LA LAMPADINA/RACCONTI – Il senso del tempo, lungo il Volga e la Neva

Il senso del tempo , lungo il Volga e la Neva
di Maria Luisa Amendola

Non andate a Mosca se fa troppo caldo, in Russia non hanno pensato ad installare i condizionatori  e io che sono arrivata in luglio armata di giacche e impermeabili ho finito per regalarli a Irina. La bionda cameriera della navetta mi bacia e ribacia la mano, ride e sorride in russo, mi sembra di intuire la parola “matre”, forse mi ringrazia da parte di sua madre, da quella sera trovo sempre sul cuscino un piccolo fiore quando rientro nel mio rifugio. La navetta dove ho depositato la mia valigia sarà il mio albergo galleggiante da Mosca fino a San Pietroburgo, fino al Mar Baltico. È mattina presto quando scendo sulla bella scalinata tra i fiori diretta al centro di Mosca, il Cremlino e la cattedrale di San Basilio, alle mète imperdibili per un turista ma vengo catturata da un altro fiume, un fiume di lamiere, lento, grigio ,asfittico,  tanto quanto il Volga è verde e luminoso. I viali a dieci corsie insufficienti a far fluire il traffico. Più di due ore ci vogliono per raggiungere il centro. Accanto a me il ragazzo russo, un biondino dalla pelle di luna, in un commovente inglese da manuale cerca di placare la mia indignazione: Tutti vogliono andare al lavoro in macchina, è la “sindrome dell’automobilista di prima generazione” che mai abbandonerebbe la sua auto nuova, simbolo di successo e occidentalizzazione, per andare a lavorare con la comodissima metropolitana.- Scendo alla stazione Majakovskaja, mi perdo ad ammirare i mosaici inseriti nei piloni d’acciaio inossidabile e granito, e le statue, i veristici gruppi di bronzo, ricordano quelli del Foro Italico a Roma, voluti da Mussolini. Qualcuno mi urta, è un attimo, tre ragazzoni, facce pulite, tipi normali, sono stretta, circondata, mi sfilano la borsa con delicatezza, un miliardesimo di secondo e scompaiono, gentili, mi hanno lasciato penzolare dal collo la macchina fotografica con  l’obbiettivo ancora aperto, mi tasto , in tasca per fortuna c’è la carta di credito, qualche rublo e il telefonino. E dire che la metropolitana russa è la più lunga e la più bella del mondo … ma dov’è la polizia? E non me la sento di perdere tempo per una denuncia. “Nischewo” (non fa niente) penso. Il tempo. Ho dimenticato di spostare l’ora, in Russia dovrei cambiare l’ora, siamo su un altro meridiano, veramente dovrei cambiare anche la percezione di tempo e spazio: qui i chilometri si contano in migliaia,  gli scippi in nanosecondi, e i russi tutti, hanno la capacità di aspettare, di perdere tempo senza lagnarsi, al massimo si risponde: Nitschewo. Per oggi mi concedo un taxi , un vero taxi collettivo che oltre a imbarcare me e la mia amica ospita un vecchio signore dagli occhi acquosi e i capelli bianchi sottili come piume, sopravvissuto a Stalin, che in un perfetto francese ci accompagna in un giro turistico dei magazzini Gum, tra archi floreali art nouveau, e modanature di gesso blu, un tempo magazzini di stato ora un via vai di turisti e ricchi russi dove le vetrine di Dior, di Benetton e dei nostri Dolce e Gabbana espongono vestiti e accessori ad un prezzo molto superiore che da noi. E finalmente sono nella grande Piazza Rossa, immenso cuore della città di Mosca, da qui mi godo le mura del Cremlino, la piazza era semplicemente, l’immenso fossato che proteggeva le mura. Nel beato silenzio privo di automobili, non mi resta che ammirarne l’estensione incredibile e in fondo, sul lato più stretto, ecco la cattedrale Di San Basilio, i cinque campanili verdi, viola, rossi, con quella strana forma una via di mezzo tra una cipolla e un tulipano, un prodigio di fantasia che mescola l’architettura orientale a quella bizantina. La leggenda racconta che Ivan il Terribile fece strappare gli occhi al costruttore perché non potesse costruirne mai un’altra simile. Impossibile ignorare il mausoleo di Lenin, in mezzo alla piazza, una piramide di gruppi di granito rosso e pietra nera dove i russi non fanno più la fila da molti anni. Mi viene in mente che finalmente con questo viaggio riesco a chiudere i conti con l’adolescenza, con Guerra e Pace e Anna Karenina, letti di nascosto, i libri, coperti agli occhi di mia madre dal libro di scienze.

Da lontano si sentono i rintocchi di una campana: sarà mica la Zarina? Scoprirò domani che l’enorme campana costruita per chiamare a raccolta i moscoviti in occasione degli incendi , quando le case erano tutte di legno, è stata messa a riposo. Un consiglio: prima d’intraprendere questo viaggio straordinario, tu viandante che mi stai leggendo ,immergiti in un libro su Pietro il Grande o sulla grande Caterina, la loro storia è così affascinante che darà un senso a tutto quello che vedrai.

Mosca è ormai alle mie spalle ci vorrebbero giorni e giorni per riuscire a vederne tutti i luoghi preziosi. La nostra piccola nave avanza tra i larici grigio-verdi che si riflettono sull’acqua e tra i tetti di legno delle isbe alle quali il tempo ha regalato riflessi d’argento. Il Volga scorre qui con una specie d’indifferenza, è lui il signore di queste terre, sulla sua acqua viaggiavano verso sud le pellicce, l’ambra, e l’oro siberiano. Ho lasciato questa città che avevo tanto desiderato di conoscere, di toccare, nelle mie letture adolescenziali, senza riuscire a penetrarne il segreto che la rende così unica, una città che aveva preferito darsi fuoco pur di non consegnarsi a Napoleone. Una città nella quale i minuti e i secondi sono ben diversi dallo scivolare dei granelli di una clessidra. “Il tempo è un fiume che mi trascina,- aveva detto Borges-  ma io sono il fiume.”

A Ouglich, solo poche miglia d’acqua mi separano da Mosca, le nuove pietre non parlano più di crudeltà e di Boris Godunov, li vedo, quegli anni impossibili da dimenticare, percorsi al galoppo da terrore e morte in forma di cavalli neri che guidati da uomini fedeli al reggente, tentano d’insediare sul trono antico degli zar un sedicente figlio. Vedo il sangue e l’orrore della vendetta terribile, duecento teste a formare una collina e migliaia di uomini a morire nel gelo della Siberia. Una tragedia tutta russa, nell’orrore e nei numeri, scritta da Puskin e musicata da Mussorgskij che mal s’inserisce nella sonnolenta, affascinante cittadina che sto scoprendo. Soltanto nella chiesa di San Dimitri, dove è stato assassinato Demetrio si potrebbe avvertire odore di sangue sotto le preziose icone che rivestono le pareti fino al soffitto dorato. Tre donne vestite interamente di nero biascicano preghiere, la testa e il volto coperte da un unico velo come notte, dietro la minuscola balaustra che le donne non possono oltrepassare, quattro monaci cantano in coro, candele, candele illuminano le folte barbe nere, gli occhi mobili, giovani e brucianti, il canto scuro e dolce accarezza le orecchie e sfiora il voto delle Madonne immortalate nelle icone, si alza, si abbassa al ritmo delle fiammelle, la prima voce comincia, la seconda si sovrappone, la terza ancora in crescendo, e la quarta riprende a scendere in un controcampo cupo, una specie di fuga di Bach, il motivo è sempre lo stesso, come nel Bolero di Ravel. Le candele vibrano nel timore di non illuminare abbastanza le note musicali, una progressione di note e numeri, bianco e nero, ormai sono trascinata su una strada sconosciuta, emozioni, e quando le immagino hanno acquistato colore e consistenza e il cervello non le controlla più: sto navigando a vele spiegate in una sospensione del tempo, zac … il silenzio senza eco è stato per me come un “rubinetto nervoso”, zac, tutto finito. L’emozione però mi cammina accanto fino al chiostro fiorito, dove un ragazzo vende il loro dischetto artigianale, quello che ascolto qualche volta mentre guido nelle strade di Roma, e torno da Boris Godunov, da quei quattro, dalle loro facce appassionate e le sequenze, quelle musicali, mi aiutano a capire le sequenze in un mondo che di per sé fa fatica a ritrovarne, e le voci incise cancellano il disparire che coinvolge chi non canta e chi non viene ricordato.

Il Volga si allarga e scorre. Navigo sotto un cielo senza luna, “dove le stelle dormono sull’acqua spenta”, mi sembra di cambiare pelle, una nuova vita è questa di cui percepisco il piacere, con lo scafo che s’immerge nell’acqua m’immergo anche io senza paura nel buio del futuro che mi porto dentro. Poi a poco a poco, sto entrando nella zona delle notti bianche, un chiarore traslucido maschera le sponde, i larici immersi nella nebbiolina come una processione di ombre morte. Da lontano, è l’alba, brillano sotto il sole le cupole d’oro che coronano il candido Cremlino (la cittadella) di Kostroma, ricostruito dalla zarina Caterina II nel 1700, dopo l’ennesimo incendio. Il monastero racchiude splendide icone. Le antiche tombe dei Romanov, come altari di pietra dormono tra i fiori del giardino, artisti e artigiani vivono dentro le mura della cittadella  e ne fanno un centro vivace e imprevedibile, le vie portano nomi curiosi: Via della Farina, Piazza del pesce, Cortile dei tabacchi. È un ininterrotto mercatino che vende indifferentemente galline vive, pulcini e caviale , anche se ne è proibita l’esportazione, un mercatino che si allarga .lungo le mura della cittadella antica, su qualche bancarella sono in mostra i bellissimi scialli  neri a grandi rose. Si cammina su sconnesse vecchie pietre, per terra non c’è acciottolato, ragazzi e ragazze dipingono, dovrei dire cesellano, le solite minuscole uova, quadri romantici che raccontano il paesaggio di qui. Sono tutti artisti questi giovani russi, come i miniaturisti di Tabriz e Shiraz , dotati di una pazienza certosina che non dispiegano sulle pagine di antichi codici ma solo su ingenue uova, secondo la tradizione della Grande Pasqua russa, e soldatini di legno dipinti di rosso e blu come le divise delle guardie di Putin. Il mio albero di Natale quest’anno sarà un originalissimo albero russo. E matrioske, ovunque matrioske.

Su un banco un po’ discosto una mamma bionda allatta il suo bambino, il grosso capezzolo scuro s’intravede tra le piccole labbra avide, il figlio più grandicello, in piedi dietro il banco, guarda gli occhi della madre, blu come gli iris che occhieggiano nella tundra con tutta la gelosia di cui è capace un ometto in erba. Mi rivolgo a lui per comprare la tovaglia che la madre ha tessuto, probabilmente a mano, accostamenti di colore barocchi e bordi con disegno cachemire, una tovaglia lunghissima, non ho mai avuto un tavolo così lungo , ma sogno da sempre di allestire un tavolo immenso per festeggiare tra qualche mese i miei settant’anni. Il piccolo grande uomo consegna alla madre sorridente i rubli guadagnati.

Ancora acqua, sempre più verdi i minuscoli lembi di taiga siberiana, un’impenetrabile foresta di conifere e betulle e poi dighe, tante dighe per arrivare ai 162 metri di dislivello tra Mosca e San Pietroburgo affacciata sul Mar di Finlandia.

È il 36° parallelo, navighiamo sull’immenso lago Onega, direzione Nord- Ovest verso l’isola di Kiji oggi siamo state invitate nella cabina di pilotaggio, il comandante è disposto a rispondere alle nostre domande tecniche, quando arriva il mio turno gli domando “Comandante cosa fa d’inverno quando i fiumi e i laghi gelano e non si può navigare?” Tremano i baffoni sotto gli zigomi alti che racchiudono occhi  da mongolo e sorridendo “ Non ci crederà ma d’inverno, proprio qui , su questo lago, vengo con la macchina a pescare, un buco nel ghiaccio spesso e senza scendere dall’auto, con il motore acceso per non congelarmi, aspetto gli storioni che abboccano”. Ma non era una famosa scena di film con Walter Matthau e Jack Lemon? Mi avrà preso in giro? Ed eccole le 22 cupole di pioppo argenteo, curvate e assemblate senza nemmeno un chiodo, che sovrastano la chiesa della Trasfigurazione e che si vedono all’orizzonte arrivando in barca, intorno cascinali, campanili e mulini a vento così vicini al Grande Nord che come un regalo ,in un’afosa giornata di luglio sfumano tra banchi di nebbia, sembra un sogno. Forse ho sognato.

Doveva essere stata una giornata come quella di oggi quando Pietro il Grande ancora undicenne, si era innamorato del navigare, suo maestro era stato un olandese, e già da adolescente divenuto tzar sotto la reggenza della madre aveva identificato i tre obbiettivi che ispireranno poi il suo regno, il primo era la costruzione di una grande flotta moderna che permettesse alla Russia lo sbocco al mare e specificatamente il Mare di Finlandia che simboleggiava per lui la porta dell’Occidente. Così era nato Pietroburgo (La città di Pietro) in un luogo paludoso e malsano con il rifiuto dei nobili e dei russi tutti, che amavano visceralmente la capitale, Mosca.

Tra i boschi che si stanno diradando la Neva ci sta portando nelle Notti Bianche, le notti luminose che allontanano il sonno, tra isole, ponti, e palazzi dove Anna Karenina sta entrando leggera “con la gaiezza trattenuta negli occhi grigi” e sulla lunga prospettiva Nevskij, dove Raskol’nikov sta meditando il delitto. San Pietroburgo è un immenso set della Letteratura russa. È giovane questa città , ha da poco compiuto trecento anni, i suoi monumenti non sono ancora diventati santini logorati dalle cartoline. “Le sei del mattino: ho aperto la porta del giorno” e sono entrata in San Pietroburgo , la città, fresca di restauri, di una luce bianca, miracolosa, ci regala le modanature dell’architetto italiano, Bartolomeo Rastrelli ridipinte di un oro sfacciato tra riccioli color fragola e pistacchio, come di gelato. I balconi dell’Ermitage hanno colonnine color carne che somigliano a polpacci ben torniti, in un angolo due bagarini giocano a scacchi in attesa di rifilare biglietti a prezzi maggiori senza far la fila. Piccole barche attrezzate con traballanti sedie di paglia trasportano turisti con il naso in su lungo i canali, tra eleganti palazzi nobiliari. Sarebbe stato contento lo tzar Pietro, l’europeista convinto che aveva obbligato i nobili a tagliarsi le folte  barbe, pena la morte, nel rivedere la San Pietroburgo di Putin, il piccolo tzar? Le mie gambe, a volte più intelligenti della mia testa mi portano poco lontano dall’Ermitage al padiglione di legno che era stata la prima dimora di Pietro appena arrivato all’isola del topi, così si chiamava questa palude prima di lui. Mi soffermo a guardare il suo letto, non più lungo di un metro e ottanta, piccolo per un gigante come lui.

Bisogna rispettare le tradizioni perciò non ci perdiamo la “Bella Addormentata” al teatro Marijnskj: uno spettacolo le ballerine russe e il loro Ciaijkovskij, e il pubblico entusiasta che batte le mani a scena aperta, interrompe la musica, s’incanta la ballerina di fronte a me ritta su un solo piede, le braccia in alto, pronta a volare come la sorella danzante della favola di Andersen che era restata sospesa, cristallizzata nel carillon sul caminetto, innamorata senza speranza del soldatino di piombo. Il silenzio riconquistato scioglie musica, gambe e braccia della ragazza in tutù e le scarpette riprendono a piroettare. Poi al freddo, nella grande piazza, le nostre emozioni unite a quelle degli altri spettatori sciamano, diradando questa notte che sembra giorno. Intuisco dietro le finestre illuminate dei palazzi, intorno alla piazza dal nome impossibile, il tintinnare dei bicchieri e lo splendore lucido delle posate sulle tavole e i pianoforti  che hanno ripreso a suonare per les petites soirées dopo che Stalin è caduto, e l’aria della piazza profuma di vodka e d’umido. Ci siamo fermate a mangiare blinis con caviale, abbiamo bevuto vodka, me l’hanno offerta in bicchieri così piccoli che non so quanta ne ho bevuta, le vie intorno sono intasate di corpi che emanano calore, cerco di spiegare al taxi la strada per tornare in albergo, si perde: right, no left l’auto si scava un tunnel nella nebbia e come per magia,- questa città è magica- tutto si accomoda e la notte bianca ingoia i nostri corpi ridotti a ombre.

Luglio 2003

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