ABBIAMO OSPITI – LIBRI: i monuments men e gli aggiusta Veneri

Articolo di  Ilaria Dagnini Brey* – Autore Ospite de La Lampadina. 

Il film “The Monuments Men” ha il pregio di avere portato sul grande schermo una bella storia finora poco conosciuta e che speriamo continui a suscitare interesse anche dopo che la pellicola sarà uscita dalle sale cinematografiche. Il film in sé, però, è una delusione. Credo che il primo e principale problema sia stato, da parte di George Clooney, voler scegliere un tema, l’arte, che non è nelle corde dell’americano medio (in America ci sono musei magnifici ed eccellenti dipartimenti universitari di storia dell’arte, che però nelle scuole non si insegna) e su questo voler costruire un film hollywoodiano di grande budget. Questo, temo, lo ha costretto a forzare una storia, che è affascinante e inconsueta ma “piccola” nel grande dramma della seconda guerra mondiale, e a cercare di farne un’ennesima, enfatica esaltazione della grandezza morale e del patriottismo americano. Per rendere questa storia accessibile al grande pubblico, Clooney ha semplificato, mentre invece è nella sua complessità che sta il fascino di questa vicenda. Da questa premessa, credo, seguono a cascata gli errori e le goffaggini del film.

 

Quando, nella primavera del 1944, Frank Stokes/George Clooney chiede al presidente Roosevelt la possibilità di intervenire a difesa dell’arte europea minacciata dalla guerra, alcuni Monuments Men erano già in Europa da otto mesi. Si chiamavano in realtà Monuments Officers e i loro stessi commilitoni li avevano soprannominati ingenerosamente “aggiustaveneri,” Venus Fixers. I primi tra questi ufficiali erano arrivati in Italia all’indomani degli sbarchi alleati in Sicilia nel luglio 1943 e, al seguito del loro esercito, avrebbero risalito la penisola dalla Sicilia alle Alpi nei ventidue mesi della campagna d’Italia. Si trattava di ufficiali diversi da quelli che avrebbero servito più tardi in Francia, nei Paesi Bassi e in Germania. Sotto la minaccia costante di bombardamenti e mine, questi soldati cercarono di portare i primi soccorsi a centinaia di monumenti italiani danneggiati dal passaggio del fronte. Il loro intervento, fondamentale nel salvataggio di tanta arte e architettura italiana, rappresenta il primo capitolo di una storia di cui il film di Clooney racconta l’ultimo atto.

Nel film gli ufficiali sono quasi tutti americani, mentre nella realtà il loro gruppo fu composto in parti uguali di inglesi e americani. I molti cliché cui il film ricorre poi non fanno giustizia alla storia vera dei Monuments Officers, in cui figurano anche tedeschi “buoni” e perfino qualche soprintendente italiano che, pur macchiato di un passato fascista, contribuì efficacemente alla tutela del nostro patrimonio artistico. Spesso poi nel film si ha l’impressione che questi uomini abbiano fatto la guerra da soli, dall’ufficiale inglese che va nottetempo in bicicletta a Bruges saldamente in mano tedesca, al manipolo di Monuments Men che, soli, arrivano per primi, coi fucili spianati, a Berchtesgaden. Nella  realtà questi uomini non spararono mai un colpo per tutta la durata della guerra. E vorrei aggiungere una curiosità perchè, dicono, il diavolo è nei dettagli. Un ufficiale come quello impersonato da John Goodman, pur bravissimo attore caratterista, non avrebbe trovato posto tra i ranghi dei Monuments Officers. Nella realta’, Francis Henry Taylor, che era allora direttore del Metropolitan Museum di New York e che avrebbe voluto far parte di questo gruppo di soldati per l’arte, fu invece scartato dall’esercito americano perche’ grasso.

Uscendo dal cinema, pensavo a quello che negli asili americani chiamano ‘show and tell’: a turno, ogni bambino mostra un oggetto che gli sta particolarmente a cuore e ne parla ai compagni. C’era molto, enfatico, “tell” nel film, che invece non riesce a comunicare il perche’ milioni di noi al mondo amiamo profondamente l’arte. I Monuments Officers e i molti soprintendenti italiani che rischiarono veramente la pelle per proteggere le nostre opere d’arte durante la guerra, da Pasquale Rotondi a Ugo Procacci, Emilio Lavagnino e molti altri, non credo si siano mai domandati se “un’opera d’arte vale il sacrificio della vita”: lo fecero e basta.

Ilaria Dagnini Brey*

 

* La scrittrice, giornalista e traduttrice Ilaria Dagnini Brey è nata e cresciuta a Padova e vive a New York dal 1990. Si è imbattuta nella vicenda dei Monuments Men mentre indagava la storia del ciclo di affreschi di Andrea Mantegna nella Cappella Ovetari di Padova, polverizzati da un bombardamento alleato l’11 marzo 1944. Il suo libro The Venus Fixers. The Remarkable Story of the Allied Soldiers who saved Italy’s Art during World War II (Farrar Straus Giroux 2009) è il risultato di molti anni di ricerca negli archivi americani, inglesi e di molte soprintendenze italiane. La traduzione italiana, curata dall’autrice, è stata pubblicata da Mondadori nel 2010 col titolo Salvate Venere. La storia sconosciuta dei soldati alleati che salvarono le opere d’arte italiane nella Seconda guerra mondiale (Premio Rotondi 2010).

Per una coincidenza non inconsueta nel mondo dell’editoria e dei libri, The Venus Fixers è uscito in America un mese prima del libro The Monuments Men di Robert Edsel da cui è tratto il film omonimo. Anche se i due autori non erano al corrente delle loro ricerche parallele, i due libri sono complementari: Salvate Venere tratta del lavoro degli ufficiali alleati addetti ai monumenti  durante la campagna d’Italia, mentre Monuments Men ne segue l’attvità nelle fasi finali della guerra, in Francia, Paesi Bassi e Germania. Saving Italy invece, pubblicato da Edsel nel 2013, ripercorre lo stesso materiale già trattato da Ilaria Dagnini Brey in Salvate Venere.

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