La lampadina – Libri: Furore di John Steinbeck

Questo mese di settembre Carlotta ci propone la lettura  – o rilettura –  di un classico di un’attualità sconcertante, come sempre sono le opere dei grandi..

Furore
di John Steinbeck
Ed. Bompiani
Traduzione di S.C. Perroni
Articolo di Carlotta Staderini Chiatante

“Furore” è forse il più classico dei romanzi americani. Il titolo originale era “The Okahomans”, gente dell’Oklahoma, ma poi Steinbeck lo cambiò, seguendo il suggerimento di sua moglie in “The grapes of wrath”, i frutti dell’ira.

Steinbeck lo scrisse nel 1939 dopo aver studiato le condizioni dei braccianti agricoli dell’Oklahoma nella metà degli anno 30 del secolo scorso. Costoro, a causa dell’impoverimento del terreno, dovuto alle tempeste di polvere (John Fante “Chiedi alla polvere”) avranno i raccolti distrutti e non avendo i mezzi per pagare i debiti alle banche saranno sfrattati dalle terre e dalle loro case, che saranno abbattute, davanti ai loro occhi. Saranno costretti ad emigrare verso Ovest, la California. La famiglia Joad affronterà questo penoso viaggio così come altri milioni di diseredati come loro. Un esodo, una moltitudine in movimento che si riverserà sulla Route 66, attratta da promesse di lavoro. Una folla di milioni di persone primordiali nei loro bisogni e che quindi appare brutale, rozza sporca e minacciosa. Li chiamano dispregiativamente “Okie”.“
Nell’Ovest si diffuse il panico di fronte al moltiplicarsi degli emigranti sulle strade. Uomini che avevano proprietà temettero per le loro proprietà.
Uomini che non avevano mai conosciuto la fame, videro gli occhi degli affamati. Gli uomini che non avevano mai desiderato niente, videro la vampa del desiderio negli occhi degli emigranti.

E gli uomini delle città e quelli dei ricchi sobborghi agrari si allearono per difendersi a vicenda; e si convinsero a vicenda che loro erano i buoni e che gli invasori erano i cattivi, come fa ogni uomo prima di andare a combattere un altro. Dicevano: “Quei maledetti Okie sono sporchi e ignoranti. Sono maniaci sessuali, sono degenerati… sono sporchi, portano malattie. Non possiamo lasciarli entrare nelle scuole. Sono stranieri. Ti piacerebbe veder uscire tua sorella con uno di quelli? Gli indigeni si suggestionarono fino a crearsi una corazza di crudeltà. Formarono drappelli, squadre e li armarono: li armarono di manici di piccone, di fucili, di gas. Il paese è nostro. Non possiamo lasciare che questi Okie facciano i loro comodi”. Questa, sembra storia recente.

La famiglia Joad è l’emblema di questi “stranieri”. La famiglia Joad sono i poveri, i bisognosi, e la loro vulnerabilità è aggravata dalla necessità di emigrare da uno Stato ad un altro. Un’umanità senza diritti civili né assistenza.

Al viaggio seguirà una realtà molto diversa dalle loro aspettative: una terra fertile ma con rigide leggi di mercato. Da una parte vedranno i raccolti bruciati per mantenere alti i prezzi dei prodotti e dall’altra avranno dei salari da fame data la sovrabbondanza di manodopera, tanto ci sarà sempre qualcuno più disperato di te a lavorare per qualche centesimo in meno. Gli Okie subiranno angherie e soprusi da padroni e polizia che smantella i loro campi abusivi.
La speranza è il filo conduttore del romanzo e tra questi diseredati l’umanità non viene meno; si aiutano e si sostengono, fanno parte di una identità comune fatta di legami sociali e culturali: sono un popolo.

I personaggi di questo romanzo dalle inflessioni a volte bibliche, sono estremamente ben descritti e restano impressi. In particolare due donne, molto diverse tra loro. Una madre ed una figlia. “Mà” di cui non ci viene neppure rivelato il nome di battesimo, disperatamente lucida e determinata nel tenere unita la famiglia Joad, essere lucidi per sopravvivere, per lavorare per poter mangiare ed avere un futuro migliore. Ma è il capo. La sua forza è inesauribile, è una madre.

La figlia, Rose of Shanon, è una ragazza debole ma che avrà un riscatto finale sorprendente e personifica la speranza che la scena finale del romanzo rappresenta con una forza simbolica incredibile. La carità verrà compiuta dal più diseredato degli umani.

E poi c’è Tom, il figlio prediletto di Mà: “perché io ci sarò sempre nascosto dappertutto. Sarò in tutti i posti dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì… Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito…bè io sarò lì.”

Questo romanzo che ha vinto il Premio Pulitzer e National Book Award nel 1940, ha fatto vincere a Steinbeck il Nobel nel 1962. Secondo Le Monde è uno dei 10 libri migliori del 1900. John Ford nel 1941 ne fece un film con Henry Fonda protagonista.

Capolavoro di perenne attualità, Steinbeck lo scrisse in 5 mesi nel 1939 (79 anni fa!) preso da un sacro fuoco, volendo evidenziare la dimensione del danno sociale e le responsabilità di chi lo causò. Voleva “mettere un’etichetta vergognosa su quei bastardi avidi responsabili”. Disse anche che voleva far saltare i nervi al lettore.

Il romanzo ricorda la nostra attualità, se sostituiamo il termine Okie con siriani, africani, ect. I processi migratori non sono eventi eccezionali. Il tema dell’Expo 2015 a Milano era: “Nutrire il pianeta”.

Buona lettura, anche se moltissimi lo avranno già letto da un pezzo!

Un’interessante articolo del Saturday Evening Post

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