ABBIAMO OSPITI – VIAGGI: Giordania, il sorriso e l’ospitalità

Articolo di Costanza Caffarelli – Autore ospite de La Lampadina

L’ospitalità in Giordania é qualcosa di veramente serio e importante, specialmente se rivolta a uno straniero: é l’occasione per un giordano di mostrare con orgoglio la sua famiglia, la sua casa. E questo ovviamente vale per tutti i livelli sociali.

Ero ospite di una delle Principesse reali di Giordania, già ambasciatrice a Roma e per la quale avevo lavorato diversi anni. La principessa è un’ottima intenditrice di arte, pittrice, e organizzatrice del nuovissimo Museo di arte moderna di Amman. Lei mi aveva suggerito di visitare l’artista Nawal Abdullah.

Il sorriso accompagna spesso i giordani quando salutano, quando ti accolgono, quando ti danno un’indicazione per strada e sopratutto quando ti donano qualcosa di proprio. Ed è ciò che accadde nello studio dell’artista, in un appartamento luminoso al terzo piano di una vecchia palazzina del quartiere di Lwebdeh (il Trastevere di Amman) che guarda l’Anfiteatro romano e la Cittadella Omayade e che contiene le sue opere più belle ed espressive, seppure in forma astratta. Mi viene in mente il suo sorriso mentre prende uno dei suoi quadri e me lo regala seduta stante, a ricordo di una bella giornata trascorsa insieme e all’ottima colazione offertami sulla famosa terrazza panoramica del Cantaloupe Restaurant lungo la via trendy Rainbow Street del vecchio centro di Amman.

La casa della mia ospite è uno splendido edificio in uno dei quartieri reali nelle colline intorno Amman con piscina provvista di cascatella d’acqua, fontane, splendidi prati all’inglese e tavole imbandite. La colazione è annunciata in tono affabile dalla padrona di casa che accompagnava me e un gruppo di ospiti attorno a un tavolo rivestito di ceramica blu e gialla con degli incredibili disegni. Varia la conversazione, si parla di crisi, di prezzi in Italia, a New York, a Istanbul. La Principessa sempre molto interessata, continuava a chiedermi di Roma che adora, di Berlusconi, di Monti, del Papa. La colazione è un momento importante, e sempre con vastissima scelta di piatti arabi eccellenti impossibile a rifiutarsi sia per la loro bontà ma anche per il modo affabile con cui ti sono offerti. La conclusione è un ottimo caffè, delizioso, con quel tipico sapore di menta del deserto. L’interno della costruzione, tenuta in modo perfetto, è tipicamente arabo ma ciò che mi ha lasciato “very impressed”, come direbbero i miei amici inglesi, è la splendida collezione di dipinti di Andy Warhol e Lichtenstein al primo piano!

Altra tappa ad Al Salt, una cittadina a nord di Amman che vanta molto più storia rispetto ad Amman sin dai tempi degli Ottomani e la cui gente é famosa per essere intelligente, vispa e laboriosa. L’occasione era la visita a un attaché militare che era stato due anni a Roma presso l’Ambasciata e che sapendomi in Giordania mi aveva invitato per un tè con le donne di casa; in quella visita ero accompagnata da un’amica giordana. La casa si trovava in una palazzina di nuova costruzione sulle colline attorno Al Salt con una vista sia sulla città sia sulle violacee colline che la circondano. La sorella dell’attaché ci aspettava all’entrata del palazzo ed era vestita con un pesante abito tipico di Al-Salt dai colori blu e rosso che copriva la testa lasciando scoperto il viso adornato da un’infinita serie di monetine (alla beduina) che tintinnavano al minimo movimento: era davvero elegante! La sorella mi abbraccia e mi bacia le guance parlando continuamente, ma i baci non finiscono e continuano ogni volta con qualcosa che suona di buon augurio… mi avrà baciato una ventina di volte! La stessa scena si ripete con la madre e con la moglie dell’attendente anche loro abbigliate alla maniera locale e con le monetine che tintinnano (derivano dai talleri austriaci del tempo di Maria Teresa d’Austria che giunte in quelle zone desertiche dall’Impero Ottomano, erano usati per scambiare i prodotti con i beduini).
Io e la mia accompagnatrice siamo invitate ad accomodarci sull’enorme sofà del salotto e ci viene offerto il tè pomeridiano che, come prassi in quelle zone, sostituisce un vero e proprio pasto, anzi una cena luculliana, fatta di pizzette con lo zatar (le cui erbe sono state colte dalla madre dell’attendente, messe a essiccare e tritate), degli strani pasticcini di pasta brisè con ripieno di melanzane, un’insalatina di lattuga, menta, pomodori e coriandolo, un hummus di ceci, uno di fave e uno di melanzane, e la baklava, dolce al miele e pistacchi. Dopo una buona chiacchierata, naturalmente tradotta, sulla situazione in Siria, sui prezzi alti, su come si fa lo zatar, io e la mia accompagnatrice ci alziamo con difficoltà dal sofà, veniamo baciate dalle tre donne con tutti gli auguri del mondo e finalmente avviate alla porta. La sera di ritorno ad Amman decidiamo di saltare la cena e di fare una bella passeggiata alla cittadella dove si trovano le rovine del palazzo Omayade con il suo antico ricovero per i mercanti di Gerusalemme. Sono le 19.00 e già tramonta il sole inondando la città di Amman della sua particolare luce prima rosa e poi viola costellata dai punti verdi delle luci delle moschee che si accendono per la sera e il muezzin invita tutti alla preghiera, perché Dio é grande, Allah Akbar.

Costanza Caffarelli

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