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La Lampadina - n. 87 ::: Dicembre 2019

Cari Lettori, a un passo dal 2020, festeggiamo il nostro nono Natale insieme!
87 numeri, 1.597 scritti tra articoli e flash news, più di 2.000 lettori: vogliamo continuare a proporvi il meglio, l'interesse di nicchia, l'argomento non scontato, lo spunto per approfondire e lo stimolo di conoscere e scoprire.
Vogliamo tenere in allenamento la vostra colta curiosità affinchè ci permetta di cogliere i segnali del nuovo che avanza, o meglio, che ci fornisca la capacità di distinguere il nuovo dal posticcio, e a valutare il passato con equilibrato distacco.
Desideriamo tante cose, ma una su tutte: continuate a stare insieme a noi, c'è un Natale da festeggiare e un nuovo anno sta per iniziare!
Luminosi auguri a Tutti Voi!
ICH e Tutta la Redazione de La lampadina


Venerdi, 6 dicembre 2019

Ciao,
oggi la nostra Lampadina si accende su:


STORIA - Il tesoro del Soratte
Articolo di Carlo Verga

Il mese scorso scrivevo del Bunker del Soratte, traendo molti dettagli dal libro Bunker del Soratte una montagna di storia”, e molto interessante è la storia di un fantomatico tesoro scomparso nel nulla.
Il tesoro della Banca d’Italia sembra comprendesse all’epoca, inizio anni ‘40, anche gioielli, monili, pietre preziose forse appartenute al re Pietro di Jugoslavia oltre, naturalmente ad un ingente quantitativo di oro. Non si sa bene quale ne fosse l’esatta consistenza, sembrerebbe addirittura di qualche centinaio di tonnellate considerata la verifica che ne fu fatta a fine anni ‘90.
La confusione all’epoca tanta, per qualche ragione un carico di 60 tonnellate di oro lavorato, fu caricato su due vagoni ferroviari e venne dato in custodia a Trieste, chi lo ricevette fu un giovane promettente ispettore del SIM: Lucio Gelli. Quando l’oro venne poi pesato ne mancavano 20 tonnellate.
Nel Settembre del 1943 furono consegnati ai Tedeschi di Kappler 119.251, 967 kg di oro in casse di lingotti e 543 sacchi di monete. Otto giorni dopo tutto è a Milano. Nel 1945 vennero restituite dagli Americani 22,941 kg di oro e 55 sacche di monete, ne mancavano quindi all’appello 94 tonnellate, ne furono reperite successivamente altre 23 tonnellate. Nel tempo furono recuperati circa il 60% del quantitativo iniziale e ora qualche leggenda frammista a cose vere.
L’1 e 2 aprile del 1944, alcuni camion tedeschi con 18 uomini di scorta di cui si conosce il nome dei più, transitarono per la via Flaminia e dopo un veloce controllo ad un posto di blocco tedesco vennero lasciati passare per arrivare subito dopo al Bunker (che era divenuto il Comando Supremo del Sud Europa della Wehrmacht dal 13 settembre 1943). Lì furono scaricate 79 casse di legno molto pesanti e a braccia portate e riposte in un cunicolo nascosto. Finito il lavoro i soldati furono brutalmente eliminati. Alcune mine, predisposte precedentemente, furono fatte brillare per far scomparire ogni traccia.
Nella stessa notte sembra che un certo Willy Vogt che faceva parte del gruppo degli “eliminati”, facendosi credere morto, sia riuscito a fuggire. Riuscì a nascondersi nelle campagne di Riano Flaminio presso due anziani coniugi di cui si conosce l’identità. Rimessosi nello spazio di qualche settimana dalle ferite riportate, scappò e non se ne seppe più nulla per lungo tempo. Riapparve nel 1948, tornò in Italia e passò a ringraziare i due coniugi che lo avevano accudito e nascosto.
Nello stesso periodo, come fu poi testimoniato sempre dai due coniugi, venne rinvenuta una cappella votiva sconsacrata sotto le gallerie del Soratte. All’interno tutto intatto salvo la muratura dell’altare che era stata completamente distrutta e una cassa di legno con le caratteristiche di quelle nascoste con l’oro, ma vuota. I coniugi intervistati successivamente dichiararono di aver accolto Willy il quale era pervaso da un’urgenza spasmodica di tornare sul Soratte. Non si sa se lo fece, ma il suo corpo fu trovato deturpato, barbaramente ucciso e carbonizzato. Delle casse non si seppe più nulla. Le ricerche continuarono, e alcuni articoli sui giornali italiani del 1960 raccontano di un generale tedesco, un certo Erich Von Wagner che scrisse una memoria cha confermerebbe appieno la storia del Vogt. La memoria arrivò al figlio del Von Wagner che la utilizzò come mappa del tesoro: conteneva il seguente codice mnemonico 5/27- 3 c.p.p.d. -50/50/50/50.
Nel 1962 un certo Luciano Ventucci vantando il possesso di una mappa sicura e alcuni documenti segretissimi, per vari giorni frugò nell’intera struttura e sul monte ricorrendo anche alle doti di una chiromante. Non riuscì nel suo intento e non se ne seppe più niente.
Fu la volta di un barone siciliano di Palermo certo Giuseppe Fortezza che vantando le confidenze di un certo “Beniamino” cameriere del feld maresciallo Albert Kesserling che sembra fosse a conoscenza di un cunicolo segreto, iniziò un’intensa ricerca senza trovare però nulla. Anche lo Stato Italiano iniziò le ricerche: anche in questo caso, sembra, con nessun risultato!
Tantissimi gli intrecci su questa vicenda da Kappler, Karl Hass e molti altri .. ma di certo, poco si sa. Saranno ancora lì le circa 30 tonnellate mai ritrovate? O qualcuno sta godendo della loro rendita ancora alla grande?

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La Redazione:

"Dove beve l'arcobaleno, c'è sotterrato un tesoro".

Favola Irlandese

CULTURA - Irene Brin
Articolo di Marguerite de Merode

Il 30 novembre alla Casa Internazionale delle Donne è stato premiato il libro di Claudia Fusani, “Il tuo nome sarà Irene, il romanzo della vita di Irene Brin” che ripercorrere l’esistenza di una donna unica, un’icona del suo tempo, divenuta un vero modello di emancipazione femminile.
Sono passati cinquant’anni dalla scomparsa della prima ambasciatrice del “Made in Italy” nel mondo, la cui gran personalità faceva dire a Indro Montanelli che “non era solo scrittrice, opinionista, commerciante, intellettuale, editor e gallerista, Irene Brin era mille cose insieme”. Lei diceva di sé che “nelle difficoltà, bisogna mantenere arroganza ed allegria”. Questa donna notevole anticipa un modello femminile intraprendente e instancabile, dai mille interessi, avida di avventure e conoscenza.
Parliamo di Maria Vittoria Rossi, di origine ligure, che nasce a Roma il 14 giugno 1911. Parla almeno cinque lingue. È brillante, cresce in una famiglia composita e multiculturale e sua madre, di origine ebrea, colta e poliglotta, le trasmette l’amore per l’arte e per la letteratura.
Nel ’35 a 24 anni incontra al ballo della Cavalleria al Grand Hotel Excelsior di Roma, Gaspero Del Corso, aitante giovane ufficiale nato in Eritrea. Nasce tra di loro un amore improvviso, un sodalizio per la vita. Scoprono di avere in comune la passione per l'arte, per la lettura e per i viaggi e si sposano quasi subito.
La giovane donna diventa prestissimo un’apprezzata giornalista, tanto che Leo Longanesi la invita a scrivere per il suo giornale, "Omnibus", un settimanale di attualità politica e letteraria in cui tiene una rubrica di cronache mondane scritta con malizia e raffinatezza, intitolata Giallo e Rosso. Quando scrive adotta vari pseudonimi: Marlene, Oriane, Mariù, Maria Del Corso, Geraldina Tron, e altro, però è Longanesi che le sceglie lo pseudonimo Irene Brin che “diventa tutt'uno con lei perché più di tutti rispecchia la persona e il particolare tipo di giornalismo che lei incarna: colto, brillante, leggero, talvolta caustico, mai superficiale, mai nemmeno sfiorato da un'ombra di volgarità. O di supponenza. O di intellettualismo a buon mercato.”
Sotto il nome della‘Contessa Clara’, scrive anche per «La Settimana Incom Illustrata» una rubrica tutta dedicata al mondo femminile dove distribuisce consigli, scrive di moda e di bon ton.
Irene Brin diventa quello che oggi verrebbe chiamato nel gergo del XXI esimo secolo una “influencer”. Avesse avuto un “Blog” sarebbe stato seguitissimo. Diventa il punto di riferimento di un’intera generazione di donne alle quali insegna come vestirsi, cosa cucinare, come comportarsi, di cosa parlare e come riprendere in mano la propria vita.

È in quel periodo, tra gli anni ’40 fino agli anni ‘60 che questa donna moderna, brillante e raffinata scrive il suo famoso “Galateo”. Parla di un’Italia “che vuole dimenticare guerra e povertà; diventa una lente rivelatrice di un'epoca, provata dalle sofferenze, ma ricca di entusiasmo e di desideri semplici, una voce da leggere come pillole quotidiane. Mette a fuoco attraverso una sorprendente ironia il rapporto con l’arte, con il costume, con le tradizioni, con la vita.”
È considerato l’utile testimonianza di questo periodo così singolare, la prima fashion editor italiana, ambasciatrice del talento dei sarti italiani nel mondo. Grazie al suo dinamismo e alla sua raffinatezza cosmopolita, contribuisce al successo di firme come le sorelle Fontana, Capucci, Lancetti, e tanti altri. Come riconoscimento dell’intensa attività svolta come giornalista in Italia e all’estero, per lo sviluppo e l’affermazione della moda italiana nel mondo, le viene conferita Il 2 giugno del 1955, l’onorificenza di Cavaliere Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana.
Un pomeriggio del 1950, passeggiando per Park Avenue a New York, indossa con grande classe e disinvoltura un tailleur di Fabiani, si sente interpellare da una scheletrica e elegantissima signora: «Ma dove l'ha preso quel tailleur? Di chi è?» Questa singolare e indiscreta persona è Diana Vreeland, mitica e tremenda direttrice di "Harper's Bazaar" che le dà a breve il ruolo di “Rome Editor“ per la sua rivista.
Irene non si limita al mondo della moda e del giornalismo, vent’anni prima, insieme al marito Gaspero, aveva aperto  la “Galleria l’Obelisco” in via Sistina 146, una galleria d’arte e libreria d’antiquariato: la prima galleria della Roma del Secondo dopoguerra in grado di rianimare le attività culturali della città. La si sente dire: «Capii che Roma era diventata il centro del mondo. E valeva la pena di partecipare all’esplosione». Quest’affermazione, è l’euforica risposta alla liberazione dalla guerra. Con l’apertura della galleria, racconta con proposte decisamente anticonformiste, i cambiamenti dell’Italia post-bellica e i mutamenti di costume in un paese affascinato dal modello americano.

La prima mostra viene dedicata a Morandi, lanciato proprio dalla galleria dove passeranno poi tutte le avanguardie degli anni Cinquanta-Sessanta, ma anche tutti i “classici” dell'anteguerra: Afro, Capogrossi, Fontana, Burri, Pomodoro accanto all'“epurato” Sironi, a Morandi, De Chirico, Balla, Campigli. E poi, per la prima volta in Italia, arrivano i grandi stranieri: Matta, Magritte, Kandinskij, Moore, Calder, Dalí, Bacon, Rauschenberg. La galleria diventa luogo di incontri per Luchino Visconti, Massimo Girotti, Renato Guttuso e tanti altri. Le sue case di Roma e di Sabaudia saranno il ritrovo d’elezione della società letteraria romana. Irene Brin è considerata una delle più importanti animatrici della vita culturale della città.
Muore di tumore nella casa di famiglia, a Sasso di Bordighera il 31 maggio 1969.
Non va dimenticata questa donna poliedrica e trasformista, proprio come l'epoca che ha raccontato. È stata scrittrice, gallerista e giornalista, maestra di "posta del cuore" e di buone maniere, moderna come sa essere solo chi riesce a interpretare il cambiamento.

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Isabella Confortini Hall riprende una frase di Irene Brin:

"La grazia sta alla base del galateo rivisitato, esattamente là dove fu il rigore, dove si insinuò la stravaganza."

Irene Brin

ATTUALITÀ - Controcorrente
Articolo di Beppe Zezza

"Ha parlato male di Garibaldi" era l'espressione con la quale si esponeva al pubblico ludibrio chiunque manifestasse un pensiero che andasse contro quello che l’opinione comune considerava "sacro e indubitabile".
Mi accingo a "parlare male di Garibaldi".

La nostra newsletter ha ospitato nell'ultimo numero un articolo che inneggiava al fatto che lo Stato Città del Vaticano avesse decretato il bando alla plastica ed auspicava che la stessa strada fosse seguita dagli altri Paesi del nostro pianeta. Lodevole la motivazione: "proteggiamo l'ambiente", ma "ahimè" sbagliata la soluzione! Un mondo "plastic free" (esente da plastica) sarebbe letteralmente "invivibile" (o almeno consentirebbe la vita solo a una popolazione drasticamente ridotta rispetto ai numeri attuali e disposta a vivere in un modo "francescano" - secondo il significato che oggi si dà a questa parola).
Entro in casa e mi guardo intorno. La struttura del mio tablet è di plastica - è possibile farlo senza usare la "plastica"? Chissà. Forse no o forse sì ma costerebbe molto di più, non lo so), il mio smartphone, del quale non posso proprio fare a meno, anche lui ha l'involucro di plastica: stesso discorso. E la televisione? Anche quella è di "plastica"!

E gli infissi delle finestre (se non abito in una casa di "pregio", come la grandissima maggioranza degli abitanti della terra?) idem.
E una parte degli arredi di casa? Idem.
Salgo in macchina e cerco di immaginarmi come sarebbe (e quanto costerebbe) "senza plastica" - in fondo le automobili venivano costruite anche prima dell’"invenzione della plastica": sì, ma ce n’erano in tutto il mondo tre, quattro "ordini di grandezza" di meno e l’automobile la potevano possedere solo coloro che avevano un certo reddito - eh, si, ma, avendocelo, come si viveva meglio -.
Faccio il pic-nic coi bambini: ho ancora in casa i piatti di metallo e la borraccia che usavo quando ero boy-scout ma, sai che fatica poi doverli lavare e sgrassare...
Se continuiamo con questa ricerca, ci accorgiamo che chi auspica un mondo "plastic free" non sa quello che dice! Appare allora chiaro che "plastic free" (esente da plastica ) è uno "slogan" semplificativo - come tutti gli "slogan" d'altro canto - ma anche ingannevole perché non è contro TUTTA la plastica ma chi lo usa vuole prendersela solo con gli oggetti "mono-uso" in plastica: le cannucce, i piatti di carta, i cotton-fioc, le buste del supermercato, gli involucri rigidi che proteggono quasi tutti gli oggetti che si acquistano (credo che si chiamino: blister) ecc e come il consenso che raccoglie da parte della gente sia fortemente dipendente dall’insofferenza per la "deturpazione" dell'ambiente causata dall'abbandono in luoghi pubblici (ivi compresi fiumi e mari) di tutti questi materiali. In realtà l’insofferenza dovrebbe essere indirizzata verso la "maleducazione" diffusa - a livello privato e industriale che porta a disperdere nell'ambiente i rifiuti piuttosto che sulla natura dei rifiuti.
Da qualche parte ho letto questa interessante critica, un po' paradossale, alle leggi contro l'impiego della plastica: è come se, qualora ci fosse l'uso di disfarsi delle vecchie automobili buttandole in mare, per proteggere il mare si facesse una legge che proibisce di costruire automobili!
Un secondo aspetto che viene semplicisticamente trascurato ma che comincia a trovare qualche piccolo spazio in una comunicazione tutta orientata "contro" la plastica senza "se" e senza "ma" (e dire che lo sviluppo della plastica è stata la motivazione di uno dei pochi Nobel che ricercatori italiani possono vantare): quale sarebbe il costo "ambientale" complessivo (includendo in questa valutazione anche i "costi" umani) dell'impiego di materiali alternativi (carta e legno vogliono dire alberi, metalli vuol dire miniere ed energia)?
Scrivevo all'inizio di questo articolo che la motivazione "proteggiamo l'ambiente" è lodevole e deve essere perseguita ma i furori "iconoclasti" vanno evitati. (Non è un caso che io impieghi l'aggettivo "iconoclasti" perché questa campagna che agita tutto il mondo occidentale - ma non i paesi maggiori produttori di "rifiuti" plastici, quali India e Cina - presenta molte somiglianze con il movimento "iconoclasta" che nel primo millennio della nostra era ha sconvolto il mondo di allora).
Il "populismo" è una malattia.
Le "rivoluzioni" - come sarebbe quella che obbligasse il mondo a essere "plastic free" - vanno evitate e ai problemi - che non si possono negare - si dovrebbe cercare di dare soluzioni "ragionevoli e ragionate": incentivare il riciclo, investire nella ricerca, educare la popolazione e, soprattutto, reprimere la maleducazione.

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Leonardo Hall condivide questo pensiero:

"Le macchine producono beni di cui non abbiamo bisogno. Nessuno ha bisogno della bomba atomica o di un bicchiere di plastica."

Jean-Luc Godard

ABBIAMO OSPITI/ROMA - La vigilia di Natale
Articolo di Nicoletta Fattorosi Barnaba, Autore Ospite de La Lampadina

La notte tra il 23 e il 24 dicembre si svolgeva il cottìo del pesce al Portico d’Ottavia, una delle pescherie più antiche e famose di Roma, spesso unico punto della zona ad avere la luce, perché quando si scaricava il pesce era ancora buio e le fiaccole illuminavano le lastre di marmo dove veniva sistemato il pescato.
Le origini del mercato del pesce si fanno risalire a tempi lontani addirittura al 542 ab urbe condita. Lo troviamo al Portico d’Ottavia dal XII all’inizio del XIX secolo. Possiamo affermare che questo sia il diretto erede del “Forum Piscium” dell’antica Roma, collocato tra il Foro Romano, il Foro Boario e il Foro Olitorio (Via del Teatro di Marcello). È strano pensare che il Portico d’Ottavia, per volere di Augusto dedicato alla sorella Ottavia, abbellito di splendide statue, usato dagli spettatori del teatro di Marcello, sia divenuto uno dei posti più popolari della Roma papalina.
Il pesce arrivava da Civitavecchia, Nettuno, Fiumicino, Anzio, Terracina, Fogliano; doveva essere “cottìato”(=venduto all’asta all’ingrosso. Il prezzo più elevato raggiunto da una quantità di pesce costituiva il limite massimo di vendita per l’intera giornata). Il termine deriva dal latino cotidie = ogni giorno, oppure da quot, quoties ossia la quotazione.

Pietro Romano così ci tramanda: “Dato il segnale con la campana, si cominciava a mettere all’asta il pesce; ma i cottiatori o banditori e gli acquirenti usavano dei termini tutti propri, convenzionali, derivati in gran parte dall’ebraico, ed espressi poi con cadenze ignote ai profani; i quali nulla intendevano di quel gergo e quanto al prezzo vero d’acquisto non ne capivano un bel nulla […] invece di 3 dicevano “Ghimmene”, invece di 4 e ½ “Albano maghiz”, maghiz voleva sempre dire mezzo, e “Shingà” 7 e ½, che era il valore del carlino di una volta. Infine per fare a mezzo di una partita di pesce da acquistare, bastava dire “famo a ghazimme”, frase divenuta proverbiale”.
Sappiamo che i pesci più grandi, ossia quelli che oltrepassavano la misura di 5 palmi erano riservati alle autorità. Le lastre del mercato appartenevano alle famiglie nobili di Roma, che le affittavano ai pescivendoli, la cosa strana è che una lastra poteva appartenere a più famiglie, evidentemente c’era un buon guadagno!
Il cottìo, per un certo periodo, si è tenuto sulla piazza di Ponte, che era quella dove si innesta ponte S. Angelo verso S. Pietro. Era animata da venditori di generi alimentari che occupavano anche l’atrio della chiesa dei Ss. Celso e Giuliano. Il posteggio veniva diviso in parti uguali tra il Capitolo di S. Celso e l’Ospedale di S. Spirito. La  pescheria  stava sotto una tettoia.
Il pesce veniva quindi messo su delle pietre piatte che l’Ospedale S. Spirito affittava ai pescivendoli romani (dopo che erano serviti per i vari usi in ospedale) e quindi venduto al minuto. L’inizio all’asta era dato dal suono di una campana.
Il Belli ci ricorda l’evento con il sonetto intitolato proprio Er Cottivo: E finito er cottivo?-ehée, da un pezzo/.-Già, prezzettacci?-Ma de che! Ma indove!/Inzinenta, fratello, che nun piove,/la pesca è moscia, e nun ribassa er prezzo.-/Sai c’hai da dì? Ch’er popolo c’è avvezzo./Ma ebbè dunque, di’ ssù: damme le nòve.-/Eh, l’alicette e la frittura a nove:/li merluzzi e le trije a dieci e mezzo:/le linguattole e ‘r rommo a du’ carlini:/a un papetto la spigola e ‘r dentale;/e ssu sto tajo l’antri pesci fini.-/e, di’ un po’, lo sturione quanto vale?-/ne so venuti dua, ma ppiccinini,/essò iti in regalo a un cardinale.
Pio VII trasferì il cottìò in una pescheria delle Coppelle; dopo l’unità d’Italia, quando nel 1870 Roma diventa capitale, il cottìo si trasferisce a S. Teodoro, fino al 1927, quando venne spostato ai mercati generali, perdendo il fascino di una tradizione antica. Sappiamo che verso la fine di questa tradizione, siamo nei primi anni ’20 del secolo scorso, era diventato un appuntamento di élite. Abbiamo una cronaca del 1922, che ci racconta quell’evento: “Dagli alberghi di lusso e dalle case signorili vengono gentiluomini in marsina, dame in abito da ballo, che hanno interrotto il giro delle danze per assistere al caratteristico mercato”.

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La Redazione:

“Non capisci una tradizione, se non la vedi in relazione alle altre.”

John Roger Searle

NOTE DI VIAGGIO - Una Lampadina nella Ville Lumière
Articolo di Isabella Confortini Hall

Parigi ci aspettava da mesi: da quando avevamo saputo che la nostra Marguerire de Merode avrebbe esposto il suo nuovo progetto “Livres au miroir” negli splendidi spazi della prestigiosa Bibliothéque Mazarine, dell’Institut de France. L’occasione per fare una scappata nella Ville Lumière era da non perdere e così abbiamo organizzato a latere una serie di appuntamenti ai quali hanno puntualmente partecipato molti nostri soci. 
Giovedì 28 novembre alle 18.30 la mostra allestita alla Mazarine, la più antica biblioteca pubblica di Francia,  è stata sorprendente per sobrietà, qualità artistica ed eleganza e l’accoglienza riservata al lavoro di Marguerite è stata attenta, criticamente positiva e partecipe da parte dell’organizzazione dell’institut de France nella persona di Jann Sordet, Direttore e Curatore generale della Biblioteca, che ha presentato l’Artista ed il suo lavoro. 
Per ciò che riguarda l’aspetto critico e artistico del lavoro di Marguerire de Merode, lascio volentieri la parola a Ludovico Pratesi, Direttore Artistico del progetto della de Merode, con il suo articolo pubblicato su Artribune il primo dicembre.
Il mattino dopo, Jann Sordet ci ha accompagnato a visitare l'imponente complesso dell'Institut de France, fondato nel 1795, che raccoglie al suo interno cinque accademie: di Francia, Scienze, Storia e letterature antiche, Belle Arti, Scienze Morali e Politiche, che all'epoca risiedevano al Louvre.
Ludovico Pratesi ci ha poi guidato alla scoperta di un piccolo gioiello, il Musée Eugène Delacroix, sito dietro alla chiesa di Saint Germain des-Près. È la casa-studio di Delacroix e accoglie attualmente, oltre a numerose sue opere, una mostra dell'artista inglese Glen Brown, imperniata sul ritratto e sulla natura, che dialoga con la sua pittura e scultura dirompente con l'opera di Delacroix in un continuo scambio di richiami e interpretazioni. 
Prima di affrontare nel pomeriggio Francis Bacon "en toute lettres" al Centre Pompidou, Francesca Rocca Vattani ci accoglie nella sua casa affacciata sulla Senna e su Notre Dame, sosta ideale per meditare sulla bellezza di tutto ciò che abbiamo visto da quando siamo arrivati e per ammirare una veduta di Parigi a dir poco unica.
Il Beauburg ci accoglie in ristrutturazione e lo schiaffo che Francis Bacon ci riserva, quadro dopo quadro, ha bisogno della spiegazione di Ludovico, preziosa e necessaria. Una pittura tormentata, angosciata e fredda, a volte mostruosa, senza speranza, nessuna luce in fondo al tunnel. Un lavoro a togliere, semplificare, indagare non solo il segno ma anche la natura stessa dell'esistenza.
Nel tardo pomeriggio, siamo grati ospiti di Luciano e Cristiana Berni Canani per un graditissimo aperitivo, nella loro fascinosa dimora dell'antica rue de Lille, intrisa di storia e a tratti misteriosa, a un passo dalla Senna e con vista sul Louvre. In the meanwhile, la nostra Sabina Mori Ubaldini si infortuna: un malleolo fratturato la riporterà a Roma il giorno dopo. A lei che si è appena operata vanno tutti i più affettuosi auguri di pronta guarigione, per ritrovarla molto presto con la sua vivacità ed entusiasmo alla prossima avventura! Forza Sabina!
La sera ci concediamo un tuffo nell'Art Nouveau, al Bouillon Racine, luogo per desinare molto di moda ora e molto popolare negli anni Venti, frequentato all'epoca da operai e maestranze alla ricerca di buon cibo sano a prezzi contenuti.
Sabato mattina partiamo alla scoperta della Fondazione Louis Vuitton, attraccata come una nave a un pontile immaginario nel mezzo del Bois de Boulogne di cui occupa ben 846 ettari. 
Come tutte le opere di Frank Gehry è prorompente, con le sue vele spiegate, la progettazione audace al limite delle leggi della statica, positiva, e propositiva, nel caso della Fondazione è diretta ad accogliere e proteggere l'arte in tutte le sue forme. In questo periodo vi si tiene una grande mostra su Charlotte Perriand, coeva fra gli altri di Léger, Jeanneret e Le Corbusier,  architetto e designer francese, guidata nella sua attività dalla ricerca della modernità e della praticità inserite nella vita reale e nell'arte.
La mostra è vastissima e abbraccia architettura, design, grafica, pittura, progettazione di moduli abitativi e ancora molto altro. Uno spaccato essenziale per comprendere l'evoluzione dell'arte e dell'architettura dell'utimo secolo.
Un veloce Fish & Chips e siamo al Museo Marmottan Monet ove troviamo una sorprendete mostra/parallelo tra il Mondrian figurativo e il Mondrian che tutti conosciamo, linee e rettangoli preferibilmente rossi, bianchi e neri. L'evoluzione del pensiero artistico spiegata da Ludovico è affascinante. Come finale ci attende un'incredibile raccolta di opere di Monet.
Sabato sera siamo al Cercle de l'Union Interallée, in uno splendido Palazzo in Fauburg Saint Honoré, che dal 1917 accoglie gli ufficiali e gli statisti degli Alleati, allorquando gli stati Uniti entrarono in guerra.
Ci confrontiamo: abbiamo negli occhi tanto, molte le cose viste, le più diverse, come le nostre visioni e impressioni personali.
È stato uno splendido e vivacissimo fine setttimana, la prossima volta vedremo tutto quello che ci manca!
Ripartiamo subito! Lampadina, organizza!

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La Redazione:

“È Parigi. Non vieni qui per il tempo."

Adrian Leeds

COSTUME - Il paradiso dei turisti
Articolo di Lalli Theodoli

Siamo il paradiso dei turisti.
Per questo dobbiamo essere sempre pronti ad accogliere col sorriso e.. in molte lingue. Così tutto diventa più facile per i nostri visitatori e il nostro fatturato sul turismo aumenta insieme alle eventuali note positive sul nostro Paese.
Da anni, in nome di una accoglienza  più che accattivante,  non ci stupiamo più, per esempio, per il fatto che, giunti sulla costa romagnola, si possa pensare di essere invece arrivati in Germania. Le scritte dei ristoranti, delle farmacie, dei negozi sono tutte in tedesco.
Se ne avessimo però la possibilità suggeriremmo di scrivere prima in italiano e poi in una lingua straniera, quale che sia. Ma, per ora, è così.
Se possiamo capire un comportamento del genere per quanto riguarda il turismo, non siamo altrettanto aperti e permissivi per altri settori.
In visita all’ospedale per trovare una amica in difficoltà mi trovo prima ad aspettare, stando ai cartelli indicatori, nella “WAITING AREA” dopo un passaggio nell’”EMERGENCY“. Mi guardo intorno e mi vedo circondata di persone che forse avrebbero più padronanza con un “Sala d’attesa” e un “Pronto soccorso” che con quanto vedono scritto.
L’Ospedale è grande, diviso in padiglioni. Chiedo alle Informazioni in ingresso dove potrebbero aver portato la mia amica che era ricoverata al pronto soccorso, pardon: “EMERGENCY”. In quale reparto posso trovarla. Mi si dice di andare nella “BORDIRU’, ma meglio chiedere al “TRIAG”.
Non so se dichiararmi stupida, o sconfitta o tutte e due le cosa. Che sta dicendo? Che lingua parla? La mia faccia è un punto interrogativo. Possibile che non capisco nulla? Invecchiamento velocissimo?
Trovo finalmente il TRIAGE e  lì rivolgo la mia richiesta. Dove devo andare? Attraverso il vetro l’addetta mi dice “FOLD TINTARIA”. Credo di non aver capito bene e le chiedo di ripetere. Questa volta mi arriva “OLD ZINGARIA”.
Nella mia mente immediatamente collego il nome a sfrenate danze ungheresi di vecchi ballerini. Che stranezza aver chiamato così un padiglione medico. Una ventata di vitalità. Forse un primario appassionato di Brahms?
Mi metto in cerca. Nessuna delle indicazioni scritte mi indirizza però a questo posto dal nome esotico. Mi sembra di continuare a girare a vuoto senza speranza di successo.
Sconsolata mi rivolgo ad una infermiera che ha l’aria gentile e paziente. Le sussurro timidamente e senza alcuna convinzione: “OLD ZINGARIA”.
Un sorriso di risposta e “Signora La Holding Area (da "oldzingaria") si trova al primo piano del corridoio in fondo. Deve superare il Triage, dopo la Boarding room (da bordirù con accento sulla u). La trovo finalmente  la mia amica dopo questa caccia al tesoro. La abbraccio esausta: “Dr. Livingstone I suppose!”

Tornata a casa sono curiosa di andare più a fondo sul linguaggio ospedaliero con cui mi sono appena scontrata. Per cui: al TRIAGE si possono chiedere informazioni per un FAST TRACK. Se la BOARDING ROOM ha un OVER CROWDING si crea un ACCESS BLOCK dovuto all’INPUT, per cui ci si augura che avvenga un OUT PUT.
In parole nostre: all'ufficio smistamento ammalati (TRIAGE) si possono chiedere informazioni su un percorso veloce al reparto (FAST TRACK). Se lo Stazionamento in emergenza (BOARDING  ROOM) ha un affollamento oltre misura (OVER CROWDING) si crea una indisponibilità di posti letto (ACCESS BLOCK) dovuto all'eccessivo contemporaneo afflusso di utenti di pronto soccorso (INPUT). Per cui ci si augura una dimissione di alcuni pazienti dal pronto soccorso (OUTPUT).

Per tutti i parenti degli ammalati in visita si consiglia vivamente un corso accelerato di inglese scritto e parlato. In questo caso non quello di Oxford bensì quello infarcito dei tanti nostri accenti regionali. Per ora ho trovato solo una parola in francese, triage, ma non è mai troppo tardi.
Ci possiamo organizzare.

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FLASH NEWS!

Un po' qua, un po' là... 

Ah l'arte contemporanea! -
Brice Marden. Le sue quotazioni sono aumentate in modo vertiginoso negli ultimi tre anni.
Nel 2017 i suoi prezzi per i grandi quadri valevano 7,5 milioni di euro oggi in occasione della mostra che si è aperta recentemente, hanno raggiunto i 10 milioni. Quadri più piccoli 4 milioni e i disegni 1,5.
Nessun problema per i grandi investitori: l'intera esposizione è stata venduta.
Il dipinto sotto riportato raffigura l'artista davanti ad un quadro di Cy Twombly venduto da Christies nel 2017 per 46 milioni di dollari.
CV

*

Inquinamento acustico letale per tacchini- Una notizia non nuova ma sorprendente! 
Da La Repubblica del 26 luglio 2001:
"Trecento tacchini sono morti per il terrore causato dal frastuono di un rave party in campagna.
È accaduto a Baone, piccola frazione del Padovano, dove i tacchini di un allevamento sono stati improvvisamente svegliati nel cuore della notte dai boati degli amplificatori attivati dai deejay che stavano tenendo un rave.
I pennuti, terrorizzati, si sono ammassati contro una recinzione calpestandosi a vicenda.
Alla fine, ne sono rimasti a terra senza vita circa trecento."
BZ

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Dove siamo arrivati? - Il brand di Brooklyn MSCHF, (più che altro un rabdomante alla ricerca della stupidità umana) ha avuto un colpo di genio: ha preso della scarpe Nike Air Max 97, ha inserito nella suola 60 cc di acqua del fiume Giordano (sarà vero?…), ha fatto benedire l'acqua, ha legato ai lacci di una delle due scarpe un crocefisso di metallo, ha stampato sui lati il numero dei versetti del Vangelo nei quali si parla di Gesù che cammino sulle acque MT 14:25 e posto in vendita le suddette sneakers, per la precisione le Jesus sneakers, per circa 3000 dollari.
Ovviamente le scarpe sono andate a ruba.
La Nike si è dichiarata totalmente estranea…
Mi chiedo: What else?
ICH

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APPUNTAMENTI DELL'ASSOCIAZIONE
LA LAMPADINA:::PERIODICHE ILLUMINAZIONI

Ecco i prossimi appuntamenti dedicati ai Soci de La Lampadina.

Metà 2020
Maastricht e Bruxelles
A Maastricht si tiene dal 07 al 15 marzo 2020 la TEFAF, European Fine Art Fair, la più grande fiera antiquaria del mondo.

Da più di trent'anni, attira mercanti, collezionisti, critici e appassionati di arte, antichità e gioielli.

Pernottando a Bruxelles, avremo la possibilità di visitare anche questa bella città nei suoi angoli meno conosciuti.

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13 - 17 maggio 2020
Dopo Mosca, non potevamo mancare di prevedere San Pietroburgo e la sua splendente architettura!

Il Palazzo d'Inverno, le sfingi sulla Neva, la cattedrale di S. Isacco, una sera al Mariinsky e altro ancora per immergerci di nuovo nell'atmosfera russa che ci ha stregato!

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Stiamo anche preparando per la primavera la visita di Villa Pansa a Varese e dintorni e altri appuntamenti su Roma

Seguiteci con attenzione!

 Per info sull'Associazione e/o prenotazioni, scriveteci a

appuntamenti@lalampadina.net
 

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E ANCORA
FLASH NEWS!
 

Curiosita su Parigi -
San Dioniso, martire a Parigi.
Secondo la leggenda il santo fu decapitato e quando la testa toccò terra il corpo la raccolse e camminò per sei km a Montmartre reggendola in mano, lungo quella che si chiama rue des Martyrs.
La Tour Eiffel
Ha un'altezza variabile che può variare addirittura di 79 cm.
Grazie alla sensibilità del metallo ai cambiamenti di temperatura infatti, la torre si allunga e si accorcia.
Il record finora è stato di 18 cm.
CV

Cedri vendesi
È in vendita per un miliardo di euro la villa "I Cedri", grande struttura appartenuta al re del Belgio Leopoldo II. È a Saint-Jean-Cap-Ferrat tra il Principato di Monaco e Nizza.
Quattordici ettari è l'estensione del parco botanico, con tanto di serre e qualcosa come 20 mila specie di piante, molte tropicali.
Dopo otto anni villa "I Cedri" è in vendita per decisione della famiglia Campari che l’aveva acquistata dalla famiglia Marnier-Lapostolle.
CV

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A proposito di WhatsApp -
È stata fondata nel 2009 da Jan Koum e Brian Acton.
Il budget iniziale 250 mila dollari. Dopo qualche anno è stata venduta a Facebook per 19 miliardi di dollari.
Gli utenti attivi di WhatsApp sono circa 1 miliardo e 600 milioni: 340 milioni di questi indiani, la nazionalità più rappresentata.
L’applicazione è diffusa in circa 180 Paesi, ma è vietata in alcuni Stati come Cina, Corea del Nord, Cuba, Iran, Siria. 
In Italia sono 33 milioni di persone che la usano.
Quotidianamente vengono inviati oltre 65 miliardi di messaggi e sono effettuate più di 55 miliardi di chiamate.
Sai mediamente quante volte al giorno guardi l’applicazione? 23 volte.
E quante persone fanno funzionare tutto questo? Appena 55 gli impiegati negli uffici di WhatsApp in California, di questi 32 sono ingegneri.
CV

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Somiglianze -  Greta Thunberg e Vladimir Putin si somigliano?
Grande imbarazzo hanno suscitati i commenti al grande murale, alto 20 metri, di Andres Iglesias, detto Cobre, raffigurante Greta Thunberg e piazzato a Mason Street a San Francisco.
Appena le immagini sono cominciate a girare, il ritratto è diventato virale e commentato diversamente da migliaia di followers.
La sensazione è che il ritratto assomigli fortemente a Putin, le ironie sull'argomento tante, la somiglianza forse è da ricercare nello sguardo d'acciaio, gli intensi occhi blu e la mascella forte. Naturalmente l'artista ha negato che la somiglianza sia stata voluta. E ha aggiunto "Spero che con questo murale le persone capiranno che dobbiamo prenderci cura del mondo."

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SUGGERIMENTI "ILLUMINANTI"

DA VEDERE: Venerdì 13 Dicembre | Ore 11.00
Cinema Tiziano, Via Guido Reni 2, ritorna il il CineFesival Internazionale dell'ACDMAE con l’Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi si presenta il film
“Simon” 
Leggi di piu'...

 

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ALL'OLIMPICO CON
LA LAMPADINA

 

Appuntamenti di dicembre al Teatro Olimpico di Roma
DAL 04 al 08 DICEMBRE
MASSIMO LOPEZ & TULLIO SOLENGHI SHOW

Dopo il successo di aprile 2019, i due mattatori tornano all'Olimpico nello spettacolo scritto e interpretato da loro e coadiuvato dalla Jazz Company del maestro Gabriele Comeglio.
Due ore di comicità, grande teatro ed emozione.
Vedi la promozione


DAL 10 DICEMBRE 2019 AL 12 GENNAIO 2020

STEFANO BATTISTA
30 ANNI E NON LI DIMOSTRA



Maurizio Battista con l’occasione di ripercorrere i suoi trent’anni di carriera, rivive l’Italia degli ultimi decenni, con i suoi vizi, le sue virtù e le sue mode.
Musica, giochi, tecnologie, rapporti personali e mille altre situazioni della nostra vita, hanno subito dei cambiamenti epocali. Maurizio con la sua arguzia cercherà di capire se la nostra società si sia involuta o evoluta, per farci divertire con questo spaccato dell’Italia a specchio nella sua vita personale anch’essa decisamente cambiata di pari passo con i tempi.

Vedi la promozione


Continua a leggere sul sito...

Info: www.teatroolimpico.it

 

MOSTRE

Ecco le segnalazioni di
Marguerite de Merode


NAPOLI

Museo CapodimonteNapoli Napoli di lava, porcellana e musica.
A cura di Sylvain Bellenger

Nelle 18 sale dell’Appartamento Reale, al primo piano del Museo, l'artista Hubert le Gall ha ideato un viaggio multisensoriale nella storia di Napoli, capitale del Regno, dal Settecento e oltre, da Carlo di Borbone a Ferdinando II, in cui il filo conduttore è la musica.
Un vero e proprio spettacolo teatrale (i costumi sono quelli del Teatro di San Carlo), nato dall'incontro tra la musica e le arti applicate.

Sono illustrati con raffinatezza, intelligenza e con tanta fantasia, i cambiamenti della storia, delle mode e dei gusti estetici.
I visitatori potranno immergersi in un mondo incantato e, grazie all'uso di cuffie dinamiche, ascoltare musiche da Giovanni Pergolesi a Domenico Cimarosa, da Giovanni Pacini a Giovanni Paisiello, da Leonardo Leo a Niccolo Jommelli selezionate per i vari temi artistici di ciascuna sala. Un evento da non perdere. Fino al 21 giugno 2020.

In questo contesto, voglio segnalare una bellissima iniziativa: c’è una navetta che porta da Piazza Trieste e Trento/Teatro San Carlo che si  ferma a Piazza Municipio, Piazza Dante, al Museo Archeologico, e che poi raggiunge il Museo di Capodimonte. Comodissimo.


ROMA

Palazzo Altemps: Medardo Rosso.
Curato da Francesco Stocchi, Paola Zatti e Alessandra Capodiferro

Una mostra antologica che propone una riflessione più ampia sulla scultura, attraverso un interessante accostamento delle opere dell’artista con i capolavori della classicità custoditi nel Museo.
Sono ventinove le opere di Rosso, un genio nel cogliere l’attimo, accompagnate dalle relative stampe fotografiche, da lui scattate e parte integrante della sua ricerca, la fotografia era per lo scultore un’occasione di studio sulla materia e sulla luce, svincolato dal confronto col vero, e cinque bronzi tratti da modelli antichi.

Fino al 2 febbraio 2020

 

Accademia di San Luca: Giovanni Anselmo; Entrare nell’Opera

All’Accademia di San Luca è stata appena inaugurata una bella retrospettiva che ripercorre gli oltre cinquanta anni della sua attività artistica con esposte 28 opere appositamente selezionate dall'artista torinese tra le più significative dell’intera sua produzione: opere per la maggior parte di grandi dimensioni, che spaziano dalla fine degli anni Sessanta ad oggi.
La mostra riprende il titolo di una fotografia del 1971 perché realizzata mentre correva in un prato dopo aver regolato un autoscatto nel tempo necessario a «entrare nell’opera». Autodidatta, partecipa al movimento dell’arte povera e il suo lavoro esprime l'energia insita nella materia.

Fino al 31 gennaio 2020

 

Gawin Brown Entreprise: Laura Owens

Il gallerista newyorkese Gavin Brown ha inaugurato già dal 2015 uno spazio espositivo sorprendente nella chiesetta sconsacrata di Sant’Andrea de Scaphis di Via dei Vascellari.
Questa volta l’ex luogo di culto è dedicato ad un solo lavoro dell’artista statunitense ma vale a sé una passeggiata a Trastevere in orario di apertura.
Nello spazio vuoto si vive un’esperienza gioiosa e potente dove Laura Owens ha voluto creare un mondo da scrutare, esplorare e vivere: all’entrata, tre specchi, poggiati a terra, lasciano presagire una sorta di aura mistica suggerendo ai visitatori di prestare attenzione allo spazio tutt’intorno, un soffitto dipinto di colori vibranti, fiori di ceramica intorno all’altare come appena caduti dal cielo.

Fino al 31 gennaio 2020

 

TORINO

Castello di Rivoli: Michael Rakowitz. Legatura imperfetta

Non è un’impresa facile raggiungere il Castello di Rivoli, ma si viene premiati all’arrivo. Non solo dalla vista dello straordinario recupero di quella struttura nata per diventare una reggia, e abbandonata in corso di cantiere, ma dalla serie di interessanti lavori contemporanei che ospita il Castello diventato nel 2000 uno spazio museo dove il contemporaneo dialoga con l’antico.
Ora ospita una bella mostra di Michael Rakowitz. la prima retrospettiva europea, dedicata all’artista americano di origine ebraico-irachena.

Rakowitz crea sculture, disegni, installazioni, video, nonché progetti collaborativi e performativi. 
La mostra presenta in anteprima le più importanti opere realizzate dall’artista in oltre vent’anni di attività ispirate all’architettura, all’archeologia, alla cucina e alla geopolitica dall’antichità a oggi.
Le opere narrano le grandi trasformazioni storiche causate da guerre e altri traumi, denunciando le contraddizioni della globalizzazione
.”

Fino al 19 gennaio 2020

 


 

 Pensiero Laterale
Due padri e due figli


Due padri e due figli andarono a pescare e pescarono in tutto 9 pesci.
Quando venne il momento di spartirsi i pesci scoprirono che ce n'erano esattamente 3 a testa.
Come si spiega?

 

Guarda qui la soluzione...

La Lampadina Archivi di famiglia/Racconti

Diario di prigionia
di Giorgio Crainz

Grazie Lampadina!
Molti leggono La Lampadina e proprio qualche mese fa un lettore mi ha scritto chiedendomi se ero parente di Giorgio Crainz; in effetti è mio zio, uno dei fratelli di mio padre.
Il signore era venuto a conoscenza che tra il settembre 1943 e il maggio 1945 zio Giorgio era in prigionia in Germania e aveva tenuto giornalmente un diario.
Il diario era scritto su piccoli foglietti che poi saranno trascritti molti anni dopo. Al rientro in Italia lo zio non amava ricordare questo suo periodo in campo di concentramento.
Ora il diario, GRAZIE alla Lampadina, sarà pubblicato e intanto noi oggi possiamo farvi leggere l'introduzione di Guido Crainz, docente di storia moderna, grande scrittore nonché mio cugino.
Il caso vuole che da giovane sia stato ospitato da zio Giorgio, lui residente a Udine ma universitario a Roma, un po' attivo in "Lotta Continua" era per questo ricercato..
Lucilla Crainz

Questa è la presentazione del diario da parte di Guido Crainz

Ho letto per la prima volta questo diario negli anni ottanta: prima ne ignoravo proprio l’esistenza, e a quel che ne so Giorgio e la moglie Adriana, che lo trascrisse a macchina, non ne avevano parlato con nessuno o quasi. Sembrerebbe una anomalia se non venisse subito in mente una storia al tempo stesso analoga e diversa, quella di Alessandro Natta. Come è noto, il colto leader comunista (aveva frequentato la Normale di Pisa) negli anni cinquanta non pubblicò la sua storia/testimonianza sugli internati militari (e la pubblicò solo negli anni novanta: L’Altra Resistenza, Einaudi). Gliela aveva bocciata la casa editrice del Pci perché nella cultura di quel partito la Resistenza degli internati militari non era vera Resistenza (e Natta accettò di chiuderla in un cassetto)...

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La Lampadina ::: Periodiche illuminazioni
Newsletter di fatti conosciuti ma non approfonditi, luoghi comuni da sfatare, semplici novità.

La Lampadina e' una newsletter ideata da Carlo Verga, gestita da un Comitato di redazione composto da: Filippo Antonacci, Isabella Confortini Hall, Lucilla Crainz Laureti, Marguerite de Merode Pratesi, Ranieri Ricci, Carlotta Staderini Chiatante, Lalli Theodoli, Beppe Zezza e redatta con la partecipazione di: Lorenzo Bartolini Salimbeni, Renata Ferrara Pignatelli, Giancarlo Puddu e Angelica Verga. La sede è in via Castiglion del Lago, 57, 00191, Roma.

La newsletter, di natura non politica, non ha scopo di lucro e si propone di fornire - con frequenza inizialmente mensile - "periodiche illuminazioni" su argomenti di vario genere, con spunti di riflessione e informazioni. L'invio viene effettuato su segnalazione degli stessi lettori, agli amici ed agli amici degli amici. il presente numero è inviato a circa duemila persone. Sono gradite da chiunque le collaborazioni e le segnalazioni di persone interessate a ricevere la newsletter.
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