ABBIAMO OSPITI/CULTURA – Erotismo antico: affreschi parlanti

Articolo di Elvira Coppola Amabile, Autore Ospite de La Lampadina
Per il desiderio di raccontare qualcosa di frizzante e un po’ trasgressivo e per lo spiritello che serpeggia birichino in ognuno di noi sull’argomento sesso, questa volta voglio parlare di erotismo. Ecco allora una serie di curiosità e rivelazioni sui costumi erotici all’epoca dei romani e qualche accenno a quelli degli etruschi azzardando un cauto confronto.
Una visita recente a Pompei dove nuovi scavi sono stati aperti, mi ha ricordato di quando in passato da certi luoghi facevano restare fuori le signore e accomodare solo i signori. Nella Villa dei Misteri nella Casa del Fauno e in altre… c’erano stanze segrete, proibite! Gli affreschi raffigurati erano considerati scandalosi. Alle donne e figuriamoci ai bambini non erano permesso vedere i dipinti o le sculture custodite in quelle stanze. Restavamo fortemente incuriositi noi ragazzini naturalmente.
Non sapevamo cosa immaginare anche perché erano tempi in cui tutta l’informazione riferita alla sessualità era piuttosto ingenua e non c’era la disinvolta conoscenza di oggi sull’argomento né lo spudorato esibizionismo.
Oggigiorno in quelle stanze entrano tutti. Sono stati svelati i misteriosi segreti di quei luoghi. Le raffigurazioni sono interessanti poiché da esse si può intuire il rapporto e l’importanza che la società romana attribuiva al sesso.
Nessuno si scandalizza più di niente e le immagini vengono diffuse e pubblicate su riviste libri senza problemi con semplicità.
Incredibile quanto si possa intuire dello spirito di un popolo dall’osservazione di cosa hanno scelto di raffigurare. Ovviamente tutto va rapportato al contesto all’epoca ai luoghi.
Anche allora i costumi e le relazioni venivano regolate e influenzate dal periodo storico. Ci sono state imperatori molto severi, Augusto ad esempio, che imponevano comportamenti moralistici. Altri più tolleranti addirittura licenziosi. Vedi Nerone o Claudio. È noto che Messalina sposata a 14 anni a un ultracinquantenne Claudio, si prostituiva col nome di Licisca. Lui lo tollerava.
Quello che si evince dalle stanze di Pompei si riferisce a quell’epoca ovviamente.
Ci sono vari livelli di espressioni. Quelli che riguardano la sfera apotropaica dove l’orgoglio di unorgano maschile di dimensioni ragguardevoli veniva apprezzato con entusiasmo. Le immagini sono talmente grottesche che l’ilarità ne mitiga la volgarità. Per il potere che gli si attribuiva di stornare il fascinium cioè il malocchio, il fallo era il principale amuleto. Non c’era intendimento osceno tanto che veniva esibito anche nelle case alla vista dei fanciulli, degli ospiti e della timorate madri di famiglia. Il significato bene augurante è molto sentito e non finisce mai riproponendosi regolarmente dalla notte dei tempi. Si riscontra ancora oggi nella nostra iconografia popolare. Battute allegramente pecorecce di tanto in tanto affiorano nelle conversazioni con esplicite allusioni. Si toccano i genitali per scongiurare la malasorte!
Le terme erano costellate di numerose raffigurazioni variamente interpretate. A volte dall’offerta di servigi per l’accoglienza, altre volte erano parodie ironiche che non abbandonavano mai le interpretazioni degli antichi. Gustose e ilari semplificazioni di Pan che scopre Ermafrodito o di Polifemo grosso brutto e impacciato alle prese con Galatea. Eterno tema dell’immaginario erotico da noi definito “la bella e la bestia”.

L’intento parodistico è stato rinvenuto in scene di sconcertante crudezza sessuale come quelle rinvenute  di recente nel complesso delle terme suburbane posto all’esterno della Porta Marina. In una prima interpretazione attribuite a servizi particolari disponibili ai piani superiori del complesso. Poi visto che ogni scena corrispondeva ad una scatola e ce n’erano diverse numerate, si è compreso che ogni scena raffigurante una particolare attività sessuale era abbinata ad un contenitore di abiti. Uno …spiritoso tipo di armadietto illustrato per riporre indumenti.
Un’altra curiosità riguarda il ritrovamento di dischetti simili a monete con un numero da I a XVI su una faccia e una scena erotica sull’altra. Questi gettoni chiamati “spintriae” il nome dato alle prostitute, erano prodotti della zecca. E forse utilizzati nei postriboli secondo Svetonio (Vita di Tiberio). Scandaloso pagare con una moneta effigiante l’imperatore? Forse. Marziale parla di lascivia numismata elargita a pioggia al popolo da Domiziano in un suo trionfo.
All’epoca il sesso non era considerato nè peccaminoso nè vergognoso per cui se ne parlava  tranquillamente. Inoltre i gettoni erano anche utilizzati da analfabeti e le figure esplicitavano l’utilizzo.
Molte le scene che raccontano amplessi orgiastici nei lupanari o nei banchetti o semplicemente nella vita privata. Le immagini descrivono con dovizia di particolari rapporti sessuali durante banchetti e quindi pubblici. Lasciano intendere che i costumi avevano raggiunto un livello discinto piuttosto notevole. Comprendevano anche relazioni omosessuali. Erotismo negli spettacoli.

Erotismo nel privato con piccoli quadri di scene erotiche coperte da uno sportello. Probabili strumenti di eccitazione. Oltre al voyeurismo e all’esibizionismo.
La sfera religiosa prevedeva cerimonie rituali di fertilità. É noto che nella religione romana il culto era rivolto ad una divinità per ogni debolezza umana per ogni inclinazione o vizio. I baccanali li celebravano periodicamente, ad esempio. Una sofisticata concezione della complessità umana avvicinata oggi in parte dalla psicoanalisi.
A Pompei era venerata la Venus Fisica protettrice della città. La dea simboleggiava la forza germinativa della natura stessa nel suo tendere alla propagazione della vita in tutte le sue forme. Una visione concettuale quindi strettamente religiosa.
Nel mondo Etrusco i reperti archeologici non sono così numerosi come in quello romano. Più che altro legati ai ritrovamenti nelle tombe. Quindi più difficile decifrare usi e costumi. Tanto più che la lingua etrusca è ancora un mistero. Gli studiosi si applicano costantemente ma tuttora solo in minima parte sono state decifrate le scritte su anfore, affreschi, mosaici, sculture. Spesso le scritte sono in greco poiché gli etruschi erano aperti alle culture degli altri popoli. Dobbiamo quindi affidarci a frammenti e ai commenti  degli altri scrittori.
Amavano la natura i piaceri della vita più che della guerra. Giochi, banchetti, musica, danza, attività sportive, affetti familiari. A ció possiamo aggiungere anche il sesso, vissuto in modo naturale, non solo istintuale. Molto interessante il loro rapporto con la natura, direi ambientalista. L’impatto ambientale del loro passaggio nella storia è stato quasi impercettibile. A differenza degli altri popoli non elevarono costruzione grandiose per sfidare i secoli. Costruirono le loro case e le loro città con argille legno e paglia. Tutti materiali biodegradabili di cui non è restata traccia. Eppure la loro civiltà si è prolungata per circa un millennio.
Un diverso significato traspare quindi dalle figure di sculture, dipinti e mosaici trovati nei reperti etruschi. Scene erotiche raccontate in piena natura con alberi, fiori, atmosfere gioiose.
Gli sposi abbracciati sui sarcofagi raccontano di rispetto, complicità, amore. Sappiamo che la donna viveva in una società che le conferiva dignità pari agli uomini.
Gli sposi venivano immortalati in teneri atteggiamenti spesso voluttuosamente nudi o coperti da veli.
Teopompo scrittore greco del IV secolo a.C. vissuto alla corte di Filippo il Macedone, fu autore di almeno 70 libri di cui sono restati solo pochi frammenti sui costumi sessuali degli Etruschi. Ma si suppone che le sue descrizioni siano condizionate da usanze diverse e decisamente maschiliste proprie del popolo greco e di quello romano.
Le donne etrusche avevano grande cura del loro corpo e si agghindavano riccamente in modo elegante e ricercato Si truccavano, ingioiellavano e partecipavano ai banchetti assieme ai loro mariti e agli amici. Questo veniva considerato sconveniente da chi relegava le proprie donne ai ruoli domestici e accettava solo le etere alle feste e ai banchetti.
Presso i greci e i romani era una specie di sinonimo: donna etrusca equivaleva a prostituta. Ma erano solo costumi diversi di una civiltà più orientata verso una parità di diritti sia giuridica che comportamentale.
Del resto tutt’oggi gli islamici che coprono le loro donne con veli ritengono sconvenienti gli abbigliamenti adottati dalle donne occidentali e ne disapprovano gli atteggiamenti. Loro le guardano con malcelato disprezzo. Per contro vengono tollerati con supponenza compassionevole. Sicuramente le donne etrusche subivano questo tipo di pregiudizio.
Le uniche fonti iconografiche etrusche che possediamo sono le tombe: la Tomba della fustigazione, la Tomba dei tori e la Tomba delle bighe.
In esse ci sono raffigurazioni esplicitamente erotiche e narrazioni suggestive di rapporti sessuali.
In conclusione la nostra attenzione ci fa sgranare occhi stupiti su un mondo a volte incomprensibile. A volte ci fa sorridere mentre non riusciremo mai a comprendere la vera essenza e le emozioni di uomini e donne di formazione completamente diversa dalla nostra.
Tuttavia posto che l’erotismo è emanazione diretta dell’amore, se ci si spoglia dei retaggi culturali si raggiunge l’essenza dell’attrazione tra i sessi, che resta pur sempre il gioco più intrigante che la natura umana conosca.

Vasia quae rapui, quaeris, formosa puella,
accipe quae rapui non ego solus: ama.
Quisquis ama valeat!

 

I baci che ti rubai mi chiedi procace fanciulla
ammetti non fui io il solo a rubarli: ma tu ama!
Chi ama è felice!
(Fabio Rufo in RaNapXLI1966)

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