LA LAMPADINA – Racconti

Daniela Matronola
1944
Cimino

Dalla deportazione alla libertà


A detta del nonno di Lucétta, vermi bianchi, lisci e pellicolosi, avevano infestato non poche minestre al Circolo Ufficiali di Palazzo Barberini dove con la famiglia l’avvocato Germano consumava il pranzo nel periodo in cui finirono sfollati a Roma.
L’inizio fu un mattino del ’44: un fortuito guasto ai binari all’altezza di Ciampino aveva permesso loro di scendere dal treno merci su cui erano stati caricati a forza dai tedeschi verso una oscura deportazione.
Sgusciati fuori, si erano avviati in fila indiana, alla chetichella, verso i campi aperti, portandosi dietro le loro mappate. Saranno stati una dozzina.
Con loro c’era anche la nonna Angelina, che pur nel disastro della guerra non aveva rinunciato al bastone da passeggio e alla veletta. Camminavano spediti e guardinghi, poi cominciarono a liberarsi della roba cui ciascuno, per affezione, e per eccesso di previsione d’uso, non voleva rinunciare.
Si fecero dai binari, poco fuori Ciampino, fino a via Arno, zona Corso Trieste, tutto a piedi.
Ci arrivarono la sera tardi. Avevano mollato per strada praticamente tutto, e nel frattempo avevano accumulato sporcizia e stanchezza. Erano tutti sudati, di fatica e di apprensione, e anche nonna Angelina era meno a posto del solito, però conservava una sua connaturale eleganza, una inossidabile regalità. Si erano diretti esattamente lì, al civico 2 di via Arno, e una volta ricomposto il gruppo davanti al bel portone del Quartiere Savoia, a due passi da Villa Ada, il nonno Germano aveva bussato all’interno dei Cimino.
Venne ad aprire un bel signore maturo,
– Prego?, chiese perplesso.
– Luigi, siamo venuti dai treni…
Nonno Germano si fermò subito.

"...gli stivali e il pastrano destinati a Rod Steiger, Napoleone, in Guerra e Pace".

In un momento sentì addosso tutta la stanchezza, e si accorse di doversi sveltire a sintetizzare tutta la catena delle loro tragedie in modo credibile.
Del resto, il signore sulla soglia, nello sguardo, mostrava l’aria di chi ha davanti un drappello di miserabili – nonno Germano ebbe la tentazione di mostrargli sua madre, Angelina, che conservava a dispetto di tutto una classe indenne: era l’unica appena presentabile tra tutti loro, forse anche l’unica ancora riconoscibile.
Esausto, invece, disse:
– Luigi, sono Germano! … tuo cugino …
– Germano!
Luigi, entusiasta, si voltò verso l’interno, e chiamò i suoi.
Lo raggiunse subito suo figlio, Enzo, che lo aiutava in sartoria e aveva un vero talento per la moda: viveva rintanato tra la casa e il laboratorio perché era omosessuale e le maniere delicate, poco maschie, gli avrebbero attirato addosso il clima omofobo di Roma fascista. Un clandestino, da anni.
Tutti loro furono lasciati entrare.
Man mano che sfilavano dentro, e, a dispetto dei sudori e dello sporco, furono subito attirati dai padroni di casa in scambi calorosissimi di baci e abbracci – Luigi Cimino li salutava per nome, uno per uno:
– Germano, chi mi hai portato! Zia Angelina! E la tua Maria: occhi belli!
Molti la chiamavano così per i begli occhi celesti così vivi che parlavano.
– Angela, Eliana, Ernani, la piccola Anna!
In effetti Anna, la madre di Lucétta, aveva solo 12 anni. Ernani ne aveva solo tre di più. Angela, nata nel ’25, e Eliana, nata nel ’27, avevano 19 e 17 anni, rispettivamente.
– Adele! Ciccillo! E ci state pure voi: Aminta, Maria! Belle di zio! Ah, e questo è Giovan Battista, guarda figlio mio,
disse rivolto a Enzo, sbalordito,
– guarda che bei capelli rossi fluenti che tiene!
Il giovane rampollo, in effetti, sfoggiava una capigliatura da filosofo.
Finché a marzo del ’44 non c’era stato il bombardamento finale, ben prima di quel principio di deportazione finita in sfollamento, Giovan Battista passava pomeriggi interi sotto un albero a leggere: aspettava che fosse la fantesca a andarlo a chiamare se si vedevano truppe tedesche all’orizzonte, o quando c’erano gli avvisi delle bombe.
Poi una volta non fu avvertito in tempo, e i tedeschi lo rastrellarono con altri uomini per fargli riparare un tratto di ferrovia.
Donna Adele, sorella dell’avvocato Germano, fece una scena madre per sottrarre il figlio alle grinfie naziste, ma quelli ridendo le dissero:
– Laforare un poco fa bene: qvesto fostro figliolo faul, pigro!
Tutti loro furono rifocillati, e sistemati in qualche modo per la notte, con la promessa che il giorno dopo si sarebbe provveduto a trovare loro un alloggio.

"...alla zia Eliana un cappotto chiaro, lungo, molto affilato, con un bel collo montante ..."

Il mattino dopo, per prima cosa, Luigi provvide a vestirli.
Niente di più facile!
Nel suo laboratorio di sartoria e tappezzeria per il cinema, aveva costumi in abbondanza. Allo zio Ernani toccarono gli stivali e il pastrano destinati a Rod Steiger, Napoleone, in Guerra e Pace; alla zia Eliana un cappotto chiaro, lungo, molto affilato, con un bel collo montante senza revers, poi toccato nientemeno che a Nataša Rostova, il ruolo di Audrey Hepburn.
Luigi Cimino trovò per loro un appartamento abbastanza grande.
Prima in via Sistina a due passi da via Rasella, e Anna, che da una strada parallela sentì tutto il trambusto, rischiò d’essere rastrellata in mezzo agli altri il giorno della rappresaglia, e d’essere trucidata alle Fosse Ardeatine. Poi in Prati, in via Federico Cesi, in una casa molto grande di proprietà di due signorine anziane, un po’ grette, cugine di un cardinale.
Anna, la madre di Lucétta, fino al 1956 (l’anno in cui Roberto, il padre di Lucétta, si innamorò di lei vedendola passare lungo le vetrine del Banco di Santo Spirito dove lavorava), ignorò che anche Roberto era finito sfollato a Roma, anche lui in Prati, nella strada parallela, via Lucrezio Caro.
Non si incontrarono mai, anche se i loro genitori si conoscevano.
I genitori di Roberto però erano morti nei bombardamenti.
Erano rimasti i sette fratelli: i tre maggiori subito fidanzati a Roma, uno in Marina, due giovani e attivi, l’ultimo non ancora tornato. Da Salò.
A lungo gli uni non seppero degli altri, finché non tornarono alla base.

Finché si trattò di andare, partendo da via Sistina, a mangiare al Palazzo Barberini, alla mensa ufficiali cui l’avvocato Germano aveva diritto per sé e anche per la famiglia per essere stato un ufficiale dell’esercito regio nella Grande Guerra, tutto era filato liscio. Ma poi l’andirivieni, per il resto dello sfollamento romano, si svolse tra via Quattro Fontane e il quartiere Prati spesso a piedi: raramente in filobus, dove le madri romane domavano li regazzini ammonendoli, “Statte zitto sennò te faccio mangia’ da ’no sfollato de Cassino!”, come udì una mattina con le proprie orecchie Donna Adele, sorella dell’avvocato Germano, madre di Giovan Battista Aminta e Maria.   In quel caso arrivavano affamati: e quando andavano via, lungo il tragitto di ritorno, facevano fuori tutte le riserve di pane da conservare per la cena della sera e la colazione del mattino dopo.   Dunque, avrebbero digerito, letteralmente di corsa, tutto, anche i vermi.
Quei vermi, il nonno di Lucétta, Germano, durante i pasti consumati alla mensa ufficiali di Palazzo Barberini, all’inizio li aveva diligentemente scansati, confinandoli ai bordi del piatto. Poi aveva deciso di mandarli giù serenamente col resto, dichiarando ufficialmente (come altro, trattandosi di un ex ufficiale della Grande Guerra?) che anche quello schifo in quel momento era tutta grazia di Dio.
Non erano, quei vermi bianchi, dopotutto, corposi apporti proteici?

 

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