La Lampadina/Racconti – Le parole che vorrei sentire

Le parole che vorrei sentire

di Paola Maddaluno

Mira era nata in una famiglia numerosa, era l’ultima di quattro figli e di questi tempi si definiva come una eccezione.

Fin da piccola vedendo che ormai tutti i componenti della famiglia vivevano già in un loro spazio e avevano il loro ruolo, aveva capito che l’unico modo per sopravvivere in quel contesto era ascoltare e aveva così imparato moltissime parole.

A dire il vero aveva cominciato a parlare tardi rispetto ai bambini della sua età, in fondo che bisogno c’era di parlare, in casa vi erano fiumi di parole e discorsi infiniti dei fratelli più grandi con i genitori.

Le era anche toccata una bella fortuna poiché era l’unica femmina aveva una stanza da sola nella casa. Era una stanza piccola, indicata un tempo come la camera di servizio, e quindi aveva la parete in comune con la cucina. Dal suo lettino Mira anche se non doveva alzarsi presto perché non aveva l’età per andare a scuola, sentiva tutti i discorsi dei fratelli sui programmi della giornata.

Usciti con il papà, Lei rimaneva con la mamma e quando sua madre doveva uscire per accompagnare i fratelli in qualche attività, la portava con sé: Mira doveva salire in auto, si sedeva sul seggiolino e continuava ad ascoltare tutti i tafferugli, gli scherzi sinceri dei suoi fratelli, qualche volta anche in compagnia di qualche amico.

La vita nella sua casa era movimentata e le sarebbe piaciuto che qualcuno parlasse con lei. L’unica cosa che le chiedevano era: “Stai bene, Mira ?! Tutto ok?!”.

Lei vagava per casa con il suo pupazzo preferito e cercava di capire perché nessuno aveva tempo di parlarle. Anche suo padre non era molto comunicativo, si alzava la mattina e prima di andare al lavoro portava i suoi fratelli a scuola, per poi riapparire la sera moto stanco.

In quel periodo era anche più stanco di prima, Mira aveva capito che era preoccupato, andava spesso dal nonno, ma a lei non ce la portava mai. Eh sì, che le sarebbe piaciuto andarci. Il nonno era l’unico che aveva tempo di parlare con lei, forse proprio perché anche con lui nessuno parlava.

“Ma che cosa avranno tanto da dirsi di così interessante?!” A Mira sembravano sempre le stesse cose la scuola, la gita da organizzare, la cena da cucinare, mettere ordine nelle stanze…sempre gli stessi argomenti.

E poi dei suoi fratelli sapeva molto poco, non facevano altro che parlare con i loro amici e nessuno aveva voglia di giocare con lei e di prestarle molta attenzione.

La mamma lavorava da casa e sedeva molte ore al computer e la faceva giocare in soggiorno dove c’era l’angolo computer: Mira aveva capito che quello era il suo modo di tenerle compagnia, ma in realtà non aveva molto tempo libero per Lei. Era molto presa dalle scadenze del suo lavoro e dal dover cucinare e pulire la casa.

Una delle cose che le teneva più compagnia era lo squillo del telefono. La maggior parte delle volte era il nonno che aveva l’abitudine di chiamare ancora sul telefono fisso. Mira correva a rispondere e finalmente poteva parlare e dire la sua. Con lui faceva delle belle chiacchierate, era l’unico che aveva tempo di parlarle e soprattutto amava dialogare con lei.

Ma da un po’ di tempo il nonno non telefonava più, e Mira non capiva il perché e nessuno le spiegava cosa stesse succedendo.

Un pomeriggio mentre giocava come al solito in soggiorno con la madre al computer, il padre apparse all’improvviso a casa fuori orario e per la prima volta mamma e papà non si parlarono, si guardarono dritti negli occhi e il papà si rivolse invece a Mira e le disse: “Vieni con me, facciamo presto!”

Mira diventò curiosa e rifletteva tra sé e sé “Papà aveva finalmente parlato con me e a mamma solo uno sguardo, ma che cosa stava succedendo?!”. Prese il suo pupazzo, “Meglio averlo con sé non si sa mai”, pensò e si infilò in macchina. Mira capì, dalle strade che facevano, che stavano andando dal nonno.

Entrarono nella sua casa, papà aveva le chiavi, e le disse: “Andiamo, è a letto!”. Entrarono nella stanza, vi era molto ordine ma tantissime medicine sul comodino. “Molto strano” pensò “perché non sono in cucina?! Nonno le medicine le prende prima di mangiare!”.

Il nonno le sorrise e le disse due paroline dolci che Mira amava sentirsi dire: “Come stai?! Sei il mio raggio di sole!”. Mira lo abbracciò e gli diede un bel bacio e gli domandò “Tutto ok?!”. Il nonno allora le disse: “Sono un po’ stanco, ma devi sapere che starò prima o poi di nuovo bene!”. Si guardarono, il nonno era felice di vederla e lei non sarebbe più voluta andar via, ma il papà la prese per mano e le disse:” Andiamo, non facciamolo stancare!”.

Fu così che non vide più il nonno e nessuno le spiegò molto di quell’incontro. Mira ne sentì profondamente la mancanza, solo dopo un po’ cominciò a capire.

Ci pensava e si domandava in cuor suo: “Se mi avessero parlato e mi avessero detto due parole di spiegazione ovvero che quella era l’ultima volta che lo avrei visto, come sarebbe andata?! Forse gli avrei detto qualcosa di speciale, magari avrei chiesto di rimanere di più e invece niente!”. Nessuno le aveva detto alcunché e il vuoto di quelle mancate parole ancora era ridondante dentro di sé e se lo portò anche quando fu grande.

“Meglio sempre parlare che rimanere con il dubbio!” e quello che si stava dicendo tra sé ora che era cresciuta!

Innanzitutto a furia di ascoltare aveva imparato a parlare molto bene. Tutti le dicevano che aveva un bel vocabolario ed era eloquente. A scuola le piaceva studiare l’italiano ed era come se dopo tanto silenzio fosse esplosa. Riusciva ad affermarsi nelle conversazioni con tutti, sapeva argomentare anche con i suoi genitori. Soprattutto con loro, che non le avevano mai spiegato di quella visita al nonno e che quella sarebbe stata il loro ultimo incontro. Con loro non aveva smesso mai di discutere su qualunque argomento e con loro non condivideva né le opinioni né i gusti e continuava ad affrontarli con parole a volte affilate, quasi per recuperare quelle parole giuste che non vi erano mai state tra loro in uno dei momenti più importanti della sua vita; alla fine i suoi genitori, stanchi di quei dibattiti, le fecero una proposta “Se desiderasse invece di fare la pendolare, di trasferirsi in città per frequentare l’università!”

A Mira sembrò una conquista, non avendo l’uso della parola né il suo eloquio, i suoi genitori avevano capitolato. “E già…loro non sono capaci di parlare con me, io sì!”

Era ormai passato molto tempo, pensava poco alla sua infanzia e al suo paese. Le piaceva il suo lavoro, un compagno ed aveva avuto un bambino. Lo aveva chiamato Antonio, dalle sue parti Sant’Antonio era il santo della parola e lei in cuor suo conservava ancora l’importanza del loro ruolo.

Al suo bambino si dedicava molto e tutte le sere gli leggeva una favola. Il pediatra le aveva detto che leggere le favole è il punto di partenza per dialogare con i propri figli. A volte inventava le storie per il suo bambino. Talvolta lui le chiedeva di raccontare la favola del giorno precedente e lei aveva difficoltà a ricordarsela, così facevano un gioco: “Io comincio e tu raccontami la fine!”. Antonio rideva e si divertiva ad inventare un finale nuovo.

Mira aveva approfondito letto molto di comunicazione e aveva imparato delle cose interessanti e significative e nell’era social che si stava vivendo, la funzione della parola tendeva a svanire, ma tutto questo era segno di progresso?! Non poteva essere una limitazione esprimersi solo con dei messaggi?!

Con questi dubbi nel cuore – era l’unica delle sue amiche che non aveva ancora rinunciato ad avere un telefono fisso, forse perché quel telefono rappresentava il legame d’infanzia con il nonno – continuava a fare delle lunghe chiacchierate con suo figlio che cresceva e sembrava anche lui molto bravo con l’uso del linguaggio.

Ogni tanto lo portava anche a trovare i nonni al paese e Antonio percepiva qualcosa di strano in quell’ambiente, tutti indaffarati, nessuno che avesse tempo per parlargli e si domandava: “Ma che avranno da fare i nonni?!” e pensava “Fanno un grande uso dei cellulari e dei tablet e nessuno mi chiede come passo la mia giornata in città?!”

L’unica cosa che gli piaceva della visita dai nonni e che poteva uscire un po’ da solo, il paese era piccolo e così poteva avere qualche libertà.

La nonna gli dava 5 euro per andare a comprare un giornaletto e gli diceva “Mi raccomando, il giornalaio deve darti il resto!”.

Antonio era fiero di questo incarico anche perché il giornaletto era per lui e il resto per i nonni: i patti erano stati chiari e per una volta tanto la nonna aveva usato bene le parole e si era fatta capire in maniera diretta e aveva ribadito: “devi portarci il resto!”

Antonio era molto emozionato per questo incarico che lo faceva sentire importante, era andato dal giornalaio che gli aveva domandato: “Sei il figlio di Mira?!”, lui rispose: “Si sono io!” e il giornalaio esclamò: “Sei svelto a parlare come tua madre!”. Lui prese il giornaletto e il resto che ripose nella tasca del giubbetto.

Antonio fece un piccolo giro e tornò a casa, la tavola era già apparecchiata e di corsa Antonio si lavò le mani e si sedette per il pranzo. Purtroppo nella fretta si dimenticò di dare il resto alla nonna. E così durante il pranzo, la nonna lo scrutò ma non gli disse alcuna parola.

Si interrogò e si ricordò del resto. Divenne tutto rosso ed esplose dicendo che il resto era in tasca. Mira vide l’imbarazzo del figlio e prontamente gli disse che era stato bravo e che comunque non sarebbe stato un problema perché il giornalaio era un amico dei nonni e che quindi glielo avrebbe comunque reso in un’altra occasione.

Antonio si rasserenò, erano queste le parole che avrebbe voluto sentire da sua nonna, invece di tutto quel silenzio. Lui amava parlare, come la sua mamma, e la guardò con occhi pieni di gratitudine. Si sentì amato e compreso e le sorrise, poche parole chiare e dette al momento giusto lo avevano fatto sentire meglio, e da quel momento non smise mai di comunicare con le parole!

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Ilaria Giuliani
12 Novembre 2020 8:45

Bello molto bello come racconto. Riprende quello che io ho studiato

Paola Maddaluno
Reply to  Ilaria Giuliani
12 Novembre 2020 9:12

Agli esperti dell’infanzia un omaggio sincero. Grazie

Fiammetta Sabba
11 Novembre 2020 13:14

Che dolcezza!

Paola Maddaluno
Reply to  Fiammetta Sabba
11 Novembre 2020 14:43

Ricordi di infanzia… ricordi di dolcezza! Grazie.

Laura
11 Novembre 2020 12:29

Che bel racconto! Fresco, diretto e non banale. Complimenti all’autrice.

Paola Maddaluno
Reply to  Laura
11 Novembre 2020 14:37

Grazie, dedicato a tutti quelli che amano comunicare!

Giovanna
11 Novembre 2020 12:03

Bellissimo racconto sul valore del dialogo e del rapporto con i nonni!!!

Paola Maddaluno
Reply to  Giovanna
11 Novembre 2020 12:15

Quei nonni che ci accompagnano con il loro ricordo per tutta
la vita!