ABBIAMO OSPITI/STORIA MODERNA – La Turchia di Erdogan

Articolo di Norberto Cappello, Autore Ospite de La Lampadina

Quasi un secolo fa, nel luglio 1923, con il Trattato di Losanna, la nuova “Repubblica di Turchia” veniva riconosciuta internazionalmente, stato successore dell’Impero Ottomano, dissoltosi al termine della Prima Guerra Mondiale. Il territorio della nuova repubblica era stato limitato alla penisola anatolica in Asia e ad un piccolo tratto della Tracia  sul lato europeo del Bosforo, con la capitale trasferita da Istanbul ad Ankara.
Padre della nuova Turchia fu Mustafa Kemal, più tardi noto come Ataturk, esponente del movimento nazionalista dei Giovani Turchi, che aveva l’ambizione di creare una moderna forma di civiltà turca. Ataturk, avviò subito riforme profonde ispirate ai paesi occidentali: un forte processo di laicizzazione, volto a reprimere  il ruolo della religione islamica e ad occidentalizzarne i costumi (ad es. per le donne proibizione del velo, parità con gli uomini e diritto di voto), riforme dei codici (ispirati a quelli italiano, tedesco e svizzero), riforma della scrittura (introduzione dei caratteri latini) e così via. Infine, all’esercito fu conferito una sorta di mandato quale garante della salvaguardia di tali principi riformatori e della laicità dello stato. In politica estera, Ankara ha privilegiato i paesi europei occidentali, tra i quali forse vorrebbe essere annoverata, mentre ha riservato una certa prudenza verso quelli arabi, attenta a non essere considerata parte di un Medio Oriente allargato. In tempi più vicini si è attenuta ad una politica di stretta alleanza con gli Stati Uniti ed i loro alleati (la Turchia è uno dei principali membri della NATO) e ad una economia di mercato.
Su queste basi la nuova Turchia si è sviluppata fino agli anni più recenti, superando vari momenti delicati, a cominciare dalla morte di Ataturk nel 1938, passando alla prudente posizione assunta durante la Seconda Guerra Mondiale, all’occupazione di parte di Cipro (nel 1974), alle varie crisi di politica interna, in cui a volte (nel 1960, 1971, 1980, 1997) l’esercito è intervenuto, ma ritirandosi poco dopo, asseritamente per proteggere i valori fondamentali del paese.
Questa premessa storica, molto sintetica, è necessaria per valutare il cambiamento di tale quadro allorchè le elezioni dell’ottobre 2002 portarono al potere il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), guidato dal suo leader Recep Tayyip Erdogan. Da allora si registra, da una parte, un consolidamento dello sviluppo economico, con il benessere che raggiunge anche le regioni più interne della Turchia (per molti versi diventata “la Cina dell’Europa”, oltre che membro del G 20), dall’altra parte, si assiste ad una graduale erosione del rispetto dei diritti umani che caratterizzano l’Unione Europea nonchè ad una maggiore visibilità dei simboli dell’Islam, come un ritorno del velo per le donne. Erdogan sembra considerare la religione islamica come un importante fattore identitario, collante, all’interno, di un paese diviso in varie etnie, nonché elemento di contatto con altri paesi a maggioranza musulmana. Ma è sul piano internazionale che i cambiamenti sono più vistosi. Innanzi tutto per quanto riguarda l’Europa. Il negoziato, avviato nel 2005 per l’adesione all’Unione Europea, incontrò fin dall’inizio difficoltà a causa di una certa ostilità soprattutto da parte francese e tedesca (l’Italia piuttosto favorevole). Ormai è di fatto bloccato per colpe di ambedue le parti, più di recente a causa del progressivo allontanamento di Ankara dai valori europei, particolarmente in materia di libertà civili e diritti delle persone. Ciò soprattutto dopo il fallito colpo di stato, tentato da alcuni reparti militari nel luglio 2016, che ha dato modo ad Erdogan di “normalizzare”, con ufficiali a lui fedeli, le Forze Armate, tradizionalmente autonome e garanti della Repubblica rispetto al potere politico. Inoltre, Erdogan si è avvalso dell’emergenza per procedere con arresti e pesanti condanne nei confronti di un numero rilevante (oltre 12.000) di militari, di magistrati, dipendenti pubblici, giornalisti, etc, in quanto fiancheggiatori, più o meno palesi, del tentato golpe.
Al di là dello stallo del negoziato di adesione i legami economico-commerciali tra la Turchia e l’UE rimangono comunque molti forti. Va ricordato poi un altro elemento, dalla valenza anche politica: con la Dichiarazione UE-Turchia del marzo 2016 in ambito migratorio, Ankara, a fronte di finanziamenti europei per 6 miliardi di Euro, si impegna a controllare i flussi irregolari di migranti verso l’UE, venendo così a disporre di una importante leva da far eventualmente valere– come recentemente minacciato – nei confronti di Bruxelles.
Le altre aree di azione più significative in cui la Turchia sta cercando di affermare la propria influenza sono quelle che vanno dal Medio Oriente al Nord Africa attraverso il Mediterraneo, nonché nel Corno d’Africa, in Somalia ed Eritrea, sulla spinta di interessi geopolitici ed energetici, in competizione con paesi come l’Arabia Saudita ed l’Iran, ma anche, in alcuni casi, con la Russia e gli stessi Stati Uniti, questi ultimi considerati gli alleati più stretti almeno fino al tentato golpe militare del 2016, ma poi sospettati di esserne in qualche modo sostenitori. Significativo, a tal proposito, il recente acquisto da parte di Ankara – si ricorda, membro della NATO – di sistemi missilistici russi nonostante le ferme proteste di Washington. In questo numero ci occupiamo delle due aree  di maggior interesse per la Turchia, quali Siria e Libia, mentre parleremo di altri paesi nel prossimo numero. Per quanto riguarda la Siria, ove i turchi sono intervenuti militarmente a più riprese, Ankara è interessata a controllare una fascia territoriale di sicurezza lungo il proprio confine meridionale, ove operano milizie curde, combattute per decenni perché considerate una grave minaccia alla propria sicurezza nazionale. Inoltre, la Turchia intende controllare i flussi di profughi siriani (ne ospita già quasi 4 milioni), possibilmente favorendone la ricollocazione. Infine, Ankara aspira ad assicurarsi un ruolo nel futuro assetto, ancora imprevedibile, della Siria e nella sua ricostruzione.
Per quanto riguarda la Libia il sostegno di Ankara al governo riconosciuto dall’ONU di Fayez al-Serraj si colloca in un quadro di cooperazione avviato da tempo, ma che ha assunto una nuova valenza più di recente, con la fornitura di mezzi e materiali bellici, nonché con il dispiegamento di truppe mercenarie (stimate in 6/7000 unità), ciò a fronte di un accordo più ampio, comprendente anche la ridefinizione dei confini marittimi tra Turchia e Libia e quindi delle rispettive zone economiche esclusive. È questa un’area strategica dal punto di vista energetico, che vede già la presenza di paesi come Egitto, Cipro, Israele e Grecia, nonché, indirettamente, Italia e Francia. La Turchia sembra dunque intenzionata ad inserirsi in iniziative già avviate da cui era stata esclusa, ma anche a svolgere un suo ruolo autonomo, in qualche modo strumentalizzando tale posizione anche nel quadro del lungo contenzioso con Atene a proposito di Cipro, per valorizzare lo sfruttamento di risorse di gas nella parte turco-cipriota, attualmente non riconosciuta internazionalmente se non dalla sola Turchia.
Questa politica, definita “neo-ottomana” da qualche osservatore, raccoglie pochi consensi nella comunità internazionale e piuttosto ostilità da paesi come l’Egitto e l’Arabia Saudita. In tale quadro appaiono significative due recenti prese di posizione di Ankara: l’invio di aiuti sanitari ad oltre 50 paesi, tra cui anche USA, Cina e Regno Unito in un quadro di “Diplomazia del Coronavirus” e, parallelamente, il rifiuto di avvalersi degli aiuti del Fondo Monetario Internazionale in questo momento di crisi.
In effetti Erdogan appare sempre di più avvicinarsi a quel modello di “democrazia gestita” di cui sono vociferi alfieri il Presidente russo Putin e quello cinese Xi Jinping.

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Carlotta Staderini Chiatante
15 Giugno 2020 14:56

Interessantissimo articolo, di cui ringrazio l’autore ed attendo con impazienza il seguito!