LA LAMPADINA – RACCONTI: L’aria di Barcellona

L’ARIA DI BARCELLONA
di Maria Luisa Amendola

 

Deve essere l’aria, un’aria che crea e trasforma, un misto di fantasia e di storia vaporizzata dal vento di mare e dalle colline qui intorno, dal fumo dei camini a mosaico della casa Batlò nata da un sogno di Gaudì, (ma cosa è più vero di un sogno?) dalla foresta d’immagini che s’arrampicano da una guglia all’altra della Sagrada Famìlia (anche lei un work in progress) fino alla paella, formidabile piatto creativo, elogiato, assaporato, gustato, goduto e descritto da Pepe Carvalho, il famoso detective di Manuel Vàquez Montalban, tra un agguato e l’altro nei vicoli del Barri Gotic. Eccolo!
Ne aspiro l’aroma che sta arrivando, lo pregusto, riso fumante nella padella scura tra i paralumi color albicocca del ristorante 7 Portes, mi delizia il palato, lo gusto, lo divoro, comincio a desiderarlo già per domani sera, e ho appena finito di spazzolare il fondo del tegame con le sue fiammate scure di fuoco. Chissà se Annibale Barca -Barcino il nome romano di Barcellona– che ha fondato questa città, l’ha mai assaggiata?

Sono tornata a Barcellona. Già scendendo dall’aereo ho sentito quest’aria intorno a me fremere tra i voli guizzanti delle rondini che se ne vanno. Era un “ Bentornata”. Mi hai riconosciuto aria?

Allora è l’aria? Ma no, è il fuoco, questa città ha riscoperto qualche anno fa “il fuoco dell’”homo faber” senza il quale le città non si fondano” come diceva Calvino. Proprio alla ricerca del fuoco vado girando, è notte ormai, tra le viuzze intricate a pochi passi da Plaça de la Pau, fiaccole chiuse nelle onnipresenti piramidi scaldano facciate di antichi palazzi trecenteschi, illuminano le targhe dei musei, di fronte a quello di Picasso, aperto fino a mezzanotte, una coda buia di ragazzi vocianti, una sorta di babele, illuminata ogni tanto, -lampi di vita- dallo schermo dei telefonini: Dove sei? Adonde estas? All’aperto, appollaiati sugli sgabelli alti, tra ombra e luce si beve, si chiacchiera, si fa amicizia, “Una copa de viño tinto!” ordina un ragazzo dai capelli rosso-fuoco. Profumo di paella. È facile fraternizzare con barcellonesi e turisti e giramondo, il piatto colmo di tapas rosse e gialle come le vetrate della cattedrale della Seu di Santa Maria del Mar, scarna nel suo stile catalano-gotico. Ricordate la “Cattedrale del mare” di Ildefonso Falcones? Le navate infiammate da candele, tante, dalle porte sciamano i fedeli, tanti anche loro, palpitanti come fiammelle.
È il primo novembre, festa de Tods Sants– il catalano è una vera lingua, un po’ diversa dallo spagnolo- dalle porte massicce esonda il calore, e la luce si dissolve lontano, una passatoia di luce fin sulla piazza, fino ai tavolini carichi di tapas. Anche le messe qui tirano tardi. Uscendo è naturale perdersi tra i vicoli medievali intorno al Passeig del Born, tra negozietti di abiti usati e minuscole botteghe d’artigianato incuneate sotto le volte basse, profumo di paella e dopo un infinito girare mi sorprendo a desiderare le molliche di Pollicino e il mio letto in un piccolo albergo che, in questo labirinto non troverò tanto facilmente.

Ed è mattino, e dev’essere la luce, mare e luce del Mediterraneo che fanno correre lungo el Paseig Maritim ragazzi con gambe d’acciaio armati non di fucili ma di Ipod, lunghe falcate aggressive che lasciano dietro il resto del mondo, superare tutti, il traguardo è lì, il futuro non ci aspetta. E il turista che avanza tra i filari di palme, irretito dalla magia dei corpi in movimento si scansa come per far passare il testimone di un miracolo- dov’era questo incantevole lungomare quindici anni fa ?- e non si arrabbia se una bicicletta lo sfiora con un lieve fruscio.

Un vecchio passeggia come ogni giorno, la camicia a quadri sul collo grinzoso, il viso rivolto ad est, non vuole perdersi nemmeno un po’ di sole, cammina in compagnia del suo presagio di morte, gli occhi vagano incerti tra le minuscole onde che muoiono sulla spiaggia, li salva il grande pesce di rame disegnato da Frank O. Gehry, e non so che cosa l’uomo stia pensando in questo momento ma so che gli archistar di tutto il mondo contagiati dalla vitalità di Barcellona hanno voluto essere qui, far nascere qui le loro aeree, leggendarie creazioni come la Torre Mapfre, la più alta della città o Il MACBA dell’americano Meier, il museo d’arte contemporanea che pare fatto di luce ed ombra. Se si voltasse quell’anziano abitante della città dove è nata la parola movida vedrebbe la sagoma ormai nota della W Barcelona, l’albergo nato dal mare, immerso nel mare, disegnato dall’architetto catalano Ricardo Bofill, che, simile ad un’immensa vela chiude il palcoscenico delle spiagge verso Montjuc. Ci si meraviglia quasi di non vederlo tendersi e vibrare come fa una vela leggera, una vera vela di cemento e vetro.

Vibra di blu anche il fantastico Museu Blau, il museo di storia naturale è lontano, ci si arriva però facilmente con il bus turistico. Qui la creatività di Barcellona, una città che ormai è più europea che spagnola, riesce a compenetrarsi con la precisione tutta svizzera degli architetti Herzog e De Meuron. Entro. Un’immensa balena, il suo scheletro mi accoglie, la luce piove dall’alto come da un impluvium romano, le pareti sono di specchio, rischio di perdermi, novello narciso, fotografandomi accanto in questi miei doppi e quasi appoggiata alla mia spalla c’è una bianca vertebra gigantesca e antica- quanto antica? Un taglio di luce azzurra, cielo, investe una bacheca, la inquadra e mi ritrovo a discorrere con un minuscolo microbo, la sua vita, i suoi percorsi sessuali cinquemilaottocento anni fa, quanto Carbonio 14 è rimasto nel suo corpicino per poterlo datare con tanta sicurezza? Planeta Vida si chiama questo viaggio nella storia dell’umanità- mi piace viaggiare- posizionato proprio accanto al mare. Mi piace il mare. Dal quale siamo nati.

Esco nella luce, qui siamo lontani dal centro città, niente movida, niente Gaudì. Catalizzato dal bel museo è nato un quartiere periferico, i nuovi edifici ariosi hanno giardini dove i nonni siedono sulle panchine e cortili dove i nipoti giocano a calcio, le cartelle appoggiate ai muri tutt’intorno. Il traffico pesante della periferica scorre lontano dai loro polmoni. Solo tre fermate di bus turistico, e è bello starsene in t-shirt, caldi al sole di questo novembre 2014, seduti al tavolino di un qualsiasi Ciringuito, (piccolo bar completamente all’aperto) con gli amici davanti a un grande piatto di jamon serrano tagliato erto e godersi questa Barcellona risorta del dopo Olimpiadi 1992.

Un uomo emerge dall’acqua ha una tavola da surf sotto il braccio, poco più in là due innamorati si baciano appassionatamente che bello baciarsi, e sulla battigia una coppia di sposi è in posa per la fotografia, parlano francese, sono venuti qui correndo dietro all’estate? Lei, scalza, il velo bianco fluttua nel vento da nord. Sono venuti da Parigi per sposarsi davanti al mare?
Il sole sta scomparendo dietro Mont juc, dietro il giardino fitto di piante tropicali dove respira un cactus alto 6 metri, dietro il castello dal quale deriva la denominazione castellano, castigliano, dietro l’antica enclave ebraica decimata nel pogrom del 1391.

“Ogni mutamento include corruzione, e di nuovo generazione” sostiene Aristotele. Barbagli di sole morente sui vetri della funivia che sale dal mare alla collina. Non mi resta che concludere la giornata con la semplice, intensa architettura razionalista del Pavello Mies van der Rohe 1929, linee rette, pulite, muri di onice verde appena generati, affacciati su una superficie d’acqua ferma, trasparente. Muri di cristallo. Una statua- potrebbe essere greca- pare intenta a specchiarvisi. Rare ombre di visitatori incantati, il silenzio attorno si può toccare. Una minima vertigine di bellezza. Mi dimentico di comprare la famosa t-shirt con la scritta “Il meno è più” caro ai razionalisti, anche perché non si addice al mio temperamento che è più vicino a quello festoso e barocco di Gaudì.

E il giorno dopo -è la festa dei morti- sulla Rambla passeggiano torme di vivi, si scontrano, si fermano, s’incantano, qui i palazzi non finiscono con angoli vivi ma finiscono con curve aggraziate decorate con statue di gesso, uomini o animali che siano. La decorazione fantasmagorica non si ferma di fronte a nulla. Ecco, sulla Plaça de la Boquerìa il palazzo che ospitava un’antica fabbrica di ombrelli, sullo spigolo stondato s’è installato un drago verde vagamente orientale, sogni, e poi ombrelli e parasoli aperti, chiusi, volanti, di stucco, colorati. Il mercato della Boquerìa, qui di fronte è chiuso, peccato! Saranno ancora così colorati i banchi della frutta? E così profumati quelli delle spezie? Sulla Rambla, all’ombra dei platani d’argento banchetti di fiorai, magliette con nomi di calciatori,libri, pesci tropicali e non, canarini, pappagallini verdi e persone, persone di tutte le razze giù giù fino a Colòm, fino alla statua  di Colombo che guarda verso l’America, – e ancora profumo di paella– teste che ondeggiano in discesa fino ai vicoli di Barceloneta, capelli biondi, neri, ricci, con i dreadlocks, capelli, capelli e cappelli.
Non voglio comprarmi un cappello/ricordo, non voglio farmi fare un ritratto, non voglio farmi fare l’oroscopo, non voglio farmi leggere la mano non voglio nemmeno ascoltare i cantanti di strada, questa strada simbolo di Barcellona oggi è troppo pulsante per me ”passo attraverso alla folla insieme alla folla che passa” canta Nazim Hikmet e prendo a sinistra, m’infilo nel Barrì Gotic vicoli e vicoletti- questa era la zona delle lucciole nel primo Novecento- fino a plaça Reial, dove oggi, è domenica, c’è un mercatino di francobolli d’epoca, e tanti appassionati  con la lente per esaminare il loro piccolo tesoro. Sotto i portici ottocenteschi ci si può sedere e rifocillarsi con le onnipresenti tapas.

Ancora vicoli, panni stesi da un palazzo all’altro alla ricerca del sole, una Napoli catalana incredibilmente pulita: in uno slargo due sedie, due reformados, così si chiamano a Barcellona i pensionati, un gatto, un tiglio, l’aria sa di sigaro e paella, le parole cadono stracche, è l’ora della siesta è domenica, ancora domingo, e senza accorgermene sbuco di fronte al Palau de la musica Catalana. Uno splendido gruppo scultoreo se ne sta arroccato sull’angolo arrotondato sfidando l’attrazione terrestre, anche le statue possono volare, Il rosso dei mattoni accanto alle colonnine decorate alla maniera araba le vetrate colorate, tutto si mescola in un eccezionale senso di leggerezza. Leggera una coppia arriva in bicicletta, le ruote sembrano sfiorare il basolato, i due scendono parcheggiano. Ci sono biciclette da affittare in ogni piazza, le prendi e le puoi lasciare dove vuoi e quando vuoi in un altro bikeshare (2 euro la tessera per tutto il giorno). Ci sono stazioni di metropolitana in ogni via davanti a ogni ospedale. In questo momento sto camminando sopra un mega parcheggio. Così immagino una Città Europea

Sulla strada per l’aeroporto mi accorgo di tirare le somme: Barcellona non è soltanto movida, non architettura contemporanea, non lo struscio delle Ramblas, non tapas, non Gaudì, non la brezza fresca di Barcelloneta ma è l’aria che vi si respira, l’aria del tempo, del nostro tempo. L’air du temps si chiamava un vecchio profumo di Nina Ricci. Mi volto, dietro Montjuic sta calando il sole, una fiamma si riflette nello specchietto retrovisore “il fuoco segreto” diceva Calvino “senza il quale le città non si fondano né le macchine vengono messe in moto.”

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