LA LAMPADINA/RACCONTI – La primula rossa del Vaticano

LA PRIMULA ROSSA DEL VATICANO
di GIANNI FAZZINI

Nel 1983 il Monsignore irlandese Hugh Joseph O’Flaherty venne reso famoso in tutto il  mondo da una serie TV intitolata The Scarlet and the Black (Il rosso e il nero, dai colori del suo abito religioso) che fece conoscere gli escamotages, i travestimenti e le azioni coraggiose cui era ricorso il sacerdote nella Roma occupata dai Nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, per sottrarre alla cattura e alla deportazione nei Konzentrationslager nazisti gli Ebrei, i prigionieri di guerra alleati fuggiti dai campi di internamento italiani e i partigiani: il Monsignore era interpretato da Gregory Peck, il suo antagonista, l’Obersturmbannführer SS Herbert Kappler, era Christopher Plummer, mentre papa Pio XII era interpretato da Sir John Gielgud. La serie era basata sul libro di J.P. Gallagher pubblicato nel 1967, The Scarlet Pimpernel of the Vatican (La Primula Rossa del Vaticano), che aveva riscosso un notevole successo di pubblico in vaste aree del mondo: il soprannome dato a padre O’Flaherty e citato nel titolo del libro, non era un’invenzione di Gallagher, bensì era stato attribuito al religioso già prima del libro e si richiamava – con tutta evidenza – al personaggio nato ai primi del Novecento dalla fantasia della baronessa britannica (di origine ungherese) Emma Orczy, che l’aveva reso protagonista di una fortunata serie di romanzi in cui la “sua” Primula Rossa salvava dalla ghigliottina i nobili francesi durante la Rivoluzione.
Al comando della polizia militare tedesca che, dopo il tragico 8 settembre 1943, aveva imposto un duro controllo su tutto ciò che avveniva a Roma, c’era per l’appunto il tenente colonnello SS Herbert Kappler il quale, una volta resosi conto di quanto fosse pericolosa e capillare l’attività di salvataggio dei nemici della Germania posta in essere da padre O’Flaherty, in cima alle proprie priorità aveva posto proprio la cattura del Monsignore. La contesa tra il religioso irlandese e l’ufficiale nazista fu intessuta di trucchi e diversivi, con abbondanza di travestimenti e inganni, a volte con un forte rischio per la libertà e la vita stessa dello scaltro e coraggioso sacerdote che però, alla fine, riuscì vittorioso nel suo tentativo di salvare il maggior numero possibile di vite umane.
Tuttavia, parecchi anni dopo la morte di O’Flaherty, sorsero dei dubbi circa l’effettivo e reale valore delle sue azioni e alcuni giunsero ad insinuare ch’egli, anziché essere stato quella coraggiosa Primula Rossa del Vaticano che aveva salvato così tante vite, in realtà fosse stato un ignobile e sordido collaborazionista dei Nazisti! La vicenda è scottante e necessita di una serena disamina.

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Hugh Joseph O’Flaherty era nato il 28 febbraio 1898 a Lisrobin, frazione di Kiskeam, lontano dal mare e al centro della contea di Cork, che giace sulla costa sud-occidentale dell’Irlanda, affacciata sull’Oceano Atlantico. Quando aveva quattro anni la sua famiglia si trasferì a Killarney, dove il padre aveva trovato lavoro come steward nel locale golf club: avendone quindi la possibilità, anche il giovane O’Flaherty prese a praticare tale sport, divenendo in pochi anni estremamente bravo e tale abilità gli si sarebbe rivelata utile anni dopo a Roma, per intrattenere rapporti sociali privilegiati con vari esponenti della nobiltà romana, nonché del regime fascista come, fra i tanti, il conte Galeazzo Ciano, genero di Mussolini e Ministro degli Affari Esteri.
Terminate le scuole superiori, Hugh O’Flaherty si indirizzò verso gli studi religiosi che seguì nella Apostolic School of the Sacred Heart tenuta dai Gesuiti nel Mungret College, vicino Limerick, proprio negli anni turbolenti in cui l’Irlanda stava lottando, anche duramente, per ottenere l’indipendenza dalla Gran Bretagna. Non furono pochi gli Irlandesi che persero la vita in azioni di guerriglia anti-inglese o in carcere e tra loro vi furono anche numerosi amici del giovane O’Flaherty: egli perciò – essendo un sincero e leale patriota – sviluppò una fiera avversione per gli Inglesi, considerati degli oppressori e tale sentimento gli rimase nell’animo anche una volta che ebbe terminato i propri studi in seminario.
Nel gennaio 1922 O’Flaherty fu inviato a Roma per completare il proprio percorso religioso e il 20 dicembre 1925 venne ordinato sacerdote; nel frattempo, il 6 dicembre 1922, l’Irlanda aveva ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito come Stato Libero d’Irlanda, ma fra Irlandesi ed Inglesi erano rimasti numerosi punti di attrito: l’isola di Irlanda, infatti, era stata divisa fra il territorio abitato dalla comunità cattolica (ed era il nuovo Stato) e quello a prevalenza protestante (facente ancora parte del Regno Unito) in cui era presente anche una minoranza cattolica, ma soprattutto, last but not least, il nuovo stato d’Irlanda era in ogni caso ancora incluso nel Commonwealth britannico, con a capo supremo il re inglese, una situazione che sarebbe stata sanata solo un paio di decenni dopo, con la definitiva proclamazione dell’EIRE come Repubblica d’Irlanda, del tutto svincolata dagli antichi legami col Regno Unito ed il Commonwealth.
Nel 1934 padre O’Flaherty venne nominato Monsignore e gli furono assegnati incarichi diplomatici in Palestina, Haiti, Santo Domingo e Cecoslovacchia; nel gennaio 1938 fu richiamato a Roma per essere destinato alla Congregazione del Santo Uffizio [che, nei secoli precedenti e fino al 1908, era stata la Sacra Congregazione della Romana e Universale Inquisizione, più comunemente nota come la Santa Inquisizione, e che il 7 Dicembre 1965 avrebbe preso l’attuale nome di Congregazione per la Dottrina della Fede): in quella posizione il Monsignore poté allacciare numerose e cordiali relazioni con l’alta società romana e questo gli sarebbe stato di innegabile aiuto nell’azione sotterranea di aiuto agli Ebrei, ai prigionieri di guerra alleati e ai partigiani italiani che, soprattutto nei mesi di occupazione nazista di Roma, sarebbe stata portata avanti da O’Flaherty tra pericoli, inganni e astuti sotterfugi.
Dopo l’ingresso dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale – avvenuto il 10 giugno 1940 – il Sant’Uffizio affidò a Monsignor O’Flaherty il delicato incarico di ricercare informazioni sui prigionieri di guerra, che erano soprattutto britannici o cittadini del Commonwealth (ma non irlandesi, in quanto l’Irlanda era riuscita a tenersi fuori dal conflitto) e, dopo il 22 giugno 1941 – a seguito dell’invasione italo-tedesca dell’URSS – anche sovietici, tutti sparsi nei campi di prigionia tenuti dagli Italiani, per informare le rispettive famiglie sullo stato di salute e sulle condizioni di vita dei loro cari: nell’espletare tale compito, il Monsignore finì con lo stabilire relazioni cordiali e amichevoli anche con l’ambiente diplomatico estero accreditato presso il Vaticano.
Peraltro – come era facile attendersi – in questo delicato incarico O’Flaherty incontrò presto la comprensibile ostilità del governo italiano: infatti, malgrado il Monsignore provasse ancora un forte sentimento di ostilità verso gli Inglesi, per il semplice fatto di essere un “uomo di Dio” che (come recita la Seconda Lettera a Timoteo, 3:17) deve essere “…completo e ben preparato per ogni opera buona”, in quel momento di emergenza dovuto al conflitto in corso O’Flaherty si dedicò con spirito caritatevole a raccogliere notizie attraverso tutta l’Italia per poi informare e recare conforto alle famiglie dei prigionieri (inclusi i tanto aborriti Inglesi e qualunque fosse il loro credo politico o religioso), i quali tuttavia – e ciò non va trascurato – erano nemici dell’Italia, per cui nel lungo andare simili suoi comportamenti, ancorché fossero caritatevoli e cristiani, non poterono più essere tollerati dalle autorità fasciste: peraltro, dal momento che egli era Irlandese (e l’Irlanda non si trovava in guerra!) e che, per di più, era un Monsignore del neutrale Vaticano, sotto ogni aspetto formale nessuno lo poteva accusare di “intelligenza col nemico”! Tuttavia, a dispetto di queste considerazioni, nel Natale 1942 – dopo varie insistenze – il governo italiano alla fine ottenne che O’Flaherty venisse rimosso dal suo delicato incarico (perché era troppo bravo nell’espletarlo).
La situazione mutò allorché l’Italia – disastrata dai bombardamenti aerei alleati e a seguito di una serie di continue sconfitte militari su tutti i fronti – si vide costretta a uscire dal conflitto e a chiedere un armistizio agli Alleati, che fu firmato in grande segretezza a Cassibile (un paesino siciliano in provincia di Siracusa) il 3 settembre 1943, ma che per considerazioni opportunistiche da parte degli Italiani – recepite con difficoltà e soprattutto mal digerite e con grande sospetto dagli Alleati – fu reso pubblico soltanto il successivo giorno 8 (per di più su iniziativa alleata e non italiana). Si trattò di una “resa senza condizioni” (una unconditional surrender), a seguito della quale all’Italia fu riconosciuto solamente lo status di Paese cobelligerante, ma non di nuovo alleato: con la cessazione del conflitto, ciò comporterà per l’Italia un trattamento di gran lunga meno favorevole nel trattato finale di pace.
Come naturale conseguenza della nuova situazione politica e militare, quelli che erano i prigionieri alleati detenuti nei campi di prigionia italiani non erano più da considerarsi nemici e furono pertanto liberati, ma non avendo delle basi di appoggio né luoghi sicuri in cui rifugiarsi, tutti questi ex-prigionieri – trovandosi improvvisamente allo sbando – in maggior parte pensarono di trovare un più facile riparo in una grande città: tra queste mete, ovviamente non poteva non esserci Roma, anche se dopo gli scontri di Porta San Paolo la città, a partire dal 10 settembre, era saldamente nelle mani dei Tedeschi.
Fu a questo punto che Monsignor O’Flaherty – anche confidando nella rete di importanti amicizie che aveva a Roma – assunse sua sponte il compito (certamente non agevole) di accogliere gli ex-prigionieri di guerra e nasconderli in luoghi sicuri – case private e istituzioni religiose – accollandosi quindi anche l’onere di provvedere nei modi più fortunosi e svariati alle naturali necessità di tali inusitati ospiti (e dei loro ospitanti) nelle case private, in una città in cui vi era penuria di tutto: generi alimentari, medicinali, benzina. Tutto ciò poté ovviamente avvenire solo con il consenso silenzioso e mai ufficiale del Vaticano: infatti è impensabile che il Monsignore potesse riuscire in un compito così immane, senza la conoscenza dei fatti e quindi il consenso – sia pure tacito – da parte delle più alte gerarchie ecclesiastiche, incluso papa Pio XII. Va infatti detto a chiare lettere che occorreva reperire un rifugio sicuro, garantendo altresì almeno i minimi livelli di sussistenza, per degli ex-prigionieri che arrivati in città in maniera spesso avventurosa e dopo aver corso non pochi rischi, ogni tanto andavano trasferiti da un luogo all’altro (poiché il rifugio più di qualche volta andava cambiato, per i motivi più svariati, inclusa la sicurezza di chi ospitava): e tutto ciò doveva avvenire sotto gli occhi guardinghi dei Tedeschi che vigilavano su Roma, sempre più sospettosi, senza inoltre sottovalutare il pericolo che questi ex-prigionieri, qualora fossero stati malauguratamente intercettati dalla polizia germanica durante un trasferimento, non sarebbero stati in alcun modo scambiati per Italiani, sia per l’evidente scarsa dimestichezza con la lingua, sia a causa dei loro tratti fisiognomici.
Un’organizzazione così complessa – che sarebbe stata chiamata Rome escape line – non poteva basarsi unicamente sull’operato del Monsignore e infatti, dopo le prime semplici fasi iniziali, man mano che le operazioni divenivano sempre più articolate, in maniera del tutto spontanea venne gradualmente a formarsi all’interno del Vaticano una sorta di Council of Three formato, oltre che da O’Flaherty, dal conte Sarfield Salazar della legazione svizzera e da John May, che era il fidato factotum dell’ambasciatore del Regno Unito presso la Santa Sede Sir Arcy d’Osborne: tutti questi personaggi collaborarono attivamente al reperimento di generi alimentari e di quant’altro abbisognasse, ma data la loro posizione in seno al corpo diplomatico, non potevano essere coinvolti più di tanto in prima persona, per cui in definitiva in questo Council of Three l’elemento più importante, instancabile e industrioso finì con essere unicamente il Monsignore, il solo che – pur avvalendosi anche di generosi amici italiani, di suore e di altri sacerdoti – rischiava continuamente la propria vita con le sortite che faceva in città.
Infatti, l’Obersturmbannführer Herbert Kappler iniziò presto a insospettirsi per tutti gli strani movimenti che gravitavano intorno a questa singolare figura di Monsignore e non ci mise molto a capire quali fossero le trame da lui perseguite; tuttavia, in mancanza di prove o di evidenze di altra natura (ma sostanziali), Kappler non poteva procedere all’arresto di O’Flaherty durante le sue passeggiate apparentemente innocenti per Roma, a meno di coglierlo – beninteso fuori del Vaticano – in flagrante violazione delle leggi militari tedesche di sicurezza imposte alla città; né – meno che mai – Kappler poteva interrogare O’Flaherty in via Tasso, nel modo in cui i Tedeschi erano soliti strappare confessioni ai partigiani e ai prigionieri politici.
Tuttavia, con il trascorrere dei mesi senza che da parte tedesca si riuscisse a cogliere l’occasione per arrestare il Monsignore, Kappler perse ogni pazienza per cui attraverso l’ambasciatore germanico presso la Santa Sede, il barone Ernst von Weizsäcker, fece giungere a O’Flaherty il “suggerimento”, in realtà l’intimazione, a non arrischiarsi più ad abbandonare il sicuro asilo per lui rappresentato dal Vaticano, pena l’immediato arresto, che per il Monsignore avrebbe avuto serie e spiacevoli conseguenze. A riprova di quanto Kappler temesse l’operato di O,Flaherty, basti dire che l’ufficiale nazista giunse anche a porre una taglia di trentamila lire sulla testa del Monsignore; la cifra era notevole, se si pensa che in genere una taglia era di sole cinquemila lire e che pochi anni prima, nel 1939, una canzone molto popolare vagheggiava un’esistenza agiata e felice semplicemente “Se potessi avere mille lire al mese…”.
Dopo l’esplicita minaccia di Kappler a non mettere più piede oltre la striscia bianca di travertino che, sulla pavimentazione di piazza San Pietro, pur senza cavalli di Frisia o semplice filo spinato o altro ostacolo fisico delimitava il confine ufficiale tra Italia e Vaticano [era la linea che univa i due estremi del colonnato: esistente da tempo – e lo è ancora oggi – in realtà fra Italia e Vaticano era divenuta pienamente operativa solo a partire dalle ore 16 del 13 settembre 1943], monsignor O’Flaherty prese l’abitudine di stazionare ogni giorno nella piazza stessa vicino alla statua di San Pietro, sul lato dell’Arco delle Campane, nell’angolo estremo sinistro dell’ultimo dei ventidue scalini che conducevano agli ingressi della facciata basilicale, intento a leggere il breviario; la sua figura era inconfondibile, alta e slanciata, con la sottana nera profilata di scarlatto (che hanno suggerito il titolo The Scarlet and the Black della serie TV), con gli svegli occhi azzurri (dietro un paio di occhiali con una modesta montatura di acciaio) che spiccavano sotto il cappello nero a larga tesa: il Monsignore sostava lì (mentre sull’angolo opposto della piazza erano le finestre da cui poteva osservarlo un benevolo Pio XII, sempre più preoccupato ma consenziente) per ricevere quanti in un modo fortunoso fossero arrivati fino a lui in cerca di aiuto e farli quindi entrare all’interno delle mura del Vaticano, attraverso il vicino Arco presidiato dalle Guardie Svizzere che – in quanto neutrali – per consentire l’ingresso ai rifugiati del Monsignore dovevano fare finta di non capire la situazione che si presentava dinanzi ai loro occhi.
O’Flaherty, in ogni caso, non intese demordere nei confronti di Kappler e, pur sapendo di correre gravi rischi, quando lo ritenne necessario continuò ad avventurarsi per Roma ricorrendo ai più fantasiosi, astuti e complessi travestimenti (da mendicante, spazzino, postino, perfino da suora e altri ancora) che gli valsero, nel suo ristretto entourage, quel soprannome di “Primula Rossa del Vaticano” con il quale sarebbe passato alla Storia. Una volta, però, il Monsignore corse qualche rischio in più e fu quasi sul punto di essere catturato dai Tedeschi: recatosi infatti dal principe Filippo Andrea Doria Pamphili, in via del Corso, per ricevere del danaro necessario per le spese della sua organizzazione, il palazzo – su ordine di Kappler cui era pervenuta una spiata – venne improvvisamente circondato dalle SS, le quali cominciarono ad ispezionare l’edificio in cerca di O’Flaherty, che poté sottrarsi ad una cattura certa solo scendendo nelle cantine dove, approfittando dello scarico di una fornitura invernale di carbone che era in pieno svolgimento, indossò la tuta di uno dei carbonai, si sporcò la faccia e le mani di nero e uscì dalla porticina che dai sotterranei dava direttamente all’esterno del palazzo, trasportando un sacco di carbone. Tra le SS nessuno lo riconobbe, né tantomeno ci si chiese perché, durante uno scarico, uno dei carbonai portasse via verso l’esterno un sacco pieno di carbone, anziché lasciarlo nel locale caldaie o nelle cucine.
Con la Liberazione di Roma da parte degli Americani del generale Mark Wayne Clark (le cui truppe iniziarono ad entrare in città nella serata del 4 giugno 1944) cessò l’attività del Council of Three, ma non si arrestò l’azione – stavolta rigorosamente individuale, poiché nessun’altro fu generoso e altruista come lui! – dell’inesauribile monsignor O’Flaherty; da vero uomo di Dio, egli prese ad adoperarsi in favore dei Tedeschi e dei loro alleati fascisti italiani, rispondendo sommessamente – ai confratelli che gli chiedevano conto del suo nuovo operato, ma svolto in favore di nazisti e fascisti – che “God has no country” (Dio non ha alcun Paese): beninteso, non aiutò gli aguzzini o chi si fosse macchiato di turpi delitti, ma agì in favore dei loro parenti e di altri civili. Accadde addirittura che, giuntagli una richiesta di aiuto per i familiari di Pietro Koch, il Monsignore pur disprezzando l’uomo, che era stato a capo della trista e famigerata banda omonima che si era resa colpevole di atroci torture ai danni di numerosi prigionieri, non esitasse a metterne in salvo la madre e la moglie (…mentre Koch fuggiva invece verso il nord con la giovane amante Tamara Cerri: catturato nei giorni a ridosso della fine del conflitto sul fronte italiano, fu in breve processato, condannato e giustiziato).

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Non si conosce con certezza il numero totale di persone che furono salvate da monsignor O’Flaherty: abbastanza realisticamente, possiamo dire che furono circa 4.000 gli ex-prigionieri di guerra fuggitivi (c’è chi, entrando non si sa come in dettaglio, asserisce ch’egli ne salvò 3.925, mentre altri, probabilmente esagerando, parlano di più di 6.500), più un numero ancora imprecisato di Ebrei per i quali lo Yad Vashem di Gerusalemme (Ente Nazionale per la Memoria della Shoah di Israele) ha da tempo avviato accurate ricerche, che dovrebbero condurre alla sua proclamazione quale Giusto tra le Nazioni: il suo nome si aggiungerebbe pertanto a quello di Mary Elizabeth Elmes che, riconosciuta Giusta tra le Nazioni nel 2013, è tuttora – ma si spera ancora per poco – l’unica persona di nazionalità irlandese ad aver ricevuto tale prestigioso e onorevole riconoscimento. In ogni caso monsignor Hugh O’Flaherty, a guerra finita, ricevette in varie parti del mondo numerose attestazioni per quanto aveva fatto di buono e meritevole a Roma, durante gli oscuri mesi dell’occupazione nazista. Nel 1945 la Gran Bretagna lo nominò CBE (Commander of the British Empire), mentre nel febbraio 1947 gli Stati Uniti d’America gli conferirono la US Congressional Medal of Freedom (con la Silver Palm). Oltre alle decorazioni di Canada, Australia, Haiti e Santo Domingo, anche l’Italia riconobbe i suoi meriti, conferendogli una Medaglia d’argento e offrendogli un vitalizio che il Monsignore, generosamente, rifiutò; nel frattempo (1946) il Vaticano lo aveva nominato Notaro del Sant’Uffizio.

Hugh O’Flaherty fu l’unica persona che, per anni, si recò a visitare una volta al mese in carcere il suo antico rivale, quel Herbert Kappler che gli aveva dato la caccia, che aveva posto una taglia come ricompensa per la sua cattura, che lo voleva morto. Nel 1959, nel Carcere Militare di Gaeta in cui stava scontando la pena dell’ergastolo, il luterano Kappler, forse perché giunto alla fine di una lunga crisi di coscienza, forse per opportunismo – non è dato sapere la verità – si convertì al cattolicesimo e ricevette il battesimo proprio dal Monsignore: altre visite Kappler le avrebbe ricevute negli anni successivi anche da Frau Anneliese Wenger Walther, la vedova che sarebbe poi diventata la sua seconda moglie e che lo avrebbe fatto evadere dall’Ospedale Militare del Celio in Roma, trasferendolo in maniera a dir poco avventurosa in Germania il 15 agosto 1977, con una fuga rocambolesca, i cui particolari – per lo meno quelli propinati al grande pubblico – assunsero l’aspetto della boutade.
I fatti sono noti soltanto fino a un certo punto.
Kappler era stato ricoverato nell’Ospedale Militare romano per dichiarati, e innegabili, problemi di salute ma, per poterlo ricoverare fuori dal penitenziario in cui era recluso, il suo status di normale detenuto era stato modificato in quello di prigioniero di guerra: tale differenza non era di poco conto, poiché la fuga di un detenuto è da considerarsi evasione e quindi è penalmente perseguibile (e se ne può chiedere l’estradizione dal Paese in cui è andato a rifugiarsi), mentre il prigioniero di guerra ha il diritto di cercare di sottrarsi in ogni modo – quindi anche con la fuga – allo stato di prigionia che gli è imposto dal nemico e il fuggitivo non può essere in alcun modo perseguito penalmente: infatti, a fuga avvenuta, la Germania rigettò la richiesta di estradizione di Kappler presentata dall’Italia. I dettagli della fuga non sono stati mai chiariti, né è mai emersa la verità: si è parlato di un coinvolgimento di strutture operative segrete e di un maxiprestito tedesco ad una Italia in difficoltà finanziarie, per cui in alcuni ambienti giornalistici si è adombrata l’ipotesi di un accordo diplomatico ultrasegreto fra Italia e Germania per restituire in maniera non ufficiale – in cambio della concessione del detto prestito – la libertà ad un Kappler malato agli stadi finali e quindi consentirgli di morire serenamente nel proprio letto a Soltau, nella Bassa Sassonia: il che avvenne il 9 febbraio 1978, vale a dire a meno di sei mesi da quella fuga dall’ospedale dai contorni così poco chiari.
Da parte sua, Monsignor O’Flaherty nel giugno 1960 subì un serio attacco di cuore; fu ricoverato per alcune settimane nell’Ospedale romano delle Suore Azzurre e nel settembre dette le dimissioni dal Sant’Uffizio; ebbe incarichi leggeri ancora per qualche tempo ma infine, sempre più sofferente, si ritirò nella sua Irlanda, a Cahersiveen (nella contea di Kerry, limitrofa a quella di Cork) in casa della sorella, dove morì il 30 ottobre 1963 e venne sepolto nel locale cimitero. Numerosi furono le citazioni, commemorazioni e ricordi postumi tributati al Monsignore.
Nel campo della fiction le sue vicende romane vennero narrate in maniera molto vicina alla realtà dalla TV inglese e da quella irlandese, nonché dal già citato film del 1983 The Scarlet and the Black. Nel Parco Nazionale della cittadina irlandese di Killarney, dove per alcuni anni aveva vissuto da giovane con la sua famiglia, al Monsignore è stato intitolato un boschetto e, il 13 ottobre 2013 (a cinquant’anni dalla morte), gli è stato inaugurato un monumento con una singolare statua a figura intera – che lo rappresenta in movimento, in quell’atteggiamento dinamico che gli era proprio – dietro la quale campeggia la scritta “God has no country” che lo aveva guidato per anni nella sua caritatevole azione di salvataggio. Nel 2016, alla presenza dei suoi familiari, in suo onore è stata scoperta una lapide in Vaticano, nel Campo Santo Teutonico (o, più esattamente, Campo Santo dei Tedeschi e dei Fiamminghi, quale in effetti ne è il nome).
Tuttavia, malgrado i numerosi onori e riconoscimenti, il 1° luglio del 2000 sulla stampa internazionale è stata avanzata l’ipotesi – prontamente rimbalzata su qualche quotidiano italiano – che monsignor O’Flaherty non fosse stato veramente la Primula Rossa del Vaticano e l’antagonista di Kappler, né il salvatore di numerosi Ebrei e di ex-prigionieri alleati, bensì un bieco collaborazionista dei Nazisti: il tutto deriverebbe dalla rivelazione del testo di un telegramma inviato il 19 ottobre 1943 da Kappler ai suoi superiori a Berlino, che era stato decrittato dagli Americani e dal quale sembrava emergere che il Monsignore, in realtà, fosse un collaboratore dei Nazisti ai quali avrebbe fornito informazioni riservate, importanti per il corso della guerra intorno a Roma. Invece, ciò che trapelava dal testo “incriminato” era molto vago e confuso e, soprattutto, da esso non si evincevano informazioni che potessero giustificare nella stampa italiana quei proclami sensazionalistici – o, piuttosto, scandalistici – subito apparsi, del tipo “Quella gola profonda dei nazisti in Vaticano” e “I due volti di O’Flaherty nazista sotto la tonaca” [entrambi da la Repubblica, rispettivamente del 1° e 2 luglio 2000]; in definitiva, il telegramma cifrato di Kappler era abbastanza oscuro e frammentario e, a riprova di quanto confusa potesse essere stata la decodifica, vi si citava impropriamente anche un certo CSBOR:E, che invece doveva sicuramente essere OSBORNE: facile quindi ipotizzare che un po’ tutta la decrittazione lasciasse molto a desiderare e quindi non deponeva in alcun modo contro monsignor O’Flaherty che, tra l’altro, era menzionato solo di sfuggita, tant’è vero che la polemica appena iniziata si smorzò prontamente, apparendo per quella che era, ovvero una delle tante fakenews utili unicamente a storici “avventurosi, fantasiosi e improvvisati” alla ricerca di una facile notorietà: per fortuna, la stessa vacuità di argomenti pretestuosamente addotti da questi (cosiddetti) “storici” era tale da smontare del tutto le loro accuse contro il Monsignore, che era stato un eroico e disinteressato – ma al contempo silenzioso e riservato – salvatore di partigiani italiani, prigionieri di guerra alleati ed Ebrei perseguitati!
Invece – a mio sommesso parere – una critica molto più condivisibile è quella che dopo la guerra, ma ancora prima della morte del Monsignore, fu avanzata da un religioso irlandese, peraltro rimasto anonimo, il quale chiese, con pacata ma ferma determinazione “Alcuni di noi non trovavano onesta la cosa [ovvero la Rome escape line messa in piedi da O’Flaherty]. Che cosa avrebbe detto l’Inghilterra se le parti fossero state invertite e i Tedeschi si fossero serviti del Vaticano per i medesimi scopi?”. L’interrogativo è rimasto sempre senza risposta! Va tuttavia detto, a onor del vero, che i ruoli si invertirono totalmente, peraltro non durante la guerra, ma immediatamente dopo la fine del conflitto: infatti personaggi vicini al Vaticano – pur con estrema circospezione – furono molto attivi nell’aiutare alcuni Nazisti che di passaggio per l’Italia cercavano un rifugio tranquillo e sicuro in Sud America e tutte le operazioni di salvataggio e assistenza furono svolte nel massimo segreto.
Questa via clandestina di salvezza, anni dopo sarebbe divenuta nota come Rat Line.
[Per chi desiderasse approfondire l’avventurosa vita di Monsignor O’Flaherty consiglierei i seguenti libri: J.P. Gallagher, The Scarlet Pimpernel of the Vatican, Coward-Mc Cann, 1967; B. Fleming, The Vatican Pimpernel, The Collins Press, Cork 2008; S. Walker, Hide & Seek, Harper Collins Publisher Ltd, 2011: quest’ultimo – in cui vengono gustosamente narrati molti episodi che, per ovvi motivi di spazio, ho omesso in questo articolo – è la biografia più completa e aggiornata sul sacerdote irlandese, in cui Walker tratta con dovizia di particolari le controversie sorte circa un presunto ruolo di “Gola profonda dei nazisti” svolto da O’Flaherty. Nel libro il Monsignore ne risulta ampiamente scagionato!].

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