ABBIAMO OSPITI – FOTOGRAFIA: Jacques Moreau, genio sconosciuto e misterioso della fotocronaca ante litteram

Articolo di Giuseppe Fabbri – Autore Ospite de La Lampadina

Abbiamo oggi tra i nostri Ospiti Giuseppe Fabbri che è già stato con noi altre volte in passato. Oggi ci parla di un personaggio misterioso, un fotografo della Grande Guerra che ha fatto foto straordinarie e poi è scomparso. Non è morto in guerra, è scomparso nel senso che di lui non si è saputo quasi più nulla.
Scorrendo all’indietro le nostre precedenti edizioni ritroviamo Fabbri che ad aprile 2012 che ci parlò del caso Geoffrey Holiday Hall. Anche lì un caso analogo. Un grande scrittore comparso fugacemente in un celebre giallo dal titolo “La fine è nota” e poi scomparso. Anche lui misteriosamente, inspiegabilmente.
Questo ripetuto interesse per i personaggi storici scomparsi fa di Fabbri una specie di ispettore dei casi irrisolti e facendoci interpreti delle sue aspirazioni invitiamo i lettori che abbiano dati in più sui due casi citati a trasmetterceli o darci ragguagli su come reperirli.
Carlo Verga

Nel luglio scorso in occasione del centenario della Grande Guerra il settimanale L’Espresso pubblicò, in abbinamento al numero del giornale in edicola, un volume dal titolo “La Grande Guerra raccontata cent’anni dopo per capire l’Europa di oggi”. Vedendolo esposto sul banco del giornalaio mi colpì la sua copertina con una foto meravigliosa di giovani soldati francesi marcianti in una via di Parigi, perché in partenza per il fronte, salutati gioiosamente da due ragazze loro coetanee. L’aspetto di quei personaggi, i loro lineamenti, le loro fattezze era talmente nitido e moderno da sembrare un’immagine rifatta, ricavata magari da qualche film o sceneggiato televisivo sulla prima guerra mondiale.

A rinforzare il mio scetticismo sull’autenticità della foto devo dire che le mie esperienze pregresse alla ricerca di immagini su fatti di cronaca anche ben posteriori alla grande guerra mi avevano sempre lasciato deluso perché il materiale disponibile era  povero e di qualità molto lontana da quella a cui siamo abituati noi figli della seconda guerra mondiale. Cito ad esempio un fatto di cronaca al quale mi ero appassionato anni addietro e cioè il delitto Matteotti; pur essendo datato dieci anni più tardi le foto dei personaggi e dei luoghi sono rare e quindi sempre le stesse.

Del resto i giornali dell’epoca ben raramente riportavano fotografie, erano quasi sempre testo scritto e basta. Durante la prima guerra il Corriere della Sera era quasi tutti i giorni una pagina fronte retro e fine della storia.
Per avere delle immagini dei fatti bisognava rivolgersi a un diverso tipo di giornale ovvero gli ebdomadari come la famosa “Domenica del Corriere” o “ Il Secolo Illustrato”  ove l’immagine principe era, vedi la famosa prima pagina della Domenica del Corriere, un disegno e non una fotografia. Nomi come Achille Beltrame e Walter Molino sono passati alla storia come illustratori non certo come fotografi.

Tornando alla copertina del libro de L’Espresso che tanto mi era piaciuta decisi di contattare il giornale per chiedere ai diretti responsabili dell’opera notizie più precise. Vano esercizio, le mie domande sono rimaste lettera morta e/o cestinate come curiosità puerili o, peggio, di un mitomane finché, dopo mesi di attesa, grazie al vecchio sistema sempre efficace dell’amico dell’amico, un’angelica creatura con pronta immediatezza mi ha confermato che la foto è autentica, è di un fotografo di nome Jacques Moreau e appartiene all’Archivio della casa editrice parigina Larousse.

Andando in internet alla ricerca di Jacques Moreau si scopre che Wikipedia non è stata in grado di dedicargli nemmeno una pagina per la totale assenza di informazioni sul suo conto. Si scopre però anche che un’altra casa editrice francese, La Martinière, ha pubblicato nel 2004 un volume dal titolo “1914 – 1918 Nous étions des hommes” nel quale, con i testi di Beatrice Fontanel e Daniel Wolfromm, riproduce una ricca quantità dell’enorme cronaca fotografica della Grande Guerra ad opera di Moreau. La copertina del libro, neanche a dirlo, è un altro capolavoro come quello da cui è iniziato il mio percorso. Anche qui colpisce la nitidezza dell’immagine che rivela oltre al talento dell’autore la qualità di un obbiettivo straordinario. L’occhio dell’osservatore salta incredulo dalla cannella del vino che entra dalla bottiglia nella borraccia all’espressione di tenerissima bonomia del personaggio a destra che non ce l’ha fatta ad aspettare oltre per addentare il biscotto.

Dai testi della Fontanel apprendiamo che di Moreau c’è solo una cosa certa e cioè il fatto che nel 1968 ormai vecchio ottantunenne e in evidenti difficoltà economiche si presentò da Larousse e gli vendette un pacco di 2308 lastre di vetro di piccolo formato riguardanti tutte la Grande Guerra. Concluso l’affare il vecchietto scompare, cambieranno negli anni successivi i funzionari di Larousse e ogni possibile annotazione sul venditore che avrebbe potuto essere utile per rintracciarlo andrà perduta o distrutta. Di lui si sa che era un fotografo professionista con un proprio studio prospero e qualificato prima della guerra. Poi a 27 anni, in qualche modo, entra a far parte del gruppo di quelli che ufficialmente seguirono il conflitto nelle sue varie fasi. Il suo nome compare su un registro datato 1917 della Sezione Fotografica dell’Esercito insieme a altri 26 e compare anche su un altro documento datato 1916 del Servizio Storico dell’Armata di Terra in cui si contano 59 fotografi di cui un Moreau ma senza nome di battesimo.  Gli anni della guerra non gli lesinarono riconoscimenti se è vero come è vero che il britannico Daily Mirror il 14 Agosto 1914 dedicò spazio in prima pagina a tre delle sue foto tra le quali appunto quella delle ragazze e dei soldati con la didascalia “Every soldier is a hero to the Paris midinettes” e il giornale tirò un milione di copie.  Ma cosa ha fatto Moreau nei cinquant’anni tra il 1918 e il 1968 non è dato sapere. E dopo il 1968 men che meno. E di lui, nella ricca galleria di capolavori che ci ha lasciato sulla Grande Guerra, non esistono autoritratti. L’unica eccezione è quasi uno scherzo beffardo. Tra le sue 2308 foto di guerra, infatti, ce n’è una in cui la sua immagine è riflessa nella vetrina di una macelleria mentre ne riprende il contenuto in esposizione. Ma purtroppo la macchina fotografica gli copre completamente il viso rendendosi complice di un destino che evidentemente voleva per Moreau un ruolo di fantasma senza volto.

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