ABBIAMO OSPITI/ROMA – Festa del vino

Articolo di Nicoletta Fattorosi Barnaba – Autore Ospite de La Lampadina 

Nel mese di ottobre, Roma si preparava a fare festa al vino che è sempre stato protagonista delle tavole dei romani, quale fosse il loro ceto sociale. Se potessimo sorvolare la città e vederla come appariva nel XVI secolo, rimarremmo stupiti da quante vigne fossero presenti sul suo territorio. Tra le più antiche e famose ricordiamo quella legata a Raffaello, che ancora oggi si trova nel cortile del ristorante, presso Porta Settimiana, che ai tempi fu la casa della bella Fornarina, tanto amata dal pittore urbinate.
Ricordiamo anche le pergole che affiancavano il fiume nel suo tratto urbano, quando si poteva godere delle sue sponde non ancora imbrigliate nei muraglioni, che sono senza dubbio salute per Roma, ma disgrazia per il paesaggio. Le vigne, che orlavano il Tevere, sparirono tutte con l’innalzamento dei muraglioni, sopravvissero, invece, quelle delle grandi famiglie nobili, sparse nella città e affiancate, spesso, alle ville. Era una gioia vendemmiare in città, l’uso coinvolse anche gli stranieri che numerosi venivano in autunno proprio per questo motivo.
Le vigne che erano sulle sponde del Tevere davano un vino grosso e torbido, che poteva far appesantire o girare la testa. Il vino dei “sette colli”, invece, era più buono, forse perché i romani dicevano: “Baccus amat colles”, entrambe i tipi di vino erano designati con il nome di vino Romanesco. Quasi tutto coltivato dentro le mura ed era rosso, ma non era molto apprezzato, in quanto dai vicini Castelli arrivavano vini di pregio, tra cui il Cannellino, abboccato, che andava gustato con moderazione. Il “Cannellino” deve la sua denominazione, tra le tante ipotesi, alla facilità con cui questo vino scorre dalla cannella della botte, oggi è quasi introvabile.
La vendemmia più importante, che portava il buon vino, era quella che avveniva ai Castelli. Zanazzo così lascia scritto:
“In tempo de vendembia, in de le vigne de Roma e ppuro in quelle de li Castelli nostrali, ortre a ffasse un sacco de risate e dd’allegrie, s’ausa de fa’ un scherzo a li conoscenti o a li forastieri che vve viengheno a ttrova a la vigna, ner tramente che state sotto le vite a ttajà’ co’ le forbice li grappi d’uva. Ecco ‘sto scherzo in che cconsiste. La vendembiatora o mmózzatóra, pija un grappo d’uva o un paro, e li sfragne su la faccia de la persona che l’è ita a ttrova, come si sfragnesse l’uva drento ar tino. ‘Sto scherzo se chiama ammostà’ o dda’ un’ ammostata.” Se le persone erano di riguardo lo scherzo si faceva sulle scarpe.
I grappoli venivano tagliati dalle mozzatrici e dai mozzatori che lavoravano dall’alba alla sera, a questi era proibito portar via lumache e/o grappoli senza il permesso del padrone della vigna, altrimenti venivano puniti con tre tratti di corda o con la resa del maltolto. Questo ci rende noto che il lavoro nelle vigne era gradito, primo perché raramente si facevano cogliere in flagrante e poi perché le lumache erano un cibo importante nell’alimentazione del contadino. È stata la carne più comune per molti di essi, che si recavano dal macellaio solo nelle grandi occasioni. Torniamo alla vendemmia, riempiti i tini, venivano messi nelle cantine tufacee o in grotte appositamente scavate o addirittura in antiche camere sepolcrali. Arrivato il momento di poter svinare, le cantine con il vino pronto, per avvertire i clienti, appendevano sulla porta una frasca. Questa poteva essere di edera, abete, quercia, vischio, paglia, o di olivo; alcuni dicono fosse a ricordo della corona di Bacco.
Le mozzatrici e i mozzatori, che venivano da Roma, alla fine della vendemmia tornavano in città dove venivano festeggiati a piazza Barberini, ben diversa da come la vediamo oggi, infatti allora era uno splendido connubio tra la campagna e la città. I carri con i contadini portavano i cesti con l’uva che veniva gettata, con generosità, tra la folla appagata per quel “regalo”, alla fine i colori della gente si omogeneizzavano con il rosso del vino. La bevanda di Bacco arrivava a Roma sui tipici carri, detti proprio “a vino”, e su questi, protagonista assoluto del trasporto era il “carrettiere”. Altri vini arrivavano a Roma via fiume, erano i vini “ripali”, scaricati ai porti fluviali. A Ripetta scendevano, per la maggior parte, le imbarcazioni che provenivano dagli Stati della Chiesa, a Ripa Grande approdavano le navi da Fiumicino. Per parlare di tempi più vicini a noi, ma ormai già legati a una memoria storica ricordiamo che Trilussa (1871-1950), usava ancora la carrozzella per andare ai Castelli e lo ricordiamo con un sonetto dedicato allo “Sciampagne”, che il nostro poeta non apprezzava molto: “Nun bevo che Frascati. Lo sciampagna/me mette in core come un’allegria/ per una cosa che m’ha fatto piagne:/ o pe’ dì mejo sento/che er piacere che provo in quer momento/ è foderato de malinconia./ Er botto che fa er tappo/quanno lo strappo, er fiotto de la schiuma/ me rappresenta la felicità/che appena nasce, sfuma/ come viè, sparisce.”

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