ABBIAMO OSPITI/PSICOLOGIA – Noi e le nostre storie

Articolo di Mei Indri, Autore Ospite de La Lampadina

Noi siamo le nostre storie. Siamo il prodotto di tutte le storie che abbiamo ascoltato e vissuto e delle tante che non abbiamo sentito ma che hanno modellato la nostra memoria, hanno modellato la nostra visione di noi stessi, del mondo e del posto che noi nel mondo occupiamo.
La psicologia junghiana parla di Puer Aeternus o di archetipo del fanciullo, una dominante psichica che simboleggia la capacità della psiche di rinnovarsi, di essere in uno stato di perenne evoluzione, riscattandoci dal già dato per proiettarci nel possibile.
Ognuno di noi guarda alla propria esistenza, a volte, attraverso gli occhi del puer seppur per un breve tempo: quando guarda alla sua ferita antica la trasforma in feritoia, ossia una chiave di lettura diversa che dà senso al dolore.
Per molti autori, analisi transazionale compresa, il bambino interiore rappresenta gli aspetti più significativi e creativi della personalità, i più fragili e insieme i più autentici: una franca ed immediata espressione di sé, la capacità di godere, di partecipare affettivamente alla realtà, la curiosità, la gioia, il piacere.
E questo prima di noi, l’hanno scoperto i POETI.
L’infante (da fari = parlare) non parla, non possiede il logos ma è capace di autonomia, spontaneità ed intimità: lo dicevano già Platone e le fonti orfiche e pitagoriche.
Il linguaggio della fiaba propone al lettore un tuffo nella metafora, nel mondo delle associazioni apparentemente illogiche.
Il favoleggiare impone e permette una comunicazione essenziale sul mestiere di vivere, ammantandolo di trasgressione, una specie di saggezza travestita da follia.
Il lettore è libero di cogliere l’esterno o la sostanza, libero di farsi solleticare l’intelletto o di farsi raggiungere diritto alla pancia. Un viaggio dove il gusto del viaggiare supera di gran lunga l’ansia di arrivare. Un viaggio che può continuare con l’interrogativo: “E se la favola fosse solo una delle tante che io posso scegliere per me?”
La casa delle favole
Gli individui sono come villini a tre piani: una taverna, un piano terra, un primo piano.
Il primo piano serve per esporre le bandiere, per mostrarci al pubblico.
Il piano terra serve per parlare all’intuito. Al piano terra si deve essere parimenti abili a dire che ad ascoltare.
La taverna è il regno delle risonanze profonde, dove affondano le radici, l’odio e l’amore, la vita e la morte. È  il piano dove il non dire dice, dove l’abilità degli abitanti è l’ascolto del silenzio.
Al primo piano si dice.
Al piano terra si intuisce.
In taverna si sente.
Le favole non amano il primo piano.
Esse si trovano a loro agio a piano terra, là dove il dire troppo rovina il dire profondo.
Ma le fiabe più intriganti amano spingersi nella taverna, dove si odono echi lontani di note familiari all’uomo, senza tempo e senza spazio.
È lì che insieme alla fiaba vive la POESIA.
Miti, favole e sogni sono scritti tutti nello stesso linguaggio: il linguaggio simbolico.
Il linguaggio simbolico è forse l’unico codice elaborato dall’uomo che è rimasto identico per ogni civiltà e nel corso della storia: un linguaggio con la sua grammatica e la sua sintassi, che bisogna comprendere se si vuole cogliere il senso profondo.
Ed è così che si capisce che vi è un significato di redenzione in quasi tutte le fiabe del mondo, in luoghi diversi e in tempi diversi, con trame e svolgimenti spesso opposti.
Le fiabe che ascoltavamo da bambini o che raccontiamo ai nostri figli o ai nostri nipotini sono in realtà sapienze antiche nelle quali si rispecchiano i tormenti dell’uomo e che narrano le storie della nostra vita e della nostra morte.
Il re, le regine, i principi, le principesse abbandonano la loro fissità di fantocci automatici, lasciano cadere le loro vesti sontuose e, a loro volta, diventano donne e uomini veri.
Di volta in volta, in questa diversa chiave di lettura, possiamo scorgere il padre, la madre, I fratelli e la sorella, una figura insomma che ha segnato la nostra esistenza. Ci insegna anche a sollevare il velo che cela i loro volti, a soffiare sulla nebbia che gli avvolge, per fare subito apparire il complesso e segreto meccanismo che determina le nostre azioni.
Incantesimi, sortilegi, maledizione di streghe e di maghi perdono la loro drammaticità che ci teneva svegli, da bambini, per ore nel letto, e ne acquistano però un’altra, meno effimera, meno appariscente, ma altrettanto crudele. Sono in realtà le malattie della nostra anima, i lacci che ci costringono all’infelicità, le continue pene in cui si dibatte lo spirito e dalle quali non si sa come uscire.
E i draghi da uccidere, le sette camice da filare, le infinite strade da percorrere, i mari da attraversare, le pietre da trovare, non sono altro che le prove della vita, vere o immaginarie, che arrestano lo scorrere dell’esistenza, che increspano la superficie dei giorni.
Occorre sempre una redenzione, un’espiazione, una purificazione per poter essere uomini: c’è sempre una prova da superare, perché la nostra anima sia libera. Da secoli lo ripetono le fiabe di tutto il mondo, le rivelazioni di tutte le religioni e, nel nostro tempo, ce lo conferma la psicologia del profondo. Guardando dentro di noi aldilà delle ombre che ci agitano, oltre le figure che la fantasia ha colorato, nel profondo del nostro essere c’è sempre la stessa richiesta.
Per diventare uomo ho bisogno di redimermi o di essere redento, altrimenti mi confonderò per sempre nel buio dell’infelicità, dell’inferno, della follia.

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