SEI GRADI DI SEPARAZIONE: il cappotto di Enrico Caruso

Nell’ultimo numero de La lampadina, siamo stati invitati a raccontare aneddoti che hanno coinvolto le nostre famiglie e personaggi diventati celebri nella storia e nella cultura.

Ne ho ripescato uno anch’io.  E’ una storiella gustosa.

La si raccontava in famiglia nella mia infanzia: ne ho trovato conferma navigando su Internet dove viene riportato un articolo di giornale del Settembre 1919.

NL30 - il cappotto di caruso - caruso-portraitCaruso racconta gli inizi della sua carriera di tenore e di come fosse diventato un cantante anziché un caricaturista, caratteristica nella quale manifestava un buon talento.

Caruso racconta che mentre studiava canto a Napoli, gli fu richiesto di cantare da solista in una piccola chiesa di Maiora. Al termine della cerimonia fu avvicinato da mio nonno, il barone Zezza, il quale lo invitò a pranzare e cantare nella sua villa.

A serata conclusa, quando si doveva tornare a Napoli, era tardi e pioviccicava. Caruso chiese e ottenne in prestito da mio nonno un cappotto.

Passati venti anni, dopo avere conquistato il successo sulle scene internazionali, Caruso ricevette da mio nonno una lettera più o meno di questo tenore: “Siete voi l’Enrico Caruso al quale vent’anni fa prestai un bellissimo cappotto che non mi è stato restituito? Vi prego di farlo ora o di pagarmi il corrispettivo”.

Caruso, indispettito, rispose: “Io sono quel cantante che ha cantato gratis a casa vostra. Per evitare che io prendessi freddo mi avete prestato non un bellissimo cappotto ma una giacca da caccia. Se volete che ve la paghi allora mi dovete pagare per avere cantato.  Il conto è di 4.000 dollari, oltre agli interessi maturati”.NL30 - il cappotto di caruso - enrico-caruso

Mio nonno rispose: “Il cappotto era un pretesto. Ho avuto quello che volevo: una vostra lettera autografa! Sarei molto contento se mi mandaste una vostra foto con dedica”.

Caruso gliela inviò inserita in una cornice di argento.

Purtroppo, nelle vicissitudini della vita, non so dove sia finita questa foto con dedica: ma l’aneddoto è rimasto ben vivo in famiglia!

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