La Lampadina Racconti – “Amici” di Giovanni Verusio

La Lampadina – Racconti questo mese vi porta
“Amici”, di Giovanni Verusio.
Buona lettura!

 

“Amicizia” e quindi “amico” sono concetti complicati. Ne sono state tentate innumerevoli definizioni, da Cicerone (“Un amico è come un altro te stesso”) a Konrad Lorenz, limitatosi però ai rapporti tra uomini e cani. Presenta anche complicazioni sul piano grammaticale: “essere amico di” ha un significato molto diverso da “avere un amico” specialmente quando si parla di Signore. Devo ammettere che questa distinzione risulta appannata sin dai tempi classici. Quando chiedevamo al Padre Calasanziano che ci insegnava letteratura greca al Liceo, perché Achille se I’era presa tanto per la morte di Patroclo, lui ci rispondeva con un filo di imbarazzo: “Erano amici”.

Penso che, come dice August Strinberg, I’amicizia può solo esistere tra persone che hanno interessi, morale (in cui comprenderei anche il senso dell’onore) e punti di vista comuni, e ciò con tutti i necessari temperamenti, Per questo io, che nella vita ho conosciuto e mi sono relazionato con moltissime persone, ho avuto purtroppo pochissimi amici. I due che descrivo qui di seguito, appartenevano e vivevano in altri paesi, parlavano un’altra lingua, uno era di un’altra denominazione cristiana, eppure….

Daniel

Il nostro corrispondente a Zurigo era un vecchio avvocato, con uno studio modesto, una sola segretaria ed un solo assistente.

Come spesso in Svizzera, I’apparenza personale era però ingannevole perché I’avvocato disponeva di un patrimonio formidabile per avere avuto Marc Chagall come cliente per diecine di anni. Chagall non aveva mezzi per pagarlo e quindi si disobbligava in quadri: credo che ne avesse quasi cento.

L’Avvocato aveva anche un giovane collaboratore: Daniel sembrava un bambino, pettinato con la riga a sinistra, gli occhiali e i due denti davanti di colore diverso.

Siccome voleva imparare l’italiano e la sua personalità congeniale ed un pò timida ci piacque, lo invitammo a venire da noi a Roma per un po’ di pratica. Stette due anni e fu così che diventammo amici. Da allora mi ha sempre chiamato “mein Chef”, che però in tedesco non vuol dire capo-cuoco.

Poi Daniel andò a New York in uno Studio americano e fu lì che conobbe Zorina. Zorina era una ground hostess delle Philippine Airlines: si sposarono e tornarono a stare a Zurigo dove Daniel divenne collaboratore di un importante Studio sull’Utoquai, uno dei lungolago.

Ogni volta che andavo a Zurigo e lavoravamo insieme e poi cenavamo anche insieme, in uno dei ristoranti degli alberghi vicino all’Opera o a casa sua. Parlavamo a lungo, per lo più di storia e dell’etica che la aveva condizionata, del ruolo della Svizzera nell’opporsi alla tragedia dell’Olocausto. Mi regalò il libro “Das Boot is voll” (la barca è piena) che si occupava dell’accusa alla Svizzera di rifiutare I’ingresso e di rimandare indietro gli ebrei che cercavano di entrare clandestinamente: la storia si ripete. Alle volte si discuteva di letteratura tedesca: mi regalò, alla fine di una serata particolarmente accalorata, la “poesia drammatica”: “Nathan der weise” (Nathan il saggio) di Gotthold Lessing, che contiene il famoso colloquio tra il profeta ebreo e il Saladino. Raramente passavamo ai nostri problemi personali, ma in quelle occasioni Daniel e Zorina, che spesso era presente all’inizio della serata, diventavano tristi: non riuscivano ad avere un figlio.

Finché un giorno Daniel mi parve sollevato. Zorina gli aveva rappresentato di avere una sorella con cinque figli (e ostensibilmente nessun marito), che vivevano a Manila nella più nera miseria, al limite della sussistenza e che gli aveva chiesto se loro erano disposti ad adottarli.

“E tu che cosa hai risposto? gli ho chiesto

“Ho risposto di sì”

“Tutti e cinque e in un colpo solo?” ho chiesto ancora, sgranando gli occhi

“Tutti e cinque. Tra dieci giorni partiamo per andare a prenderli. Sai l’infertilità di Zorina era diventato un problema serio che minacciava il nostro matrimonio ed il suo equilibrio nervoso. Questo è l’unico modo di risolverlo in un modo che la fa felice e a me incuriosisce e non disturba.”

Daniel non era evidentemente conscio della grande nobiltà e generosità del suo gesto. La volta successiva che ero a Turigo, Daniel mi invitò a cena: trovai una stanza di casa sua occupata da cinque satanassi di pelle scura e occhi a mandorla, dell’età dai due ai dieci anni, che si rincorrevano, lottavano, urlavano in una stanza tra balocchi, minestre e mutande.

“E Zorina?”

“Zorina è a letto”.

Mi accompagnò nella stanza da letto: Zorina era adagiata su un canapè: aveva un’aria sognante con un sorriso sulle labbra e lo sguardo lontano.

Cosa è successo? È andato tutto bene? Siete contenti?”

Era successo che dopo avere sbrigato a Manila le pratiche di adozione che avevano comportato più di un mese di soggiorno, Daniel, Zorina e cinque eccitatissimi neocittadini svizzeri, si erano recati all’aeroporto per tornare a Zurigo. Zorina aveva da ore mal di testa: si sa, le novità, le emozioni e anche le preoccupazioni per il nuovo gravoso compito. All’aeroporto il mal di testa era aumentato, si era aggiunta nausea e addirittura vomito: probabilmente un avvelenamento alimentare, pensarono per qualcosa di guasto mangiato con la sorella in una bettola di Manila alla cena di addio.

“No signora, lei non ha nessun avvelenamento – ha detto il medico dell’aeroporto frettolosamente convocato- lei aspetta un bambino”.

Fu così che Daniel e Zorina allevarono sei figli. Dopo anni rividi il più vecchio: aveva una divisa di tenente nella famosa divisione “Payerne 3” della Schweizer Armée, in servizio effettivo e permanente!

Per festeggiare questa improvvisa ed imponente di paternità, Daniel mi invitò quell’anno alla festa di Sechselàuten (“il rintocco delle sei”) che si celebra ogni anno, il terzo lunedì di Aprile.

Di origini cinquecentesche, questa festa celebra I’arrivo della primavera e il conseguente cambio di orario di lavoro alle sei, con una parata in costume. Vi partecipano le confraternite delle arti e mestieri di Zurigo in costume dell’epoca. Daniel apparteneva a quella dei fornai e quindi lui e, inaspettatamente anche io come ospite, fummo vestiti con brache aderenti colorate, Scarpe a punta, camicie e cappellino tondo bianchi e mi fu consegnata una grossa pala di legno (per levare il pane dal forno) da portare a spalla. La parata di tutte le confraternite, cavalieri con corazze e lance, carri tirati da grossi cavalli da birrai pieni di ragazze che tiravano fiori alla folla che si assiepava applaudendo e urlando incoraggiamenti in Schwizerdutsch, percorreva tutta la Bahnhofstrasse dal lago fino alla stazione ritorno fino alla Sechselàutenplatz, là dove il Limmat si unisce al lago. Veniva dato fuoco ad una altissima catasta di legno sulla cui cima era stato posto un fantoccio che rappresentava l’inverno, mentre i cavalieri eseguivano un carosello al galoppo con le lance pericolosamente spianate.

Ma non era finita. I partecipanti alla parata erano tenuti a visitare le sedi delle confraternite dove ascoltai incomprensibili e lunghissimi discorsi dai Prèsidi alticci, perché la birra fluiva con grande generosità. Era poi prassi che gli stessi partecipanti, che rientravano nelle loro case ubriachi e cantando, fossero innaffiati con secchiate d’acqua dalle finestre, con grandi risate. Rientrai in albergo a tarda notte barcollante e fradicio.

Daniel era diventato un importante arbitro in controversie internazionali di diritto commerciale: lo richiedevano clienti dai paesi più diversi, lavorava moltissimo, mi disse che era molto stanco, che non riusciva più a dormire e che non aveva più il tempo di andare in vacanza.

Ci fu una pausa di quasi due anni e quando un cliente ci incaricò di una nuova pratica da svolgere in Svizzera lo chiamai, arrivando a Zurigo.

La centralinista che mi rispose sembrava molto raffreddata: tirava su col naso. Mi disse che mi avrebbe passato un altro un socio dello Studio: strano.

Colui che venne al telefono singhiozzava, mi disse soltanto: “Daniel hat sich gestern das Leben genommen”.

Non ho mai saputo del come e del perché di quel suicidio, ma so che la perdita di quell’amico mite e saggio ha lasciato in me un vuoto che il tempo non ha mai saputo colmare.

YVES

Era il settembre del 1955. Eisenhower era il Presidente degli Stati Uniti.

Eravamo allineati ordinatamente nella Harvard Yard, di Harvard University a Cambridge, Mass., per ascoltare l’indirizzo del Preside della Law School alle matricole ed ai post-graduate candidates, tra cui io.

Avevo alla mia sinistra un giovanotto alto, con un corpo massiccio e una faccia squadrata su cui aleggiava un sorriso ironico.

ll Preside stava dicendo qualcosa di minaccioso: “Ci sono buone probabilità che l’anno prossimo il vostro compagno di destra o quello di sinistra non siano più studenti in questa università. La quale Università, sia detto per inciso, e non perché io ne sono il Dean, ma insomma è la più antica, illustre e migliore degli USA. ll concetto di fuori corso non esiste: chi è bocciato ad anche una sola volta a due esami è fuori.”

Confesso che il discorso mi preoccupava, anche per la mia scarsa conoscenza dell’inglese del momento. Mi voltai a sinistra per cercare un conforto e vidi una mano protesa: “Yves”, mi disse. Così ci presentammo e iniziò un rapporto che sarebbe durato quasi sessanta anni.

Era nato a Hanoi, dove il padre aveva interessi minerari. Poi, con I’arrivo dei Viet Min e la guerra con i Viet Cong, non vi era stato più posto per gli industriali francesi in Viet Nam, e si era trasferito con tutta la famiglia a Noumea .La Nuova Caledonia ha lo status di Territoire d’Outre Mer Francese. Quando, molti anni dopo, decisi di andarci chiesi ad Yves se voleva accompagnarmi, ma lui mi disse che gli avrebbe fatto troppa nostalgia.

All’inizio il nostro rapporto fu difficile. Quando si accorse che ero italiano, ebbe come un rigurgito di patriottismo e nelle nostre cene nei ristorantini cinesi intorno all’Università (erano i più a buon mercato: si mangiava con 99 cents) molto spesso tirava fuori la coltellata nella schiena vibrata alla Francia da Mussolini, la viltà del nostro esercito, l’inaffidabilità del nostro popolo, che non aveva mai finito una guerra dalla stessa parte con cui l’aveva cominciata. Poi, un poco alla volta, il livello della polemica si abbassò, anche per la mia moderata litigiosità, e cominciammo a parlare di soggetti di comune interesse tra cui la storia militare e i rapporti sentimentali. Yves aveva lasciato a Parigi una bellissima fidanzata, metà italiana e metà giapponese, che recentemente lo aveva informato di essersi innamorata di un famoso playboy, ma di volere, ciò non ostante, restare sua amica.

“Le ho risposto che, come dice de la Bruière, I’amore e l’amicizia si escludono reciprocamente” mi disse Yves a cui non mancava, come spesso ai francesi, una solida cultura letteraria, sebbene esclusivamente nazionale. Poi invece la sposò ed ebbe due bellissimi figli.

Finita I’università in America Yves tornò a Parigi dove esercitò con successo I’avvocatura quale corrispondente di un grosso studio di New York e quando andavo a Parigi, non mancavo di incontrarlo: si era auto-assegnato il ruolo di “friendly native” ed era una guida preziosa. Viveva in un grande appartamento al 16me, con vista sulla lontana Tour Eiffel ed un enorme garage dove teneva la sua collezione di automobili: ben 17, dal Maggiolino VW a due Rolls, di cui una decapottabile, una Mercedes “ali di gabbiano” a due porte, del 1957 se ben ricordo e, naturalmente diverse francesi.

ln casa teneva una grande collezione di modellini di veicoli militari: un intero reggimento di carri sherman, semi-cingolati della Wehrmacht, cannoni francesi e praticamente tutta la frotta francese operativa prima di Orano.

Decidemmo di fare una gita in Normandia, per visitare i ruoghi degli sbarchi. Farlo con la Rolls decapottabile era una tentazione, ma optammo per la Mercedes per essere un poco meno visibili: “sennò ci prendono per dei tappettes” sentenziò Yves.

La nostra prima tappa fu una immensa distesa di lapidi bianche recanti in grande maggioranza,una croce,un nome e due date, ma molte anche la stella di Davide alcune lra Mezzaluna. È il cimitero della scena di apertura di “Salvate il soldato Ryan”, ove riposano i soldati americani della I Armata che caddero nello sbarco a Omaha Beach. Affacciandosi ad una bassa falaise all’estremità nord del cimitero si vede, circa ottanta metri più in basso l’amplissima spiaggia dove gli americani furono falciati a migliaia dalle mitragliatrici tedesche. Poi ci spostammo alla Pointe du Hoq, conquistata dai rangers americani che si issarono con corde su per la scogliera. Il terreno è ancora sconvolto dalle cannonate della flotta.

E ancora: St. Mère Eglise: il paracadutista della 101 Divisione americana che nel film “ll giorno più lungo”, resta appeso al campanile con il suo paracadute, è ora sostituito da un fantoccio sua perfetta riproduzione. A St. Mère Eglise c’è, come altrove nei luoghi ove si combatté, un piccolo Museo pieno di mementos di quei giorni. “C’est toi qui paye- mi disse Yves, con il solito ironico sorriso sul volto – parce-que tu as perdu la guerre.”

L’anno successivo andammo a visitare il Musée des Blindés di Saumur: il più grande d’Europa che, nel maneggio della locale scuola di cavaIleria, presenta anche, annualmente un carosello di carri armati. progettammo visite a Verdun e alla linea Maginot per gli anni futuri ma poi non se ne fece di nulla.

La figlia di Yves affittò una Villa sull’Appia Antica con il marito, due bambini infernali e molte automobili arrivate in camion più uno yacht trasportato da San Sebastiàn come trasporto eccezionale e varato a Fiumicino. Venne in visita anche Yves e gli mostrai un po’ di Roma.

Poi, un giorno, mi telefonò il figlio: sapevo della sua esistenza ma non lo avevo mai conosciuto perché non andava d’accordo con il padre.

“Papà ti vuole vedere assieme ai suoi copins di Harvard”,mi disse.

Fissammo una data e ci vedemmo a cena a casa di Yves con gli altri membri della nostra “équipe”: Bodo, da Francoforte, Avvocato e Julien, Belga, banchiere. Oltre noi quattro c’era a tavola il figlio e una infermiera. Yves aveva la faccia gonfia e lucida, come unta con I’olio, parlava borbottando ed a volte balbettava qualcosa di inintelligibile con gli occhi lontani che sembravano non vedere, ci riconobbe appena.

Non sapevamo bene di cosa parlare: se della sua evidente malattia o del campionato di calcio. Regalò a ciascuno di noi tre un carro armato o un’autoblindo e,subito dopo che la cena, tra l’atro ottima, finì entrò in una specie di dormiveglia a cui fu difficile svegliarlo quando, poco dopo, decidemmo di lasciare libero il campo.

Agitava debolmente la mano quando sulla porta mi voltai per guardarlo per quella che, sentivo, sarebbe stata I’ultima volta e purtroppo lo fu. Morì dieci giorni dopo: un amico strano e diverso ma originale ed indimenticabile

 

6 commenti per “La Lampadina Racconti – “Amici” di Giovanni Verusio

  1. Simonetta Verga
    5 Luglio 2018 at 18:26

    Una descrizione incisiva e leggera di due personalità particolari. Apparentemente nessun sentimentalismo, ma tra le frasi precise e quasi distaccate emerge affetto stima e considerazione. Un bel ricordo di amicizie che hanno lasciato il segno.

  2. Gilberto Valle
    4 Luglio 2018 at 19:39

    Mi piacerebbe sapere perché Daniel si è suicidato.

  3. Franca Pignatelli
    4 Luglio 2018 at 12:53

    Bellissimo

  4. Christina Gehlen
    4 Luglio 2018 at 6:16

    Due racconti interessanti che toccano il cuore…

  5. Carlo Verga
    3 Luglio 2018 at 15:09

    Racconti belli e toccanti

    • Carlotta Staderini
      3 Luglio 2018 at 16:14

      Bellissimo racconto di spessore e leggerezza; un bel momento di lettura.Grazie. Possiamo aspirare ad un seguito?

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