COMUNICAZIONE – Le nuove professioni

Che l’essere umano sia “influenzabile”, cioè che sia possibile indurlo a pensare in un modo anziché un altro, è cosa nota a tutti.
Che questa possibilità di agire sul modo di pensare degli uomini potesse diventare una professione – e anche ben retribuita – forse non lo pensavamo.
Eppure rientra nella logica del “due più due”, cioè era ovvio, bastava rifletterci sopra.
Il successo di un prodotto commerciale dipende dal fatto che esso sia acquistato dal maggior numero di persone. E perché sia acquistato cosa è necessario che avvenga? E’ un processo in tre stadi, quello che i tecnici del settore chiamano (in inglese perché questa è la lingua principe per questo settore) conversion funnel: awareness (prima conosco il brand), consideration (considero di acquistare il prodotto/utilizzare il servizio tra varie opzioni che rispondono allo stesso bisogno) e conversion (faccio l’acquisto). È lo stesso percorso che si fa quando vuoi sedurre qualcuno: ti presenti, la fai ridere, la porti a cena. Elementare.
Di questo si occupa il marketing: far conoscere e far apprezzare un prodotto perché la maggior parte possibile delle persone che potrebbero essere interessate lo acquisti (in realtà per “prodotto” non si deve intendere solo qualcosa di materiale, come ad esempio un detersivo, o un frigorifero o un’automobile ma anche qualcosa di “immateriale” come un’idea o un progetto).
Tutti noi, credo, pensiamo di noi stessi di essere “unici”, cioè che non ci sia nessun altro che sia come noi. Questo è vero ma… solo in dettagli. Nella realtà, e questo forse ci potrà non piacere, siamo assai simili a una gran massa di altre persone al punto da poter essere “tipizzati” e “classificati” in categorie. Della nostra “tipizzazione” e “categorizzazione” si occupano gli analisti dei “big data” i quali, a partire dalle tracce dei nostri passaggi internet (siti che visitiamo, prodotti che acquistiamo, blog nei quali interveniamo, persone con le quali siamo in contatto, email ecc) ci “profilano” definendo quali sono i nostri gusti, le nostre idee e poi trasferiscono – si intende a pagamento – le informazioni acquisite a società che sono interessate a indirizzare nel modo più efficace le proprie campagne pubblicitarie.
A questo modo di agire – che possiamo definire “tradizionale” anche se le “tradizioni” datano di pochi anni – si affianca oggi il “marketing attraverso “gli influencer”.
Chi è un “influencer”? Nel mondo interconnesso di oggi con questo termine si indica un personaggio che ha molti “followers” su un “blog” o su qualcuno dei social media come “Instagram” e “Facebook”, cioè che ha molti lettori che seguono abitualmente e commentano quello che pubblica. L’influencer è cioè una persona che ha molti “seguaci” consolidati. Un suo messaggio è quindi certamente ascoltato da un buon numero di persone e un suo commento positivo ha elevate probabilità di essere accolto favorevolmente. L’influencer è quanto di più vicino ci sia, in termini mediatici, all’amico che ti consiglia qualcosa come valido.
Ecco allora che questo stimola l’interesse del “direttore marketing”: individuare gli influencer vicini al prodotto che si vuole promuovere e fare in modo che ne parli positivamente.
Naturalmente questo “parlarne” non è “gratuito”! L’influencer viene ricompensato da chi vuole promuovere il prodotto (che come abbiamo detto può anche essere un’idea o un progetto). o in natura, con doni dei prodotti o anche con denaro commisurato al “peso” che hanno nei media.
Nasce così la “professione” di influencer.
Oggi lo “influencer marketing” è praticato da molte società, soprattutto le più giovani, nate già nel “mondo digitale”, ma non solo da loro.
Ricorrono agli influencer anche i politici nelle loro campagne e perfino le istituzioni. Ad esempio l’Europarlamento ha fatto uno stanziamento per “reagire in tempo reale alle opinioni del pubblico in rete, per partecipare alla conversazione e influenzarla”.

Quale il messaggio per noi, comuni cittadini, che usufruiamo dei social media e seguiamo questo o quel personaggio? Non ci lasciamo ingannare.

L’influencer crede in quello che scrive esattamente quanto George Clooney crede al Caffè Nespresso che promuove nei vari spots che vediamo da  tanti anni sui nostri apparecchi televisivi, solo ci pare “più vicino a noi” e siamo più portati a pensare che quello che dice/scrive sia più “credibile” perché corrisponde al suo pensiero. Un modo, in fondo un po’ più sofisticato, di prenderci per mano, o per il naso!

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