile, senza tanti grilli per la testa, ma disposto a sacrificare la vita per la difesa della Patria. Esaltato dai “nazionalisti” e dileggiato dagli altri..
Si dice che uno dei primi che abbia usato il termine “sciovinismo” sia stato Lenin nella sua polemica contro la social-democrazia.
Insieme con il declino del tema della Patria, con le tragiche esperienze storiche vissute a motivo di un esasperato nazionalismo, con l’esaltazione dell’internazionalismo e della “fratellanza universale”, il termine sciovinismo ha accentuato nel tempo  la sua accezione negativa.
Oggi chiunque avanzi una qualsiasi pretesa “identitaria” viene sbrigativamente tacciato di essere “sciovinista” ed escluso da qualsiasi considerazione.
Chauvin non è mai esistito ma lo sciovinismo sì.

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Carlotta propone questo pensiero:

“Valutati di più, ci penseranno gli altri ad abbassare il prezzo".

Anton Cechov

SPORT – Luna Rossa
Articolo di Carlo Verga

Notti insonni di questo periodo per assistere alle appassionanti gare di Luna Rossa.
Forse distratto dagli avvenimenti del mondo, pandemia etc, non avevo ancora percepito tutte le novità di questo importante settore della nautica. Il profilo delle barche, l’ingegnosità delle alette su cui si poggiano leggere e la velocita di queste” Ferrari” del mare. Oggetti venuti da un altro pianeta, quasi 100 km orari sull’acqua, uomini con i caschi e occhiali che coprono interamente i volti, le loro tute, computer di bordo di cui sappiamo poco o niente, insomma un altra cosa rispetto alle nostre “barchette” con cui placidamente ci lasciavamo trascinare da un vento leggero mentre apprezzavamo i panorami, l’acqua, i pesci volanti o anche i delfini che attraversavano le nostre rotte.
Sì barche volanti, ma sapete che la prima barca che navigava su delle alette è stata progettata e provata sul Lago Maggiore nel 1910? Fu progettata da Enrico Forlanini, ufficiale, ingegnere, pioniere dell’aviazione. Fu il primo esemplare, già aliscafo? Era lungo circa dieci metri, largo tre metri, spinto da un motore Fiat di cento cavalli, aveva due coppie di ali a prua e poppa, e poteva portare fino a sei persone, e “volava” a circa 60 centimetri dalla superficie dell’acqua. Non ebbe un grande successo a quell’epoca.La nostra Luna è nata in Val Seriana vicino Bergamo, zona Industriale di grandi capacità. Legno alluminio, acciaio, plastica, silicone. È da lì che a settembre è uscito uno scafo di 23 metri e 6,6 tonnellate di stazza con il nome Luna Rossa, pronto per essere imbarcato su un grande aereo con destinazione Auckland, Nuova Zelanda per la 36esima edizione della American Cup sponsorizzata da Prada. Il gran finale tra il 6 e 15 marzo tra il team vincente della prima parte e quello della Nuova Zelanda detentrice del torneo.
L’American Cup ebbe inizio nel 1852 quando la goletta “America” del New York Yacht Club sconfisse il britannico Royal Squadron. 
Un mondo cambiato, oggi la velocità, il vento, rendono la regata di un grado di pericolosità molto più elevato, avete visto il pauroso volo del Magic la barca americana?

Non puoi stare al timone e guardarti intorno, l’equipaggio deve muoversi come un sol uomo, e perfettamente sincronizzato con gli elementi. Importantissimo tenere la barca sollevata per tutta la durata della regata. Ogni impatto con l’acqua con quelle condizioni di vento, è una frenata pazzesca e può arrivare a sconquassare l’intero assetto della barca. Per il Magic ci sono voluti 11 giorni di lavoro per quasi 24 ore al giorno per rimetterla in senso dopo il terribile impatto con l’acqua. Le strutture più importanti dell’intero progetto sono i “foil”, le alette laterali, le appendici tecnologiche che sopportano tutto il peso, sono comandate da bracci mobili in carbonio che devono essere identici per tutti i team, i nostri, costruiti e testati proprio nei magazzini bergamaschi. Altrettanto importante tutto quanto di elettronico, di cui si parla poco. L’intero progetto è di Data Analytics e Machine Learning sviluppato da Wärtsilä e Teorema che punta a essere l’arma segreta a disposizione sia per la progettazione dello scafo che la gestione di numerosi processi decisionali in corso di navigazione.
I budget per gli sfidanti sono straordinari: circa 90 milioni di euro di Prada- Pirelli, 140 milioni di euro a disposizione da Sir Jim Ratcliffe, del Regno Unito e 116 milioni di euro per Magic la barca americana.
La Prada Cup è stata vinta dalla barca Italiana che dopo aver eliminato la barca americana, ha visto la supremazia (ben 7 a 1) sulla Ineos, del Royal Yacht Squadron, il circolo dei re. Regata entusiasmante contornata anche da forti provocazioni verbali – D’altra parte le battaglie navali si sono sempre vinte anche sulle provocazioni e tensioni nervose dei partecipanti. E ora abbiamo davanti i neozelandesi, che avranno spulciato ogni elemento delle precedenti regate con i nostri avversari, siamo fiduciosi, Forza Luna Rossa!
L’America’s Cup è oggi come nel passato, non semplicemente una sfida sportiva, ma una vetrina delle opportunità di sviluppo tecnologico del nuovo e del sofisticato. Già sul mercato sono presenti le prime piccole barche con la stessa tecnologia,  penso però che prima che raggiunga tutti noi, ci vorrà ancora qualche anno? pensate solo alle infrastrutture porti e un aggiornamento delle nostre capacità di piloti…

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La Redazione riprende questa frase:

"L'uomo orienta la sua vela, manovra il timone, avanza contro il vento per la forza stessa del vento".

Alain (Emile Auguste Chartier)

STORIA MODERNA- Foibe ed esodo: una vicenda chiara ma complicata da chi non vuole conoscerla
Articolo di  Giuseppe de Vergottini, Autore Ospite de La Lampadina

Con l’8 settembre 1943 si dissolve l’organizzazione statale italiana. Tutti ricordano gli avvenimenti di quei giorni che hanno visto l’occupazione tedesca del territorio italiano al centro e al nord mentre gli alleati risalivano la penisola da sud.

Nella Venezia Giulia, regione al confine orientale con una forte componente etnica croata e slovena, vi fu un tentativo dei partigiani jugoslavi di prendere il controllo del territorio aiutati dal movimento comunista clandestino in cui confluivano anche se in misura limitata elementi italiani delle zone interessate. Per circa un mese i partigiani non incontrarono praticamente ostacoli: introdussero un regime comunista accompagnato da una estrema violenza verso la popolazione italiana.
Vi fu la prima ondata di uccisioni caratterizzata dal feroce metodo di infoibamento nelle cavità carsiche della regione. Furono eliminate le persone che potevano essere considerate come rappresentative delle comunità italiane. Dall’inizio di ottobre i tedeschi iniziarono l’annientamento delle bande partigiane e conquistarono rapidamente il territorio non risparmiando azioni violente anche contro la popolazione civile. Dopo le tre settimane di occupazione da parte dei partigiani comunisti jugoslavi c'è stata quindi la riconquista del territorio da parte dei tedeschi e la ricostituzione di una parvenza di autorità italiana, anche se sotto forma di protettorato tedesco.
Il dramma delle foibe, seguito dalle prime riesumazioni, in tutta la sua tragica evidenza già era presente nel periodo che va dalla fine ottobre all’inizio novembre del '43 quando furono recuperati i resti di circa seicento vittime, quasi tutte civili.
È seguito un periodo di un anno e mezzo di feroce guerriglia fra tedeschi e italiani, da una parte, e partigiani, dall’altra e al termine della guerra si ebbe la seconda fase della eliminazione fisica degli italiani. Infatti a partire dal maggio 1945, si è avuta la resa finale dei conti in cui continuava la politica della eliminazione di chiunque fosse considerato collaborazionista o semplicemente di ostacolo alla annessione alla Jugoslavia di Tito. In questa fase intervenne anche l'eliminazione dei comitati di liberazione formati da italiani, a dimostrazione della sistematica prevalenza del proposito annessionista jugoslavo. Qui il numero delle vittime, pur essendo di difficile quantificazione, include migliaia di persone coinvolte in esecuzioni sommarie, deportazioni in campi di concentramento, carceri. Per un totale che viene stimato di 10.000/12.000 persone. Su questa contabilità esistono sia stime riduttive che stime che aumentano sensibilmente il numero.
Il clima di paura causato dalle sparizioni, deportazioni, sopraffazioni di ogni genere da parte del potere jugoslavo ha spinto la popolazione autoctona ad abbandonare il territorio giuliano. Quale quindi la motivazione dell’esodo di massa? La risposta più immediata è una sola: la paura, la perdita della sicurezza, il clima di intolleranza che rendeva sempre più gli italiani estranei nel loro territorio storico. Ci sarebbe anche da sottolineare l’effetto che ebbe l’attacco alla religione e al clero. Fu messa in atto una violenta persecuzione del clero cattolico, con quaranta sacerdoti uccisi e l'aggressione del vescovo di Capodistria del '47. Alcuni di questi delitti tutt'oggi impuniti furono compiuti anni dopo la fine della guerra e dopo il trattato di pace fino alle soglie degli anni Cinquanta del secolo trascorso.
Ci sono stati, si ricorda, 350.000 esuli, anche se altre stime prudenzialmente si attestano su numeri più contenuti parlando di 270.000. Quello che sappiamo con certezza, perché ce lo dicono le stesse statistiche jugoslave, è che l'83% (ma da Fiume e da Pola si è giunti al 90%) della popolazione italiana se n'è andata. Per la prima volta nella storia dell’alto Adriatico il cambio di regime nei territori è stato accompagnato dalla radicale modifica della bilancia etnica, a differenza di quanto era avvenuto al cessare della sovranità veneziana alla fine del diciottesimo secolo e di quella asburgica nel 1918. 
È possibile spiegare quale sia stata la molla che provocò le stragi delle foibe e l’esodo degli italiani dalle proprie case?
Secondo una versione sostenuta in passato e ancora oggi prospettata da alcuni storici di parte slava l’insurrezione del 1943 sarebbe stata provocata dal desiderio di rivalsa e di vendetta del proletariato slavo per un trattamento forse non troppo rispettoso da parte dagli italiani nel periodo fascista. Si sarebbe trattato di una vendetta per torti subiti. Questa lettura dei fatti può fare comprendere alcune situazioni ma non tiene ad una analisi spassionata.
Soprattutto non vale per quanto avvenne dal maggio 1945 in avanti (addirittura fino agli anni Cinquanta) quando è stata la famigerata OZNA, la polizia politica del nuovo potere popolare che ha praticato ogni sorta di violenze, tutte reali e documentate.
A parte la tesi della rivolta contadina spontanea contro i proprietari terrieri, le ragioni profonde che hanno spinto al terrore e quindi all’esodo vanno trovate nell’odio etnico scaturito dallo sciovinismo soprattutto croato e nella applicazione dei programmi annessionistici voluti dai comunisti jugoslavi.
Per quanto riguarda i propositi dei nazionalisti slavi bisogna ricordare come fosse presente, al momento della occupazione del territorio italiano, il vecchio proposito di cacciare gli italiani per sostituirli con popolazioni slave. In pratica si intendeva portare a termine il proposito di slavizzazione del territorio già completato in Dalmazia nei decenni precedenti grazie alla politica voluta dagli Asburgo, favorevole agli slavi, intesa ad eliminare gli italiani considerati ostili all’Austria. Politica che nei fatti veniva confermata dal trattato di Rapallo che dopo il primo conflitto mondiale assegnava la Dalmazia alla monarchia jugoslava (con l'eccezione di Zara).
C'è stato poi un proposito politico lucido diretto a provocare l’abbandono del territorio da parte degli italiani. Il Potere popolare e l’OZNA, la sua polizia segreta, avevano operato dal maggio 1945 all’inverno 1946-’47 per diffondere un clima di terrore nella popolazione italiana (episodi più eclatanti furono il martirio in odiumfidei del beatificato Don Bonifacio e l’attentato dinamitardo di Vergarolla, compiuto in zona di pertinenza angloamericana, con oltre 100 morti e decine di feriti tutti civili) con il dichiarato intento di farla allontanare. In proposito rimane particolarmente chiaro quanto voluto da Tito e dichiarato dal suo più fedele collaboratore nell’instaurazione del regime popolare «[…] Ricordo che nel 1946 io [Milovan Ðilas, ndr] ed Edward Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana. Gli italiani erano la maggioranza solo nei centri abitati e non nei villaggi. Ma bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni d’ogni tipo. Così fu fatto» (intervista al periodico Panorama del luglio 1991).
Mappa dello smembramento della Iugoslavia nel 1941. Il verde indica le aree appartenenti all'Italia (il "Governatorato di Dalmazia" ed a nord la "Provincia di Lubiana"), mentre il rosso alla Croazia di Pavelic. Il blu le aree occupate dalla Germania ed il marrone dall'UngheriaLa vicenda dell’esodo causato dal terrore generato dalle esecuzioni di tanti civili anche a guerra finita, cui si aggiungevano deportazioni e morte per migliaia di militari fatti prigionieri al termine delle ostilità, è stata a lungo rimossa a causa dell’imbarazzo dei comunisti che avevano appoggiato il disegno annessionista di Tito e dei democristiani che sostenendo le esigenze del Patto atlantico consideravano la Jugoslavia quale utile barriera nei confronti di eventuali aggressioni sovietiche. Mancavano quindi i presupposti per giungere a una piena ricognizione della realtà dei fatti. Questa situazione veniva superata col venir meno della contrapposizione fra blocco occidentale e orientale e la legge del 2004 istitutiva del Giorno del Ricordo trovava l’accordo della quasi totalità delle forze politiche.
Tutto bene quindi? Sì ma non del tutto.
Purtroppo dobbiamo prendere atto che persiste nel mondo della cultura e dell'informazione un orientamento minoritario inaccettabile inteso a contestare le finalità della legge del 2004.
Non solo si vuole negare il proposito jugoslavo di eliminare la presenza storica degli italiani da sempre in Istria e a Fiume e la volontà di annessione dell’intera regione Giulia, ma si vuole imporre una lettura che nega la dimensione delle atrocità commesse e riduce in modo drastico la consistenza del numero degli uccisi e degli esodati. Per quanto riguarda la dimensione della barbarie titina, in controtendenza con un indirizzo negazionista e riduzionista è quanto si sta rivelando negli ultimi tempi in Slovenia, quindi a breve distanza dal territorio rimasto italiano. Anche se tacitate dalla grande informazione stanno aumentando le notizie di ripetuti anche recentissimi ritrovamenti di numerose foibe e fosse comuni di persone ostili al regime comunista di Tito in territorio oggi sloveno e croato che potrebbero contenere anche i resti di nostri connazionali. Si tratta di 700 siti già censiti nella piccola Slovenia col ritrovamento di centinaia di resti.

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Carlotta propone questa antica e attuale visione:

“" I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che in qualunque modo fanno torto ad altrui sono rei non solo di quello che commettono ma del pervertimento a cui portano gli animi degli offesi".

Da "I Promessi sposi" di Alessandro Manzoni

FOTOGRAFIA - Tina Modotti: la fotografia degli ultimi. Una donna di grandi passioni
Articolo di Marguerite de Merode

È considerata la più grande fotografa dell’inizio del secolo scorso. Chi era Assunta Adelaide Luigia Modotti, detta Tina? Ci sono state recentemente varie sue mostre in giro per l’Italia. Hanno raccontato, attraverso i suoi scatti, il suo percorso improntato di passione, di un deciso orientamento politico e ideologico. Come donna, esplora la vita e il mondo senza apparente paura e con infinita partecipazione. Come fotografa illustra sicuramente con grande sensibilità e chiarezza le inquietudini culturali e politiche che marcano l’apertura del Novecento. Una fusione costante tra tensione estetica e impegno politico. Lei era comunista, figlia di socialisti e la sua grande passione artistica e il suo fervore politico saranno trasmessi al mondo con uno sguardo particolarmente preciso e sensibile.
Tina spiegava di sé: “Desidero fotografare ciò che vedo, senza artefici, e senza trucchi e penso che questo possa essere il mio contributo ad un mondo migliore... cerco di produrre non arte, ma oneste fotografie, senza distorsioni o manipolazioni”.
Nata a Udine il 17 agosto del 1896, emigrata dal Friuli agli Stati Uniti e successivamente stabilitasi in Messico, avrà una vita breve, in cui riuscirà a fare di tutto, e a imparare di tutto. Per un periodo sarà anche attrice del cinema muto..
Passa alla storia per il suo spirito libero, indipendente e per la sua vita avventurosa. Si lega a personaggi influenti da Diego Rivera a Frida Khalo, da Robert Capa a Ernest Hemingway, fino a Pablo Neruda, che fu un suo intimo amico.
È il fotografo Edward Weston, che sarà la figura centrale nella sua vita e nella sua produzione artistica. È lui che l’avvia alla fotografia. Ed è lui che contribuisce alla sua ascesa internazionale. Lei lo abbandonerà dopo poco per seguire la sua militanza comunista e il suo crescente impegno nell’attivismo. Infatti, la vena artistica della Modotti si evolve e si lega indissolubilmente alla politica. 
Con Diego Rivera e Frida Khalo sarà l’interprete indiscussa dei grandi artistici messicani. Illustra il Muralismo messicano che esprime la preoccupazione degli artisti impegnati per i grandi problemi sociali, dimostrando la sua curiosità per l’evoluzione della situazione politica messicana in grande fermento. Viene ingaggiata dagli artisti muralisti per documentare l'intero processo di creazione delle loro opere fino a raggiungere il prodotto finale.Tina continuerà a mantenere sempre intatto il gusto della narrazione e sarà una straordinaria testimone della condizione umana e sociale dei più poveri tra i messicani, immortalando gli emblemi della Rivoluzione, ma non senza rinunciare al piacere estetico della sua visione. Osserva le mani dei lavoratori, lo sguardo fiero delle donne indigene, i bambini poveri, gli amici intellettuali, compagni di idee rivoluzionarie, i segni di una nascente modernità urbana, la potenza collettiva delle folle. Ma in tutte le immagini mostra sé stessa: donna passionale e libera, indipendente e coraggiosa. Considerata da tempo una sovversiva per le sue amicizie tra artisti e rivoluzionari ma soprattutto per la sua attività di fotografa, viene accusata di aver partecipato ad un fallito attentato contro il presidente del Messico, ed espulsa dal Paese. Parte in esilio, prima a Rotterdam, poi a Berlino, a Mosca al seguito di uno dei suoi tanti amori appassionati e pericolosi e in fine a Parigi. Partecipa alla guerra civile spagnola. Ritorna in Messico nel 1939 dove muore il 5 gennaio 1942.

“Tina Modotti è morta, Tina Modotti, sorella, no, tu dormi, no, tu dormi soltanto:
forse il tuo cuore sente crescere la rosa di ieri,
l’ultima rosa di ieri, la nuova rosa”.
“.....Ogni giorno cantano i canti delle tue labbra,
sulle labbra del popolo glorioso che tu amavi
perché il fuoco non muore
.
Non dormirai invano, sorella.
Perché il fuoco non muore”.

Pablo Neruda

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La Redazione suggerisce:

""Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento.
È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore.
È un modo di vivere."

Henry Cartier-Bresson, dal libro "Il momento decisivo"

ABBIAMO OSPITI/ROMA –L'acqua miracolosa di Santa Maria in Via
Articolo di Nicoletta Fattorosi Barnaba, Autore Ospite de La Lampadina

Oggi facciamo insieme un passo indietro nella storia per trovarci nella Roma del XIII secolo, tra il rione Trevi e Colonna, nella parte bassa della città, che si trova presso la via Flaminia, oggi Corso. La città è contenuta nella cerchia delle mura aureliane, ma delle affollate strade e dei molteplici edifici della Roma imperiale resta poco. Gli scavi occasionali avvenuti in vari punti, ma soprattutto al di sotto dell'attuale Galleria Colonna per l'apertura di sottopassaggi pedonali, hanno riportato alla luce un intero quartiere, costituito da grandi edifici in mattoni a più piani, preceduti da un porticato a pilastri sul quale si aprono le botteghe.
Nel medioevo però la situazione è ben diversa. Gli spazi vuoti, dovuti alle devastazioni barbariche e all’abbandono, hanno lasciato il posto ad orti e frutteti che i cittadini hanno usato per coltivare quanto a loro serve e quanto possono vendere; c’è chi, dove può, costruisce delle stalle per ospitare cavalli, ma anche maiali e mucche per avere carne e latte.
La nostra città assume quel carattere tutto suo che la lascia sospesa tra un paesaggio campestre e uno cittadino, aspetto che per secoli la caratterizzerà.
I secoli del Medio Evo registrano una forte diminuzione di abitanti in città, ma grazie alla presenza dell’acqua condotta in zona dall’acquedotto Vergine, che non ha mai cessato la sua attività, questa zona non è stata del tutto abbandonata. La nostra chiesa si erge tra campi e orti e guarda la colonna di Marco Aurelio. I due monumenti si fronteggiano sottolineando la storia di Roma: l’Impero che cede il passo alla Cristianità, monumenti che fanno Roma e che hanno dato ai romani la consapevolezza della storia eterna che caratterizza la loro città. 
Torniamo alla nostra storia di fede e di folclore. Siamo nella notte tra il 26 e il 27 settembre del 1256, in una stalla situata accanto alla casa del cardinal Capocci, posta in una strada che prende il nome dalla chiesa di cui vi stiamo per raccontare la storia: Santa Maria in Via, un luogo che oggi, in situazione normale, descrivere caotico è un eufemismo.
È notte, abbiamo detto, non si è certi se un servo del cardinale Pietro Capocci, per sbaglio o deliberatamente, getti nel pozzo della stalla l'immagine della Madonna dipinta su una tegola, improvvisamente le acque traboccano abbondanti e riportano in superficie l’immagine della Madonna, allagando la stalla dove erano i cavalli del porporato. Questa la cronaca dell’evento: “…Spaventati, i cavalli cominciarono a far strepito. […] accorsero i mozzi […] si avvidero che sulle acque alte più di un palmo dal parapetto del pozzo, galleggiava, quasi leggiero legno fosse, una tegola sulla quale venne veduta l'immagine di Maria. […] riputarono migliore consiglio avvisarne l'Eminentissimo loro padrone, […].” 
l cardinale accorre, meravigliato dal prodigio, si inginocchia e inizia a pregare la Madonna, si alza quindi cerca di prendere quella pietra che i suoi stallieri invano avevano cercato di afferrare e la sacra immagine si ferma tra le sue mani. Nel frattempo, l’acqua immediatamente rientra nel pozzo. Tutti si inginocchiano ed inneggiano a Maria.
Il giorno seguente il cardinal Capocci si reca dal papa, Alessandro IV, per raccontargli l’evento e chiedere il permesso di costruire una cappella in onore della Vergine. Dopo le dovute verifiche, il permesso è accordato e la stalla diventa una chiesetta dedicata alla Madonna del Pozzo. Il papa decide di portare in processione l’immagine sacra per le strade circostanti la stalla. Da allora, la sorgente del pozzo ha continuato a zampillare, attirando ancora oggi pellegrini da tutto il mondo, che bevono questa acqua con fiduciosa devozione e la portano a congiunti e conoscenti infermi. L’immagine della Vergine risalirebbe alla scuola pittorica romana del XIII secolo.
La chiesa di Santa Maria in Via verrà ingrandita nel XVI secolo, dopo che Leone X ebbe affidato all’ordine dei Padri Serviti la custodia della chiesa. La cappella della Madonna è situata a destra dell’entrata, costruita intorno al pozzo. La scelta di questo ordine, da parte del pontefice, è stata quasi obbligata infatti il cardinal Capocci era stato un estimatore dei sette mercanti fiorentini, conosciuti come i sette santi fondatori, che avevano dato vita, nel 1233, all’Ordine dei Servi di Maria.
I Serviti affidano la riedificazione a Francesco da Volterra e a Giacomo Della Porta, la facciata iniziata da Martino Longhi il Vecchio nel 1594 è terminata da Carlo Rainaldi nel 1670. L’interno è ad una sola navata, l’insieme è una delle più belle chiese della Roma Barocca.
La motivazione dell’appellativo in via, attribuito alla chiesa, è di incerta origine, si pensa alla via Lata (oggi Corso) del IV secolo, che sostituì il nome della via Flaminia, che passava lì vicino, oppure perché l’edificio era in via, proprio in mezzo alla strada; altri pensano che essendo vicina una vinea, vigna, potesse essere stata la deformazione della parola latina. La Madonna del Pozzo, come è conosciuta a Roma, è detta anche la piccola Lourdes romana, la Sua acqua è spedita in tutto il mondo e ottempera alle richieste dei milioni di fedeli che cercano una risposta alle loro esigenze di fede e non solo. 
Nel periodo delle festività natalizie l’Associazione Italiana Amici del Presepe (associazione cattolica fondata a Roma il 29 novembre del 1953 con l’intento di radunare tutti coloro che sono appassionati all’arte del presepe affinché possano tramandarne le tecniche e le tradizioni ad esso legate) mette in mostra presso questa chiesa un Presepe antico, tra i più famosi di Roma, ed altri presepi vengono esposti nel chiostro.

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Isabella concorda:

"I pensatori materialisti hanno attribuito al cieco meccanismo dell'evoluzione più miracoli, improbabili coincidenze e prodigi di quanti ne abbiano mai potuto attribuire a Dio tutti i teologi del mondo."

Isaac Bashevis Singer

COSTUME - E se facessimo a volte il contrario?
Articolo di Lalli Theodoli

La pandemia non molla. Dobbiamo continuare con regole strette e deprimenti, ma non c’è altra soluzione. Lo scorso anno abbiamo ammazzato il tempo inventando mille nuove attività. Ginnastica a casa con la Tv, lezioni di lingue on line, visite ai musei, film, fornelli perennemente in azione e.. altro.
Questa volta siamo meno energici, forse perché un po’ più avviliti. Dura da troppo tempo. Non abbiamo più la voglia di lunghe passeggiate. Ci sembra di essere state ovunque. Gli spettacoli e tanti che offre la smart Tv ci hanno un po' stufato. Serie di tutti i tipi  sono state affrontate.
Il ridurre le visite a due sole persone ci impone una restrizione che ci blocca del tutto: come decidere chi buttare dalla torre. Così si rinuncia anche a questo.
Stiamo divenendo più asociali, più insofferenti, non scegliamo cosa fare oggi perché, semplicemente, non abbiamo voglia di fare niente. La casa, lieto rifugio dopo giornate di lavoro, è ora uno spazio insufficiente. In troppi e per troppo tempo. Abbiamo messo a posto tutto nella scorsa “chiusura” (in italiano si potrebbe dire così), abbiamo spostato mobili e quadri, lucidato, ordinato carte..

Ed ora? Come  reagire? Che si fa?
Proviamo,  per una volta, a fare esattamente il contrario.
Non lo ammazziamo il tempo. Anzi diamogli spazio.
Proviamo a reagire in un modo totalmente diverso. Sdraiamoci sul nostro letto. A pancia all’aria a braccia e gambe aperte, come quando, da piccoli al mare, si faceva il morto a galla per riprenderci da lunghe nuotate.
Chiudiamo gli occhi. Facciamo un lungo respiro e …aspettiamo.
Diamo tempo al tempo.
In breve, come le bollicine in un bicchiere di champagne emergeranno nella nostra mente mille e mille cose. Forse ricordi recenti e poi sempre più lontani. Le nostre ansie, le nostre paure, le nostre gioie di tanto tempo fa: infilare i guanti senza mettere due dita insieme, andare in bicicletta senza ruotino, la prima medaglia appuntata al grembiule alle elementari. Il primo tuffo di testa dallo sgabello del pattino, la prima cucitura al pronto soccorso e poi le facce di tanti bambini amici.
Dove saranno adesso? Stanno bene?
Nella pace nel silenzio emergono fatti dimenticati a cui allora non avevamo dato peso: la compagna di banco che si presenta volontaria alla interrogazione per salvarci, la sorella con cui avevamo sempre litigato prima del mio matrimonio che si presenta alla porta per prepararmi la colazione che certo mi riteneva incapace di organizzare, la prima gara vinta dopo tanta paura, il primo cinque in matematica dopo tanti “E a Theodoli il solito tre!”
E poi la volta che non ci siamo svegliati per il biberon notturno lasciando il figlio urlare come un ossesso, l’abbraccio dei nipoti e le cose terribilmente vere che ci dicono. Stiamo fermi ed il fiume di ricordi scorre lento, ci strappa un sorriso.
Non dobbiamo temere. Le cose brutte sono offuscate da una leggera nebbia che le cela, le bollicine del brutto restano sul fondo. Ne emergono poche e senza più la forza dolorosa che hanno avuto in passato.
Il tempo ha messo una barriera sottile.
Emergono i sorrisi e le gioie.
Bello!

Ma ora riaprite gli occhi, saltate giù dal letto, basta del fare il morto a galla. Forti di tante cose belle rivissute, tornate  a fare la solita passeggiata, visitate un museo, fate lezione di ginnastica online, fate la spesa e telefonate subito a quei due che non avete ancora chiamato.

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 FLASH NEWS!

Un po' qua, un po' là... 

La finanza, che mal di testa! - Avete letto della corsa delle azione di Game Stop (negozi di programmi di giochi elettronici)? La società quasi in fallimento salvata da un gruppo di ragazzi ben coordinati e altri sconosciuti. Sono passate in pochi giorni da 40 a 300 dollari per azione. Qualche giorno dopo le quotazioni sono tornate sui 30/40 dollari o meno, un giro di affari di miliardi andati in fumo.
Ancora i bitcoin, una ascesa verticale in uno spazio di pochi giorni in principal modo da quando Elon Musk ha esordito dicendo che la Tesla può essere acquistata in bitcoin.  Intanto però il suo gruppo investito da una crescita vertiginosa, sta ora calando giornalmente...
Che dire?
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Energia dal Sole - In Africa investimenti stratosferici da quando e finalmente in molti hanno  realizzato che con il sole si  guadagna.
A Benban, in Egitto, è previsto uno dei più ambiziosi progetti solari del mondo. Avrà la capacità di produrre fino a 1,8 GW, con la possibilità di vendere l'elettricità in eccesso ad un decimo dell'attuale prezzo in Europa.
Molti i paesi che hanno in progetto e in costruzione impianti grandiosi. I più importanti Wang Yi,  Nigeria, Repubblica democratica del Congo, Botswana, Tanzania e Seychelles.

CV

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APPUNTAMENTI DELL'ASSOCIAZIONE
LA LAMPADINA:::PERIODICHE ILLUMINAZIONI

Marzo, altro mese densissimo di appuntamenti.
Ovviamente passeggiate e visite museali saranno sottoposte alle restrizioni imposte via via dai vari DPCM per la variazioni dei colori delle regioni, ma intanto, segnatevi le date!

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Mercoledì 10 marzo - ore 18.00
IV WEBINAR CON LUDOVICO PRATESI DEL PERCORSO: "DALL’ARTE POVERA ALL’ARTE GLOBALE"



Quale arte per il futuro?

Siamo alla fine dell'itinerario in quattro tappe con Ludovico Pratesi per raccontare l’evoluzione dell’arte negli ultimi 50 anni, attraverso le opere di grandi maestri come Joeph Beuys, Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis, Alighiero Boetti, Enzo Cucchi, Georg Baseliz, Anselm Kiefer o Marina Abramovic fino ai protagonisti degli anni Duemila come Maurizio Cattelan, Shirin Neshat, Ugo Rondinone, Jeff Koons o Damien Hirst.  Ogni epoca ha espresso opere d’arte significative, che abbiamo letto insieme per comprenderne l’importanza e il valore culturale , dall’epoca delle ideologie dominanti al mondo globale.

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Giovedì 11 marzo
ore 16.00 e 17.00

PALAZZO BARBERINI-
MOSTRA "ITALIA IN ATTESA. 12 RACCONTI FOTOGRAFICI"
Visita con Ludovico Pratesi



La sfida lanciata dal Ministero della Cultura non era affatto facile: raccontare la pandemia senza cadere nella retorica e nel banale. Il progetto nato con l'obiettivo di creare un archivio visivo dell'Italia durante la pandemia è stato affidato a Olivo Barbieri, Antonio Biasiucci, Silvia Camporesi, Mario Cresci, Paola De Pietri, Ilaria Ferretti, Guido Guidi, Andrea Jemolo, Francesco Jodice, Allegra Martin, Walter Niedermayr, George Tatge. L'esposizione, egregiamente curata da Margherita Guccione, Carlo Birrozzi e Flaminia Gennari Santori, è composta da cento scatti. Ludovico Pratesi, attraverso cinque ambienti di Palazzo Barberini ci guiderà nel percorso fotografico che raccoglie tutti gli scatti. Le ambientazioni, alcune aperti al pubblico per la prima volta per l'occasione, sono: Sala delle Colonne, Cucine Novecentesche, Sala Ovale, Sala Paesaggi, Serra.
Sono stati prenotati due slot orari: ore 16.00 e ore 17.00. 
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Sabato 13 marzo ore 10.15
BERNINI E BORROMINI A ROMA 
Passeggiata con Alessandra Mezzasalma

Dopo i webinar su Bernini e Borromini, partendo dalla visita di S. Andrea al Quirinale, passeggiando per il centro di Roma, tra chiese e piazze, godremo della bellezza che la bravura e l'accesa rivalità tra Borromini e Bernini ci hanno lasciato in splendida eredità.


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Giovedì 18 marzo ore 10.15
FULL IMMERSION A VILLA TORLONIA

MOSTRA "RAMI" DI VERONICA MONTANINO AL CASINO NOBILE

Ci guiderà la curatrice della mostra, Maria Grazia Tolomeo.
Il filo conduttore degli interventi site-specific pensati dall'artista per il Casino Nobile, è il tema della metamorfosi, “principio ordinatore” della pratica cara alla Montanino del “mischiare di nuovo” con cui l'artista trasforma i materiali più disparati, in un processo di “ecologia dell'immagine”, che dà luogo ad una nuova natura di sua personalissima invenzione.

A seguire
VISITA GUIDATA DEL BUNKER DI VILLA TORLONIA
Visiteremo il bunker antiaereo più importante d’Italia, realizzato tra il 1942 e il 1943 per proteggere Benito Mussolini e la sua famiglia nella residenza privata di Villa Torlonia a Roma, il Rifugio nella sala centrale del piano seminterrato del Casino Nobile e il Rifugio cantina della Villa attrezzato intorno alla metà del 1940.

A seguire

MOSTRA "LA SIGNORA DELL'ARTE" AL CASINO DEI PRINCIPI.

La mostra, curata da Ludovico Pratesi che ci guiderà nel percorso, è dedicata al profilo e alla personalità di Bianca Attolico, collezionista d'arte dai vasti interessi e scomparsa a gennaio del 2020.
La mostra, che riunisce circa sessanta opere della collezione, tra dipinti e sculture, divise in sezioni per ordine cronologico, è allestita negli spazi del Casino dei Principi a Villa Torlonia, sede dell'Archivio della Scuola Romana, la corrente che costituisce il punto d'avvio della collezione di Bianca Attolico, che ha donato la sua biblioteca d'arte all'Archivio Biblioteca della Quadriennale.
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Sabato 20 marzo ore 18.00

WEBINAR: MICHELANGELO MERISI "IL CARAVAGGIO"
tenuto da Alessandra Mezzasalma

Inquieto, travagliato, geniale, malvisto e forse assassino, fu pittore cinquecentesco che rivoluzionò il mondo dell'arte. Due i cardini fondamentali della sua arte arte: lo studio del vero con la resa della realtà in ogni forma anche brutale e la presenza violenta della luce come apparizione simbolica di verità divina.
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Sabato 27 marzo ore 10.30

LE CORTIGIANE A ROMA
Passeggiata con Alessandra Mezzasalma

Nel IV secolo Demostene divideva l'universo  femminile in tre categorie: le mogli per generare la legittima prole, le concubine per servire l'uomo e le amanti per il proprio godimento.
Dopo il webinar del 20 marzo su Michelangelo Merisi detto «Il Caravaggio»,  ci attende una passeggiata nell'area di via de Coronari - S. Agostino, che  rievochi la vita delle cortigiane spesso ritratte da Caravaggio, la condizione femminile e la Roma tra fine '400 e '500.
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Mercoledì 31 marzo ore 18.00

WEBINAR: GLI ULTIMI GIORNI DI ROMA PAPALINA
Tenuto da Nicoletta Fattorosi Barnaba

Il 20 settembre del 1870, le truppe del Regno d’Italia, guidate dal generale Luigi Cadorna, entrano a Roma, attraverso la breccia di Porta Pia, ponendo fine alla sovranità temporale dei Papi e alla loro podestà su Roma. Nicoletta Fattorosi Barnaba ci racconterà gli ultimi giorni che hanno segnato la città, l'atmosfera,  i tumulti, lo smarrimento del popolo e della nobiltà.

Per info sull'Associazione e/o prenotazioni, scriveteci a

appuntamenti@lalampadina.net 

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E ANCORA
FLASH NEWS!
 

Ricaricare le auto elettriche.. - E le colonnine per le auto elettriche?
Per una mappa completa in Italia e in Europa scaricare l'APP Next charge gas electric stations,  lavora su Android e iOs. Utilissima per sapere dove poter ricaricare le batterie delle auto e pianificare così spostamenti in autonomia!
CV

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Indianapolis - Le corse automobilistiche: nel 2021 tutto cambia, non saranno più i piloti a condurre le auro ma un sofisticato software montato sulle monoposto. Un esercizio per le auto del futuro. Le auto che concorreranno saranno a benzina con un motore da 2200 cc 420 cavalli di potenza per una velocità fino a 360 km orari.
Il premio per il vincitore un milione di dollari e 50.000 mila per il secondo arrivato. Le auto saranno tutte uguali il solo software sarà quello progettato da ciascun team. Ne sono previsti una trentina e da ogni parte del mondo.
Tanti anche gli  italiani, istituti di ricerca università e case automobilistiche ben conosciute in questo campo, la Dallara che da anni si cimenta nella gare delle Indycars.
CV

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LA LAMPADINA/LIBRI

Questo mese Anna Maria Finocchi de "Un Mercoledì da Lettori" commenta:

Nemici. Una storia d'amore
di Isaac Bashevis Singer
1966

New York, dopoguerra.
Herman è un ebreo polacco, scampato all'eccidio dei nazisti grazie a Jadwiga, una contadina polacca che lo ha tenuto nascosto in un fienile per tre anni. Herman è vedovo, la moglie ed i figli non sono sopravvissuti allo sterminio e sposa Jadwiga per gratitudine, portandola con se a New York.
Herman conduce un'esistenza di continue menzogne, mente alla moglie, ha un amante Masha, mente al suo datore di lavoro, mente a se stesso, mente a Tamara, la prima moglie ritrovata.
Attraverso la quotidianità faticosa di Herman si è partecipi della storia della comunità ebraica a New York, della storia della Shoa, della storia dei sopravvissuti.
Agli ebrei a New York era concesso vivere in libertà, le scuole ebraiche esponevano le loro insegne, c'era anche una scuola Jiddish. La ricchezza di colori, l'abbondanza di cibo, per quanto tutto fosse dozzinale non mancavano mai di stupirlo, eppure Herman cercava sempre e ovunque un nascondiglio, nell'eventualità che i nazisti arrivassero a New York. Si diceva "Se uno non ha il coraggio di lasciare questo mondo ci si può solo nascondere, come in un fienile".
Il ricordo della violenza è continuo, ci si imbatte in un mondo che vuole cambiare, guarire, ma come impegnarsi a guarire? come superare la violenza ed i mali subiti? Si è forse assuefatti all'orrore vissuto? come è possibile sognare un mondo migliore sui cadaveri dei condannati ?..
Sembrava tutto blasfemo.
Herman ritrova la prima moglie, Tamara, viva, ma non i suoi figli. Tamara è una donna completa, di dolore, di vissuto, di sopravvivenza, pur sentendosi un granello di polvere spazzato via dal vento attraverso terre e deserti, che non è in grado di dire dove è stata e cosa è.
La storia si complica, Herman aveva due mogli ed era in procinto di sposarne una terza, Masha.
Herman pianificava la sua vita complessa, le sue azioni, amando il brivido della catastrofe incombente.
Perché Herman è legato a Masha? Una donna dura, dolorosa, che sente che Dio la odia " Dio ci odia, noi ci siamo sognati un idolo che ci ama ed ha fatto di noi il suo popolo eletto, ma è solo un Dio di teorie".
Per Masha i nemici sono tutti, tutti, anche se stessa e la madre.
E per Herman chi sono i nemici? "Dieci nemici non riescono ad infliggere ad un uomo il danno che egli è in grado di infliggere a se stesso" e poi c'è il suo nemico occulto, il suo demone avversario che inventa per lui torture nuove.
Tutti i protagonisti del libro sono alla ricerca di un nuovo equilibrio, dopo che la loro vita precedente è finita, è stata spazzata via dalla storia, è stata umiliata.
Herman ama le tre donne con intensità e significati diversi, tutto in un equilibrio da individuare.
Ma vorrei ricordare cosa dice Tamara "Tutti hanno bisogno di amore".

Leggilo sul sito...


MOSTRE

Ecco le segnalazioni di
Marguerite de Merode

MILANO

Palazzo Reale: Le signore dell'arte. Curatori: Anna Maria Bava, Gioia Mori e Alain Tapié.
"Donna”, la retrospettiva della fotografa Margaret Bourke-White e con “Divine e Avanguardia”, le donne nell’arte russa, ora si parla di artiste vissute fra il ‘500 e il ‘600.
Con 150 opere raccolte in numerosi musei e collezioni si darà un’idea esauriente del mondo artistico femminile di quell’epoca in cui la donna aveva un posto marginale.
Palazzo Reale è attualmente chiuso poichè la Lombardia si trova ora in zona arancione, ma dalla riapertura, la mostra continuerà fino al 25 luglio 2021


ROMA
Galleria del Cembalo: Le regole del gioco
Tre autori di cui la Galleria del Cembalo espone le opere sotto lo stesso titolo: “Le regole del gioco”. Raffaele Bartoli, Luca Canonici e Giancarlo Pediconi non sono fotografi professionisti, ma rispettivamente manager, tenore e architetto.
"Sono le immagini di un ingegnere che riflette visivamente sulle proprie responsabilità aziendali e sulle proprie incertezze di uomo.
Sono gli appunti di un cantante lirico che ritrae furtivamente la scena e il dietro le quinte del teatro.
Sono gli sguardi di un architetto che contempla gli spazi immensi di una recente archeologia e ne percepisce e apprezza il valore architettonico nascosto."
Fino al 20 aprile 2021

Palazzo Barberini: Italia in attesa
Per quanto mi riguarda, non so perché, Palazzo Barberini non sempre mi attrae.
In questo contesto vi voglio incoraggiare ad andarci. Non solo per visitare la mostra "Italia in attesa", dove 12 grandi artisti fotografi italiani hanno raccontato il loro sguardo sul vuoto, sulla sensazione di essere sospeso, al tempo del Covid 19, ma anche perché sono stati aperti nuovi spazi nel Palazzo, chiusi da tanto tempo. Una scoperta.
Fino al 13 giugno 2021

Macro: 8 mostre al Macro

Il nuovo curatore del Macro è Luca Lo Pinto succeduto a Giorgo De Finis. Un rinnovo necessario per rilanciare lo spazio con una sfida: quella di lavorare più con le idee che con i soldi.
La mostra, la più importante è quella di Nathalie du Pasquier. Ma lo spazio del museo è interamente occupato dalle 8 differenti mostre.
Armatevi di pazienza, vale la pena esplorare piano piano le proposte offerte in ogni spazio.
Fino a giugno 2021

Galleria Richter Fine Art: Doppio ritratto. Giulio Catelli
In mostra le opere di un giovanissimo artista che riflette sul senso contemporaneo della pittura, attingendo alla propria sfera interiore, un diario visuale. Un lavoro delicato che fa piacere contemplare.
Fino al 26 marzo 2021


  Pensiero laterale - La lettera mancante

Quale lettera dell'alfabeto va aggiunta per continuare questa semplice serie?

A,B,C,D,_

Guarda qui la soluzione...

La Lampadina/Racconti

"Goma"
di Giovanni Verusio

Il raccontino che segue è tratto dalle mie note di un ben più lungo viaggio che intrapresi con sei, come me sconsiderati, amici nel 1989 in Rwanda e Congo Zaire per vedere i gorilla di montagna. Riguarda solo la tratta Bukavu - Goma – Rutshuru, la stessa dove Luca Attanasio - Ambasciatore d’Italia, Vittorio Jacovacci – Carabiniere e Mustafa Milambo – Autista sono stati uccisi nell’esercizio delle loro funzioni. A loro dedico queste pagine in sommesso e dolente omaggio.
Giovanni Verusio


GOMA

 BUKAVU

“Quella è la frontiera” - ci ha detto Ash, il nostro autista Tutsi che ci aveva portato da Kigali in Rwanda con il suo pulmino, indicando un fiume alla fine di una lunga discesa. Era il Rusizi, l’emissario del lago Kivu che segna la frontiera con il Congo Zaire.
La sponda rwandese era presidiata da un solo funzionario, accasciato sotto un ombrellino bianco, vede e viola. Superato il Rusizi su un Bailey Bridge, abbiamo trovato, sulla sponda zairese ben sei satanassi in una approssimativa divisa dell’esercito belga, seduti attorno ad un tavolaccio, davanti a una capanna sotto un albero, accanto ai loro Kalašnikov.
Ci hanno chiesto i passaporti e noi, naturalmente, glieli abbiamo dati. Dopo un’ora, non erano ancora tornati.
È passata un’auto con un europeo, evidentemente stanziale perché ha parlato con una donna che aspetta non si sa cosa.
“Ci mettono sempre tanto?” - gli ho chiesto.
“A volte qui rubano i passaporti UE, valgono tanti soldi, provi a vedere se sono nella capanna.”
Sono entrato nella capanna: era vuota.
“Madame dice- mi ha ragguagliato il Belga indicando la donna – che sono andati a Bukavu, ma che forse tornano benché sia venerdì.”
“Come “forse”? E noi che Facciamo? Stiamo qui ad aspettare i loro comodi sotto quest’albero fino a lunedì? ”
Il Belga ha allargato le braccia, è rimontato in macchina ed è partito.

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La Lampadina ::: Periodiche illuminazioni
Newsletter di fatti conosciuti ma non approfonditi, luoghi comuni da sfatare, semplici novità.

La Lampadina e' una newsletter ideata da Carlo Verga, gestita da un Comitato di redazione composto da: Filippo Antonacci, Isabella Confortini Hall, Lucilla Crainz Laureti, Marguerite de Merode Pratesi, Ranieri Ricci, Carlotta Staderini Chiatante, Lalli Theodoli, Beppe Zezza e redatta con la partecipazione di: Lorenzo Bartolini Salimbeni, Renata Ferrara Pignatelli, Giancarlo Puddu e Angelica Verga. La sede è in via Castiglion del Lago, 57, 00191, Roma.

La newsletter, di natura non politica, non ha scopo di lucro e si propone di fornire - con frequenza inizialmente mensile - "periodiche illuminazioni" su argomenti di vario genere, con spunti di riflessione e informazioni. L'invio viene effettuato su segnalazione degli stessi lettori, agli amici ed agli amici degli amici. il presente numero è inviato a circa duemila persone. Sono gradite da chiunque le collaborazioni e le segnalazioni di persone interessate a ricevere la newsletter.
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