La Lampadina – Racconti: “Le due Anne” di Vittorio Grimaldi

Le due Anne

di Vittorio Grimaldi
da “Otto limericks per Dorella e altre storie acide”
Edizioni Clichy

Il vecchio avvocato Ferretti nelle sue frequenti visite in libreria non si era mai neppure accostato al celebre a Lolita di Vladimir Nabokov per un suo istintivo disgusto nei confronti degli amori senili. Tuttavia, da erudito germanista non aveva potuto ignorare la stupenda ossessione del Thomas Mann della Morte a Venezia anche se, essendo rivolta a un giovane, l’amorevole attenzione di Gustav von Aschenbach avrebbe dovuto essere, per l’avvocato, ancora più repulsiva.
Ferretti, del tutto e incapace di comprendere le frivole sofferenze amorose (addirittura omosessuali!) di un vecchio, tuttavia riconosceva e apprezzava nel giovane Tazio il simbolo struggente della gioventù perduta. Nessuno poteva immaginare che la sua asciutta coerenza, già messa alla prova dalla insuperabile maestria del romanziere tedesco, sia pure nella sfera privatissima dei suoi gusti letterari, sarebbe miseramente crollata davanti al visetto impudico di una ragazzina di dodici anni, con le efelidi! A dire il vero, quando la rivide di anni ne aveva già quattordici perché erano passate due stagioni dal loro primo incontro.
Due stagioni a sofferenza rigidamente controllata da parte dell’avvocato. Un calcolo, quello dei due anni trascorsi, confortante, se Ferretti non fosse stato, per tutto quel tempo, perfettamente consapevole che quegli stessi anni, sommati ai suoi, non avevano certo accorciato la distanza abissale fra lui, nato nella prima metà del secolo scorso e la ragazzetta.
Una volta, aveva ceduto all’impulso di vederla. Era una splendida giornata di primavera. Il Tevere normalmente sporco e fangoso risplendeva sotto il sole. Uscito, verso mezzogiorno, dal Palazzo di giustizia si era avviato a piedi verso il liceo Mamiani in viale delle Milizie. Come un adolescente senza vergogna si era appostato dietro un platano ad aspettare l’uscita delle classi. Eccola. Scortata come una regina, davanti, dietro, ai due lati, da quattro o cinque maschietti chiacchieranti e evidentemente tesi nello sforzo di attrarre la sua benevola attenzione.
“Ella si va, sentendosi laudare, benignamente d’umiltà vestuta”. Proprio umile non sembrava, però. Infatti camminava altera con un sorriso appena accennato, senza il peso dei libri affidati con degnazione a uno dei compagni.
A un tratto, senza una ragione plausibile si voltò, guardando in direzione dell’avvocato e, come se l’avesse riconosciuto, gli rivolse un sorriso incantevole e complice. Ferretti provò lo stesso turbamento e lo stesso senso di colpa di quando l’aveva vista la prima volta a casa della nonna. Anna infatti era la copia esatta di sua nonna, anche lei Anna, con cui l’avvocato Ferretti aveva intessuto un flirt una estate di tanti anni prima a Santa Margherita Ligure.
Gli stessi capelli d’oro, lo stesso sorriso abbagliante e corrucciato, gli stessi occhi azzurri più chiari o più scuri a seconda dell’ombra mutevole delle nuvole sul mare. E tante efelidi sul viso arrossato dal sole e una disinvolta arroganza, consapevole, ora come allora, della gloria della sua giovinezza. L’avvocato Ferretti si avviò stancamente verso casa riflettendo sull’impietoso confronto fra sé e i giovani che circondavano Anna e fra le due Anne, così eguali, di cui si era innamorato a distanza di cinquant’anni. Si mise a letto e, come sempre ragionevole e saggio, sognò, il sorriso rassicurante, elegante e mesto di una signora di mezza età.

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