ABBIAMO OSPITI/ROMA – Roma verticale

Articolo di Nicoletta Fattorosi Barnaba, Autore Ospite de La Lampadina

Oggi diamo un’occhiata alla Roma medievale, o meglio a quanto sia rimasto della Roma medievale. Cercheremo di ritrovarla anche attraverso dei simboli architettonici come le torri e i campanili di quel periodo. Se potessimo vedere la nostra città dall’alto in quei secoli, avremmo un’immagine molto diversa dall’attuale. Le case e la popolazione, chiuse nell’ansa del Tevere, Roma coperta di verde, ma quello che colpirebbe maggiormente sarebbe l’assetto verticale della città, con circa trecento torri, che si stagliano verso il cielo; torri di guardia su quanto resta della cinta muraria di Aureliano,  torri erette dalle varie famiglie baronali, sempre in lotta tra di loro, sia per difendersi, sia per affermare il proprio potere. Vorrei far tornare alla memoria quell’immagine di Roma attraverso le parole di Pascarella, che in Storia Nostra, parlando del medioevo dice, a proposito di Roma, così:

…/ quanno che adesso stai sopra un’artura, / monta su ‘na terrazza in cima a un tetto; / e lassù, quanno tu da un parapetto / de la terrazza guardi la pianura / contornata da tutte quele mura / de Roma che te stanno de prospetto, / e vedi intorno a te quela ghirlàndola / de torre, a che te credi che serviveno? / […] ma quelle ereno er frutto d’un lavoro / che li baroni se lo costruivano / pe’ massacrasse insieme fra de loro./ Quele torre che, quanno uno […] le rivede cor primo sole, che ce va a bonora / e che quanno viè’ l’ombra giù da piede / sopra a la cima ce rimane ancora,  / e ce vede volà’ le palombelle / fra le lapide cor bassorilievo;/ se sa je fa piacere de vedelle.

Di quelle torri alcune non sono più visibili, in quanto inglobate in altri edifici, altre sono state distrutte dal tempo o da esigenze urbanistiche nei numerosi interventi di rinnovamento che ha subito Roma nei secoli.
Insieme a questa immagine di potere laico, si innalzano verso il cielo i campanili voluti dalla Chiesa per sottolineare il potere conquistato, dopo le lunghe lotte per le investiture.
Il campanile o torre campanaria, dal suo nome nasce per ospitare le campane, che nei secoli hanno dato agli uomini la scansione del tempo della preghiera e del lavoro. Molti riconoscevano dal diverso suono a quale chiesa appartenessero le diverse campane che a Roma suonavano e accompagnavano le ore della giornata dei romani, allo scadere delle ore canoniche.

Nel XII secolo si aggiungono a quelli preesistenti, del IX e XI secolo, campanili eleganti, alleggeriti e abbelliti da bifore e trifore. La luminescenza delle padelle cosmatesche, incastonate nei mattoni, pronte a riflettere i raggi del sole al tramonto, parlano di una nuova eleganza architettonica, caratteristica dell’epoca. I campanili in laterizio con vari piani potrebbero arrivare forse al centinaio, ne sopravvivono una cinquantina, ma bastano già da soli a caratterizzare tuttora il panorama della città medievale e a testimoniare la vitalità delle sempre più numerose maestranze, comprese quelle genericamente chiamate cosmatesche, che nacquero anch’esse in quel momento di ripresa edilizia. Gli antichi campanili di Roma si caratterizzano, rispetto a quelli delle regioni settentrionali dalla maggiore frequenza di vuoti, l’uso costante della policromia e dell’intarsio, la mancanza degli archetti nelle cornici di suddivisione dei piani, sostituiti da mensole marmoree. Tipi caratteristici sono quelli (sec. XII) di S. Maria in Trastevere, di S. Maria in Cosmedin, dei SS. Giovanni e Paolo, di S. Lorenzo fuori le mura, ecc.

Il suono della campana è una voce che viene data dal campanaro, figura importantissima in una Roma in cui il tempo è scandito da queste note. I romani riconoscevano le “loro” campane dal suono e dal modo in cui i diversi campanari muovevano i loro particolari strumenti. Si racconta che un allegro fraticello campanaro della chiesa di S. Maria in Aracoeli, avesse ovviato alla fatica di suonare la campana, inventando un modo quanto mai utile e divertente. Aveva unito le corde della campana per farne una sola, aveva messo un cuscino sul nodo e quindi ecco pronta una comoda e simpatica altalena sulla quale dondolare e suonare le ore canoniche per invitare i romani alla preghiera. Ricordo che al tramonto, prima che si chiudessero le porte delle mura di Roma, le campane suonavano non solo per ricordare la preghiera dell’Ave Maria, ma anche per aiutare chi fosse ancora nei paraggi della città ad orientarsi e rientrare più facilmente.
Zanazzo ci racconta un fatto, accaduto nel XVI secolo, legato alla campana di Santa Maria Maggiore:
Sentiteme. Dice, che ttanti anni fa, una pellegrina tanta mai ricca, che vveniva a Roma in pelligrinaggio, a ppiedi, pe’ vvisità le Bbasiliche, quanno fu a un certo punto[…],siccome era una notte scura scura e ppioveva, s’era persa la strada. […]E in der mentre tutt’impavurita, se stava a riccommannà’ a la Madonna che l’avessi ajutata, quanto sentì’ da lontano lontano venije a l’orecchie come un sôno de ’na campana. Appizzò l’orecchie, se fece coraggio, e cco’ l’annà’ a le tacche a le tacche appresso ar sôno che ssentiva[…]se trovò su la piazza de Santa Maria Maggiore. […] Quela signora pellegrina n’arimase accusì ccontenta e obbrigata a la Madonna che […]las

sò una rènnita […]a li preti de Santa Maria Maggiore, cor patto che dda quer giorno in poi, tutte le sere, a ddu’ or de notte, la campana medema avessi sonato a ffesta in ricordanza de quela grazzia ricevuta.”

Per questo motivo quella campana a Roma si chiama la “Sperduta”.
Ancora oggi, ogni giorno la Sperduta suona alle 9 di sera. Oggi le campane suonano ancora nella nostra città, ma il traffico aberrante che caratterizza le nostre giornate cittadine, non ci permette di cogliere il dolce suono che era il motivo conduttore dei tempi passati, per Roma. Solo la domenica possiamo ascoltare ancora quel dolce din, don, dan che si spande nel cielo romano.

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Lucilla Scelba
6 Ottobre 2020 18:02

Molto interessante lo spunto sulla Roma medievale e turrita, meriterebbe un approfondimento, speriamo in una seconda puntata!