ABBIAMO OSPITI/ROMA – Previsioni meteorologiche nella Roma papalina

Articolo di Nicoletta Fattorosi Barnaba, Autore Ospite de La Lampadina

Quando Roma era una città legata alla campagna e alla vita agricola, la meteorologia era molto seguita, perché dal tempo dipendeva la ricchezza dei raccolti. Non disponendo delle previsioni che noi oggi seguiamo attraverso i molti mezzi di comunicazione, cercavano certezze per sapere come si sarebbe comportato il “cielo”.
Il Belli nel sonetto “Er tempo bono” riunisce vari detti legati al tempo:
Ah, nun è gnente: è un nuvolo Che ppassa./ E Eppoi nun zenti che nun scotta er zole ?/Eppoi, come a meé er callo nun me dole/ Nun piove certo. Ah’, è una ggiornata grassa[1]./ Mentre portavo a ccasa le bbraciole,/ C’era una nebbia in celo bbassa bbassa…/ Lo sai, la nebbia come trova lassa:/ Nun pole piove, via, proprio nun pole./ Lo capimo da noi, sora ggialloffia[2],/ Che quanno è ttempo rosso a la calata, / Ne la matina appresso o ppiove o ssoffia./ Io nun vedde però nne la serata/ Le stelle fitte: dunque, ar più, bbazzoffia/ Pol’èsse oggi, ma nnò brutta giornata.

Già dal 25 gennaio si facevano i pronostici per il tempo a venire. Giacinto Gigli, nella giornata del 25 gennaio 1562, così scrive: “A di 25 di Gennaro, giorno della Conversione di S. Paolo, fu cattivo tempo, nuvolo, vento, e pioggia, dal che, secondo l’antica  osservatione si pronostica mortalità, guerra, et carestia”. Quindi se il giorno era sereno, l’anno sarebbe stato tranquillo, se invece fosse stato tempestoso ci si sarebbe potuti aspettare di tutto: guerre, epidemie, carestie…insomma ogni genere di sciagura. Soprattutto si pensava all’anno agricolo, in quanto la vita di allora si basava sui cicli delle stagioni; le conclusioni si trasferivano subito sul futuro raccolto che sarebbe stato buono o cattivo a seconda del tempo.
Perché la festività legata a Paolo? Perché, con il nome di Saulo è stato un persecutore, con il nome di Paolo è divenuto difensore della stessa fede; è un personaggio contraddittorio e per questo più amato. Così se il tempo sarà buono l’anno che verrà sarà detto l’anno di Paolo, se invece infurierà la tempesta sarà l’anno di Saulo e porterà con sé tanta negatività.
Si sa che i romani sono un po’ superstiziosi e per quanto riguarda il tempo dobbiamo ricordare che avevano paura solamente a nominare i fulmini e le saette (salvo usarli per mandare “benedizioni”), quindi per evitare il problema le chiamavano porcherie e molte erano le pratiche che mettevano in atto per evitare di essere colpiti da queste, che erano diversificate nei nomi, come ci ricorda il Belli nel sonetto “Le porcherie”, del 1° gennaio 1832:
Er tempo manna o ffurmini o ssaette/ siconno er genio suo come je cricca./ Cueste so pe nnoi ggente poverette:/ quelli sortanto pe la ggente ricca./ Cuelli so llavorati a ccolonnette,/ però er furmine roppe e nnun ze ficca./ L’antre so ppietre poi segate a ffette/ e arrotate all’usanza d’una picca./ Me l’ha spiegato a mmé lo scarpellino/ che ffa l’artare a Ssan Zimon Profeta/ che ssa ste cose com’er pane e ’r vino./ Tu mmette bbocca cuanno er gallo feta/ e la gallina piscia, ché er boccino[3]/ lo tienghi uperto come una segreta.

Se dovevano pronunciare il nome di questi eventi atmosferici, prima chiedevano aiuto per essere salvati e preservati con frasi tipo: Dio salvi ognuno. Tra gli avvertimenti usati per sapere che sarebbero scesi dal cielo fulmini e saette i romani si affidavano al suono della campana della Chiesa Nuova o al “cappello”, di nuvole, sopra a S. Pietro, così dice l’adagio: “Se S. Pietro cià il cappello, lascia ‘l bastone e prendi l’ombrello.”
Se la giornata si presentava con un cielo promettente tempesta, si metteva fuori della finestra un braccio e si suonava un campanello, strofinato nella scodella conservata presso la Santa Casa di Loreto, utile per allontanare qualsiasi tipo di porcherie. Oppure, sempre fuori della finestra, si metteva un ramo d’ulivo benedetto nella domenica delle Palme, che faceva da perfetto parafulmine.
La santa, che veniva invocata come protettrice contro la folgore, era S.Irene di Tessalonica, morta martire sul rogo e per questo invocata; la festa si celebra il 5 maggio e nella ricorrenza, a S. Andrea della Valle, si distribuivano rametti d’ulivo benedetti da tenere in casa a difesa della folgore.
E quando invece c’è il sole? Roma s’arifiata, la vita riprende si sentono i canti delle donne, nella mattina, la sera le serenate alle belle. Il sole è quello che mette in evidenze le bellezze di Roma e sentiamo ancora il Belli nel sonetto “Er Tempo bono”:
Una giornata come stamattina/ Senti, è un gran pezzo che nun z’e più data./Ah bene mio! te senti arifiatata:/ Te s’opre er core a nun sta più in cantina!/ Tutta la vorta der cielo, turchina:/ L’aria odora che pare imbarzimata: /Che dilizia! che bella mattinata! /Proprio te dice: cammina cammina./ N’avem’avute de giornate tetre,/ Ma oggi se po’ di’ una primavera./ Varda che sole, va’: spacca le pietre./ Ammalappena c’ho cacciato er viso/ Da la finestra, ho fatto stamattina:/ Hah! che tempo: è un cristallo; è un paradiso.

[1] Giornata grassa o tempo grasso è quando il cielo è ingombro di nuvole immobili.
[2] Gialloffia, persona di carattere duro, acido.
[3] Boccino, testa

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