ABBIAMO OSPITI – LETTERATURA: Eugenio Corti, “Faccio lo scrittore per lasciare un segno”

Articolo di  Cristina Bonetti – Autore Ospite de La Lampadina. 

E’ venuto a mancare da poco un grande scrittore. Ecco come lo ricorda chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e incontrarlo più volte. Tanto da rimanere ad ascoltarlo fino a notte fonda…

Avevo quattordici anni quando ho incontrato per la prima volta Eugenio Corti: doveva tenere una conferenza di fronte a un centinaio di ragazzi delle superiori per presentare il suo romanzo uscito l’anno precedente, Il cavallo rosso. Ricordo ancora bene cosa ci disse: «Uno dei motivi per cui faccio lo scrittore è il desiderio di lasciare un segno di me nella storia, che rimanga dopo la mia scomparsa». La copertina del Cavallo Rosso
L’anno successivo decisi di leggere il suo romanzo e rimasi completamente affascinata dal suo modo di scrivere, dai suoi personaggi, dalla narrazione della ritirata dalla Russia.
Negli anni ho riletto Il cavallo rosso diverse volte, alcune pagine addirittura molte volte, tanto da arrivare a ricordarle a memoria.
Durante gli anni dell’università ebbi la grande fortuna di andare alcune volte a casa sua a Besana Brianza con un gruppo di amici della Cattolica particolarmente appassionati dell’opera di Corti. Sono state serate incredibili: noi sparpagliati nel suo salotto attorno a lui che, a partire da qualche nostra domanda, iniziava a raccontare episodi del periodo della guerra, momenti delle battaglie culturali che precedettero i referendum su aborto e divorzio, la sua amicizia con don Carlo Gnocchi. Più di una volta nel corso di quelle serate si definì un cantastorie e noi infatti stavamo per ore ad ascoltarlo. Una volta ricordo che guardò l’orologio e disse: «È passata l’una, credo sia ora di congedarci». Un’altra volta ci regalò alcune copie della prima edizione de I più non ritornano, il suo primo libro.
Divenuta insegnante, ho avuto altre occasioni di incontrare Corti, in particolare quando una volta venne a scuola a parlare della guerra e del mestiere dello scrittore ai ragazzi, nei miei primi anni di insegnamento alla Traccia.
Eugenio CortiSono infine tornata in quel salotto molti anni dopo, nel maggio del 2012, con una classe di miei alunni. Eugenio Corti era da poco tornato dall’ospedale, ma aveva gentilmente accettato di parlare con i ragazzi della IIIB di quell’anno: dovevano essere pochi minuti, diventati poi più di trenta. Avevamo seguito un percorso, proposto dall’Associazione culturale Brianze, tra Monticello e Besana Brianza attraverso alcuni dei luoghi del Cavallo rosso: Villa Greppi, la Besanella, la stazione di Besana, la chiesa. Io ero felice di poter salutare dopo tanto tempo uno dei miei scrittori preferiti. Si era ricreata la magia del tempo dell’università: questa volta una trentina di quattordicenni (talvolta un poco turbolenti) ascoltava in silenzio, senza neppure muoversi, lo scrittore novantenne rispondere alle loro timide domande.
I ragazzi sono stati colpiti in particolare dal racconto della sua fuga attraverso l’Italia nei giorni successivi all’armistizio del ’43 e del suo incontro con i pastori abruzzesi, lungo i tratturi.
Sono molto grata della possibilità che ho avuto nella vita di imbattermi in un uomo grande come Eugenio Corti, ma soprattutto ringrazio Domineddio (era una sua espressione consueta) che l’incontro con lui e la sua opera mi abbia permesso di conoscere un testimone serio della storia e un osservatore appassionato della realtà.
Cristina Bonetti

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