{"id":21360,"date":"2018-02-05T08:00:26","date_gmt":"2018-02-05T07:00:26","guid":{"rendered":"https:\/\/www.lalampadina.net\/magazine\/?p=21360"},"modified":"2018-02-02T15:14:52","modified_gmt":"2018-02-02T14:14:52","slug":"la-lampadina-racconti-intermezzo-vittoriano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.lalampadina.net\/magazine\/2018\/02\/la-lampadina-racconti-intermezzo-vittoriano\/","title":{"rendered":"LA LAMPADINA \u2013 RACCONTI: intermezzo vittoriano"},"content":{"rendered":"<p>Da: \u201c<em>Otto limericks per Dorella e altre storie acide\u201d<br \/>\ndi Vittorio Grimaldi<\/em><br \/>\nEdizione Clichy<\/p>\n<p>A Camilla<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel mese di novembre la stazione di Bologna \u00e8 triste, a prescindere dall&#8217;orologio fermo sull&#8217;ora della strage. Grumi di neve sporca disegnavano le corsie riservate ai taxi. Il prof. Olindo Maffei, ordinario di Lettere antiche all&#8217;Universit\u00e0 di Bologna, non sapeva se era pi\u00f9 a disagio per l&#8217;umidit\u00e0 che gli entrava nelle ossa o per il silenzio spettrale del piazzale, quasi deserto alle sette del mattino. Sebbene non avesse pi\u00f9 traguardi, vedovo e con i figli lontani, aveva accettato con entusiasmo l&#8217;invito dell&#8217;Universit\u00e0 di Milano a tenere una conferenza sulle satire di Orazio. Mentre camminava intirizzito, si assolse con un po&#8217; di autoironia&#8230; \u00ab Vanitas vanitatum\u00bb, nessuno si salva dalla vanit\u00e0, sebbene il resto della frase \u00abet omnia vanitas\u00bb lo disturbasse perch\u00e9, ben tradotto, significa che tutto \u00e8 inutile. Non c&#8217;era dunque alcuna ragione plausibile per andare a Milano a quella conferenza, in quella triste mattina di novembre. Nel tratto allo scoperto, fra i portici di via Gramsci e l&#8217;ingresso della stazione, gli vennero in mente i versi rassegnati e dolenti della Nevicata di Carducci, vecchio, solo e allo stremo delle forze: \u00abgridi, suoni di vita pi\u00f9 non salgono da la citt\u00e0, non d&#8217;erbaiola il grido o corrente rumore di carro, non d&#8217;amor la canzone ilare e di giovent\u00f9\u00bb. Rabbrivid\u00ec. Sempre meglio, pens\u00f2, di quella pioggia sottile, insistente e malvagia che penetrava ovunque aprendosi una via gelida fin sotto la camicia di flanella. Si infil\u00f2 nel sottopassaggio sporco, grigio e gocciolante per risalire fino al marciapiede del treno proveniente da Roma. Nel 1992 non c&#8217;era ancora l&#8217;Alta velocit\u00e0 e i vagoni erano suddivisi in scompartimenti con i divanetti di velluto &#8211; beige o rosso, a seconda della classe &#8211; che si fronteggiavano. Le motrici elettriche erano ancora le \u00ab432\u00bb color sabbia o addirittura le \u00ab626\u00bb di prima della guerra, i cosiddetti \u00abcoccodrilli\u00bb come i modellini \u00abHO\u00bb della Rivarossi regalatigli dalla mamma nel Natale del 1948, quando il prof. Maffei aveva sei anni ed era reduce dalla cocente delusione di un carro armato caparbiamente incapace di produrre scintille col suo finto cannone di latta. In compenso, negli anni Novanta erano gi\u00e0 arrivati i graffitari che avevano quasi completamente coperto di scritte i fianchi esterni dei vagoni. Il prof. Maffei, non riconoscendo in quell&#8217;orgia di disegni ingarbugliati il numero del suo vagone, si arrampic\u00f2 sul treno appena in tempo e si mise alla ricerca del suo posto facendosi strada a fatica nei corridoi stretti, ingombri di valigie. Si sedette, finalmente, in senso contrario alla direzione di marcia. Di fronte aveva un giovane che calzava scarpe nere lucidissime sulle quali rifulgeva, come un cornicione, la cucitura sporgente delle suole, tanto da relegare in secondo piano il raffinato disegno scolpito sulle punte. Capelli scuri e ricci, profilo angoloso, orecchie esageratamente larghe, quando Maffei era entrato nello scompartimento, richiudendosi alle spalle la pesante porta scorrevole, non aveva neppure alzato gli occhi dallo spartito che stava leggendo, n\u00e9 s&#8217;era preoccupato di fargli spazio scansando i piedi enormi e cos\u00ec magnificamente calzati. Maffei si accomod\u00f2 un po&#8217; seccato dall&#8217;arrogante indifferenza del giovane. Alla sua sinistra sedeva una ragazza bellissima ma dai lineamenti un po&#8217; mascolini. Era avvolta in un ampio soprabito scuro, di una lana ruvida e pesante, forse casentino, guarnito da un collo di pelliccia decisamente fuori moda. Qui furono i capelli a colpirlo, neri e folti, raccolti in un&#8217;acconciatura sfatta, come in un dipinto preraffaelita. Il prof. Maffei non pot\u00e9 fare a meno di notare che la fanciulla, per una sorta di bizzarra coinci-denza fra il suo aspetto e i suoi interessi, era intenta alla lettura di un trattato sulla pittura inglese dell&#8217;Ottocento: Dante Gabriel Rossetti, Frederic Leighton, Lawrence Alma-Tadema. Artisti singolarmente coerenti con la foggia della sua selvaggia acconciatura, salvo, forse, che per il colore dei capelli che, per quei pittori, avrebbero dovuto essere rossi. \u00abMi chiamo Vittoria\u00bb disse rivolgendo al nuovo venuto uno sguardo saettante \u00abe lui\u00bb aggiunse \u00ab\u00e8 Francesco, dirige un&#8217;orchestra\u00bb&#8230; \u00abFrancesco saluta il professore!\u00bb. Il tono era divertito ma perentorio, come quello di una mamma comprensiva che, rivolgendosi a un figlio distratto, vuole insegnargli le buone maniere. Francesco rispose solo con un grugnito sommesso e non alz\u00f2 gli occhi dallo spartito. \u00abLei non poteva avere un nome diverso\u00bb disse Maffei accennando al libro di Vittoria, \u00abma come sa che io faccio il professore?\u00bb \u00abChe altro pu\u00f2 fare chi legge un affare intitolato Echi luciliani nelle satire di Orazio?\u00bb rispose quella beffarda. \u00abTouch\u00e9\u00bb riconobbe Maffei \u00abma non mi dica che le piace quella roba&#8230; La vedova egizia, Il trionfo di Tito, tutta quella paccottiglia greco-romana con i marmi del Tepidarium e le cortigiane nel Frigidarium. Per\u00f2\u00bb aggiunse \u00abmi piacciono le chiome rosse scarmigliate che accentuano le pose dannunziane e languide di chi si faceva di oppio e di laudano\u00bb. Vittoria si aggiust\u00f2 i capelli e proruppe in una risata fresca, argentina, sorprendentemente infantile. \u00ab\u00c8 proprio cos\u00ec\u00bb disse\u00bb ma sono quelle le tipe che piacciono a Francesco! Non \u00e8 vero Francesco?\u00bb. Poi si rivolse al professore: \u00abGuardi come \u00e8 bella Persefone\u00bb disse. E qui tir\u00f2 fuori da una cartella la riproduzione del celebre dipinto di Dante Gabriel Rossetti, lo sguardo diretto ma sfuggente, la donna fatale, dalla chioma corvina e riccioluta stringeva fra le dita sottili una melagrana spaccata. La somiglianza con Vittoria era cos\u00ec straordinaria che il professore ne fu turbato \u00abNon assaggi mai\u00bb disse \u00abi chicchi di quella melagrana\u00bb. Vittoria sorrise lusingata. Francesco sollev\u00f2 gli occhi dal suo spartito proprio mentre il treno entrava nella stazione di Milano Centrale, sballottandoli impietoso per l&#8217;intrico dei binari fra uno scambio e l\u2019altro.<\/p>\n<p>Con un ghigno luciferino si volse al professore e disse &#8220;Tanto li ha gi\u00e0 mangiati tutti!\u00bb.<\/p>\n ","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da: \u201cOtto limericks per Dorella e altre storie acide\u201d di Vittorio Grimaldi Edizione Clichy A Camilla Nel mese di novembre la stazione di Bologna \u00e8 triste, a prescindere dall&#8217;orologio fermo sull&#8217;ora della strage. 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