LA LAMPADINA/RACCONTI – Antonio Canova a Parigi e a Londra dalle spoliazioni napoleoniche ai “Marmi di Lord Elgin”

di Gianni Fazzini, Autore Ospite de La Lampadina

In quest’anno di celebrazioni in cui si commemorano i duecento anni dalla morte, avvenuta a Venezia il 13 ottobre 1822, di Antonio Canova che fu – insieme con Bertel Thorvaldsen – tra i massimi scultori del Neoclassicismo, non manchiamo di ricordare il modo in cui egli inevitabilmente, data l’epoca in cui visse e nella quale realizzò i suoi capolavori, si trovò dapprima ad intrattenere rapporti di varia natura – diplomatici, nonché artistici e di committenza – con Napoleone I e la sua famiglia, per poi tentare a Parigi il recupero delle opere d’arte razziate in Italia dagli eserciti napoleonici e infine recarsi a Londra per ammirare i “Marmi del Partenone”, altrimenti noti come “Marmi di Lord Elgin”.

 

È famosa, anzi famosissima (anche al di sopra del suo effettivo valore artistico) la scultura di Venere vincitrice nella quale Canova effigiò la sorella prediletta di Napoleone, la deliziosa Paolina, mentre molto meno famose sono le sculture che Canova dedicò ad altri componenti della famiglia Bonaparte: Alexandrine Bleschamps, seconda moglie del fratello minore Luciano, amato-odiato da Napoleone perché aveva osato tenergli (giustamente) testa, per cui la statua della moglie fu poi riadattata a rappresentare la musa Tersicore; la Madame Mère Maria Letizia Ramolino, venerata e austera madre di Napoleone; Maria Luisa d’Asburgo Lorena, seconda moglie dell’Imperatore; Maria Anna, un’altra sorella di Napoleone, coniugata Baciocchi e più nota come Elisa, raffigurata nelle vesti della musa Polimnia.

È probabilmente un po’ meno famosa della Venere vincitrice anche la statua che raffigura Napoleone nelle sembianze di Marte pacificatore [era lo stesso Napoleone a definirsi tale, mentre dissentivano da lui le varie Potenze europee con le quali fu in guerra per quasi vent’anni], ma essa è importante perché rappresenta abbastanza bene la caducità delle glorie umane; infatti, per uno dei paradossi della Storia, dopo Waterloo l’originale in marmo della statua andò ad abbellire la Apsley House, residenza londinese del duca di Wellington che oggi ospita il museo intitolato al vincitore di Waterloo, nel quale uno dei motivi di richiamo – forse il principale, se non addirittura l’unico – è proprio la gigantesca statua del Marte pacificatore, lì esposta da due secoli. Ad ogni modo della statua esistono – oltre a una copia in bronzo nel palazzo di Brera – anche delle copie in gesso in varie accademie d’arte italiane.

Inizialmente i rapporti tra Canova e Napoleone, non furono dei più semplici.

Nel settembre 1802 Napoleone, non ancora Imperatore ma solo Primo Console, affascinato dall’arte di Canova lo invitò a Parigi, tuttavia lo scultore cercò di sottrarsi e fu solo per le sollecite insistenze del Segretario di Stato pontificio, cardinale Ercole Consalvi e, soprattutto, di papa Pio VII Chiaramonti – entrambi preoccupati per l’andamento delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica Francese e lo Stato della Chiesa – che lo scultore accettò di recarsi (di controvoglia) a Parigi dove, una volta compiuti gli studi preparatori per la realizzazione di un busto del Primo Console, rifiutò cortesemente di rimanere, preferendo tornarsene in Italia.

Canova scolpì per alcuni membri della famiglia Bonaparte, in primis per Napoleone, varie sculture, tra cui – come già detto – quella di Venere vincitrice per Paolina e il Marte pacificatore per Napoleone stesso: quest’ultima fu grandemente osannata dai “pochi” che ebbero modo di vederla completata, ma non piacque all’interessato, nel frattempo autoproclamatosi Imperatore (l’opera venne infatti terminata nel 1806). Napoleone non permise che al Louvre la statua fosse esposta al pubblico e ordinò che venisse coperta con un telo, poiché non ne gradì la nudità, un particolare che gli parve togliesse dignità e maestà imperiale alla sua figura, mentre queste erano le caratteristiche che nelle intenzioni dello scultore dovevano trarre risalto proprio dall’atteggiamento fiero e virile assunto nel marmo dal dio, volutamente rappresentato da Canova nudo e in piedi, con la clamide poggiata sul proprio braccio sinistro, nella cui mano reggeva la lancia, mentre nella mano destra teneva il globo con sopra la Vittoria alata: per Antonio Canova quello era un dio pacificatore, sì, ma che era divenuto tale solo dopo una vittoria, come le tante conseguite dall’Imperatore dei Francesi.

Inevitabilmente, i rapporti tra Canova e Napoleone mutarono dopo la caduta di Waterloo.

È noto che gli eserciti francesi discesi in Italia nel 1796 e poi trionfatori in Europa al comando di Bonaparte, una volta riusciti vittoriosi sul campo di battaglia, si comportarono da autentici e voraci predatori: Napoleone autorizzò le più ampie razzie, che furono blandamente chiamate “spoliazioni”, mentre invece si trattò di autentici furti e rapine, con buona pace dei bonapartisti per i quali – forse dimenticando, fra le varie nequizie napoleoniche, la tragica e ingiustificabile vicenda del duca di Enghien – Napoleone si comportò sempre da immacolato legislatore e generale vittorioso (talvolta perché baciato dalla mutevole Dea Fortuna, come a Marengo nel 1800, ma non a Waterloo nel 1815!). Tra le spoliazioni francesi basterebbe ricordare che solo le difficoltà tecniche di realizzazione e gli ingenti costi del trasporto da Roma a Parigi, nel 1798 impedirono al generale francese il barone François-René-Jean Pommereul di sezionare in pezzi la Colonna Traiana e spedirla in Francia [da: G.Fazzini, Le colonne di Roma. Storia e leggende, Milano 2016, pp. 17-24]. La (duplice) giustificazione addotta dal grande generale e conquistatore còrso per le sue ruberie fu che nel trafugare ai popoli europei tutti i vari tesori – soprattutto in Italia, dalla quale nel 1796 il giovane generale aveva scritto al Direttorio “Tutto quello di bello che c’è in Italia sarà nostro” – si trattava di eseguire clausole di trattati di pace (come quelli di Tolentino del 19 febbraio 1797 e di Campoformido del 17 ottobre 1797) che erano stati stipulati in seguito alle vittorie militari francesi e che, last but not least, l’intento di Napoleone era quello di creare nei locali del Louvre un museo a lui intitolato che raccogliesse il meglio che l’arte avesse prodotto nei secoli, onde fare di Parigi la capitale mondiale dell’arte stessa; una simile ambiziosa esposizione di veri e propri capolavori (quasi tutti trafugati a vario titolo) sarebbe stata ospitata nel Musée du Louvre, che già era stato ribattezzato Musée National dai rivoluzionari del 1793, ma per il quale era previsto il nome di Musée Napoléon; a tale proposito, lo storico francese Yann Potin recentemente ha riconosciuto che le spoliazioni napoleoniche [Potin, essendo francese, le ha chiamate così] cambiarono per sempre “la géographie culturelle de toute l’Europe”: si trattava di sculture, dipinti, disegni, incisioni, manoscritti, libri, monete e medaglie, perfino strumenti scientifici, ovviamente oro argento e gioielli, arazzi e tessuti di pregio, cristalli e qualsivoglia altro oggetto che potesse avere un interesse culturale o anche soltanto economico. En passant, le truppe napoleoniche requisirono anche i cavalli, perché necessari alle operazioni militari: dal 1796 fino al 1814, vale a dire fino a un anno dalla conclusione a Waterloo della parabola storica napoleonica, gli eserciti francesi compirono razzie inaccettabili, tutte condotte “sulla punta delle baionette”. Non a caso l’arguzia del popolino romano a tale proposito scrisse una celebre Pasquinata: a Marforio, che chiedeva “È vero che i Francesi sono tutti ladri?”, Pasquino rispondeva “Tutti no, ma bona parte” [G. Fazzini, “Talking Statues” of Rome insulted Pope and Princes, in “Daily American of Rome”, Sunday-Monday, March 5-6, 1978, p. 6].

Durante il Congresso di Vienna, quindi prima che i popoli europei, ancora una volta coalizzati insieme (altrimenti non ci sarebbero riusciti) da vinti si trasformassero in definitivi vincitori di Napoleone, fu stabilito che tutti i tesori razziati dai Francesi venissero restituiti ai legittimi proprietari. Pertanto, per la parte che riguardava gli Stati italiani, nel 1815 il povero Canova – che mai avrebbe voluto accettare un simile mandato ma dovette eseguirlo, sia pure obtorto collo – ricevette dal cardinal Consalvi l’incarico di recarsi a Parigi, ma stavolta non per accontentare Napoleone come era stato nel 1802, bensì come commissario straordinario per recuperare le opere d’arte rubate dai Francesi in Italia nei due decenni precedenti. Quindi il buon Canova, di carattere amabile, poco incline alle dispute e, per di più, di salute malandata malgrado avesse appena cinquantotto anni, si vide di nuovo costretto a recarsi a Parigi, ma temendo il peggio per la propria persona, prima di partire lo scultore fece addirittura testamento.

A Parigi il mite Canova incontrò non poche resistenze da parte dei Francesi, in primis dal barone Dominique Vivant Denon, direttore generale del Louvre [lo aveva nominato Napoleone nel novembre 1802 e sarebbe rimasto in carica fino al 1817] che per quasi un ventennio – fin dalla fallimentare spedizione napoleonica in Egitto – era stato anche a capo della commissione di esperti incaricata da Napoleone di valutare quali fossero le opere d’arte maggiormente meritevoli di essere trafugate e trasportate in Francia; ma notevoli ostacoli furono posti all’operato di Canova anche e soprattutto dal ministro Charles-Maurice de Talleyrand Périgord, capace di servire la Francia sotto qualunque regime in vari ruoli e posizioni, ininterrottamente da Luigi XVI a Luigi Filippo. In particolare l’abile, disinvolto e caustico “voltagabbana” Talleyrand nel ricevere – dopo eterni rinvii e lungaggini – Canova che, giustamente, si era presentato a lui come ambasciatore dello Stato Pontificio (nuova denominazione dello Stato della Chiesa dopo il Congresso di Vienna), arrivò al punto di apostrofarlo con mala grazia con le parole “Ambassadeur? Vous voulez dire emballeur, sans doute”, sminuendo così una personalità illustre come Canova dal ruolo di commissario straordinario preposto al recupero di opere d’arte – rubate dai connazionali di Talleyrand, che era stato al servizio anche di Napoleone – a quello di operaio incaricato unicamente di imballare statue, quadri e altri oggetti preziosi. Canova incontrò notevoli difficoltà anche perché non esisteva un elenco completo delle opere d’arte trafugate, per cui egli dovette basarsi unicamente sulle proprie capacità di memoria, cosa che peraltro forse nessun altro sarebbe stato in grado di fare; a ciò si aggiunsero le proteste di alcuni popolani parigini che – opportunamente sobillati – scesero in piazza con veemenza (tanto che gli assembramenti davanti al Louvre dovettero essere dispersi con la forza dalle truppe inglesi momentaneamente di stanza a Parigi) per manifestare contro la restituzione di opere rubate dai loro eserciti, considerandola a loro volta non una legittima e dovuta restituzione bensì una rapina effettuata ai danni del popolo francese! Non deve quindi sorprendere se Canova, pur godendo dell’influente appoggio diplomatico della Gran Bretagna (che per suoi motivi geopolitici aveva preso a cuore la causa degli Staterelli italiani), alla fine riuscì a recuperare solo una parte delle opere d’arte trafugate: infatti, su un totale di 506 opere da Canova faticosamente riassunte in un elenco, ne poté recuperare solo 249, lasciandone a Parigi ben 248, mentre 9 risultarono in vario modo perdute o per lo meno non rintracciabili. Il numero di opere d’arte rimaste in Francia fu abbastanza rilevante, anche perché Pio VII non volle scontentare il “re cristianissimo” Luigi XVIII, che a più riprese si era manifestato contrario ad una restituzione, dichiarando – in base a principi a dir poco discutibili e cervellotici! – che ormai le opere d’arte facevano parte del patrimonio artistico francese e non dovevano più essere rimosse.

Il rientro delle prime opere d’arte a Roma si registrò il 4 gennaio 1816 [mentre un secondo arrivo si sarebbe avuto in agosto] e fu un evento memorabile, ricordato dal Diario di Roma [così aveva preso a chiamarsi il Chracas dal 29 giugno 1808] nei seguenti termini: “Giunsero in questa Capitale diversi carri contenenti vari dei migliori capi d’opera in Pittura e Scultura, che con trasporto di giubilo e per il Bene delle Arti, ritornano ad associarsi a questi Monumenti Romani, vale a dire a quel centro di riunione ch’è il solo capace di formare gli Artisti e d’inspirar loro la sublimità de’ concetti. Questo avvenimento ha eccitato il più grande entusiasmo del Popolo Romano”. Antonio Canova, però, non poté assistere a questo primo arrivo che indubbiamente segnava il successo [sia pure parziale] della sua difficile e delicata missione, poiché fin dal 1° novembre era giunto in Gran Bretagna per esternare di persona la sua gratitudine alle autorità inglesi, e soprattutto al Principe di Galles futuro re Giorgio IV che, in quel momento, era il reggente in nome del padre Giorgio III (affetto da gravi scompensi psichici), i quali avevano agevolato il compito del Canova al punto che – per il tramite del suo amico Sir William Richard Hamilton, Sottosegretario Permanente del Foreign Office dal 1809 al 1817 e segretario della delegazione britannica a Parigi – avevano contribuito con l’ingente somma di duecentomila franchi al trasporto delle opere d’arte da Parigi in Italia.

Antonio Canova si era recato a Londra – con l’intento di trascorrervi una decina di giorni – in compagnia dell’abate Giovanni Battista Sartori, il fidato e inseparabile fratellastro che un decennio dopo sarà suo erede ed esecutore testamentario; inoltre – come suo ulteriore e precipuo interesse – Canova giungeva in Gran Bretagna con il profondo desiderio di poter finalmente ammirare dal vero i cosiddetti “Marmi del Partenone” che il Lord scozzese Thomas Bruce, settimo conte di Elgin e undicesimo conte di Kincardine, anni addietro aveva acquistato ad Atene dal governo della Sublime Porta, grazie ad un decreto (un firmano) rilasciatogli dal Sultano il 6 luglio 1801, che gli aveva consentito di asportare metope, fregi e rilievi del Partenone, nonché una Cariatide angolare dell’Eretteo, per farli quindi trasportare a Londra.

La prima volta che il Canova si era trovato di fronte ai Marmi, era stato nell’aprile 1803 a Roma, ma si trattò solo di una visione e di un’analisi indirette, poiché egli poté semplicemente esaminare alcuni disegni e calchi in gesso che Lord Elgin di passaggio per Roma durante la Settimana Santa, aveva inteso sottoporgli per avere un suo parere circa la possibilità e la fattibilità di un restauro degli originali da parte dello stesso Canova; tuttavia il “Genio di Possagno”, avendo riconosciuto la maestria di Fidia già dai pochi elementi che gli erano stati sottoposti, aveva risposto decisamente “che per quanto ci si dovesse dolere che queste statue avessero subito tanto danno dal tempo e dalla barbarie, era tuttavia indiscutibile che esse non erano mai state ritoccate; che esse erano l’opera dei più bravi artisti che il mondo avesse mai visto; eseguite al tempo del più illuminato protettore delle arti, e in un periodo in cui la genialità godeva del più liberale incoraggiamento, e in cui aveva raggiunto il più alto grado di perfezione; e che esse erano risultate degne di costituire la decorazione dell’edificio più ammirato che fosse mai stato eretto in Grecia; …ma che sarebbe stato per lui, anzi per qualsiasi uomo, sacrilego presumere di toccarle con uno scalpello”: dopo questo giudizio di Antonio Canova sui disegni e i calchi in gesso delle metope, fregi e rilievi del Partenone, Lord Elgin avrebbe abbandonato per sempre l’idea di far restaurare gli originali in suo possesso.     

È nota la controversa vicenda dei Marmi, di cui nel prosieguo viene dato solo qualche cenno, evitando “accuratamente” di entrare in merito alla querelle che da duecento anni vede la Grecia – sostenuta da uno stuolo via via più numeroso di esponenti del mondo culturale e di privati cittadini, anche inglesi – confrontarsi con la Gran Bretagna, per ottenere la restituzione e il ritorno ad Atene dei celebri Marmi che attualmente fanno bella mostra di sé nel British Museum (dal 1938 nella Duveen Gallery, tranne che nei momenti più drammatici della Seconda Guerra Mondiale); essi, peraltro – a differenza di quanto era avvenuto con le razzie napoleoniche – nel 1801 erano stati regolarmente acquistati da Lord Elgin in base al firmano rilasciato dal Sultano turco, le cui regolarità e modalità di attuazione, tuttavia, nell’annosa querelle vengono in qualche modo contestate e messe in discussione dal governo greco, mentre all’opposto viene ovviamente sottolineata da quello britannico la legittimità dell’acquisizione e dell’intera operazione di asportazione dei manufatti. Questi Marmi sono le decorazioni scultoree che adornavano i due frontoni del Partenone – il tempio dedicato ad Athēna Parthénos che svetta sull’Acropoli di Atene – e sono storicamente attribuiti a Fidia (con il naturale concorso dei suoi discepoli, primo fra tutti Agoracrito): in Gran Bretagna sono noti come i “Marmi di Elgin” (gli Elgin Marbles), mentre in varie parti del mondo, contrarie alla versione britannica dei fatti, sono noti come i “Marmi del Partenone” (in greco i Γλυπτά του Παρτενώνα). Nelle trattative di acquisto, Lord Elgin si era ovviamente avvalso della sua privilegiata posizione di ambasciatore britannico che rivestiva fin dal 1799 presso il sultano Selim III a Costantinopoli, per cui il firmano ottenuto nel 1801 permetteva “generosamente” agli operai e ai formatori da lui inviati ad Atene di “prendere disegni e calchi dai monumenti antichi, di erigere all’uopo impalcature attorno agli edifici dell’Acropoli” e addirittura, secondo l’interpretazione data da Elgin al documento, li autorizzava “a prelevare qualsiasi scultura o iscrizione, il cui asporto non mettesse a rischio le strutture della rocca”. La squadra incaricata delle delicate operazioni di distacco delle metope e degli altri rilievi fu posta da Lord Elgin sotto la guida del pittore romano [non napoletano, come talora erroneamente accreditato solo perché vissuto alcuni anni a Napoli] don Giovanni Battista [detto Titta] Lusieri il quale, nel supervisionare le operazioni di distacco dei fregi, constatò che a causa dei gravi danneggiamenti occorsi al Partenone nel corso dei secoli (anche in occasione del famoso bombardamento veneziano del 26 settembre 1687) i Marmi necessitavano di un restauro, per cui suggerì a Lord Elgin di farlo eseguire dal Canova che però, come si è visto, oppose un netto rifiuto.

Gli Elgin Marbles giunsero a Londra stipati in un centinaio di casse e scaglionati in più trasporti dal 1802 fino al 1804, subendo talora qualche traversia – non ultimo l’affondamento il 17 settembre 1802 di uno dei brigantini (il Mentor) che ne trasportava una parte – ma, contrariamente alle aspettative di Lord Elgin, non vennero accolti con uguale entusiasmo da tutti i vari esponenti delle élites britanniche. Il filoelleno Lord Byron che – come molti intellettuali del Romanticismo europeo – era un grande ammiratore della Grecia antica (fino al punto che di lì a qualche anno avrebbe sacrificato a Missolungi la propria vita di gaudente trentaseienne per la causa dell’indipendenza ellenica dall’Impero Ottomano), ebbe in più occasioni parole di fuoco contro Lord Elgin (giungendo ad attaccarlo perfino sul piano personale, per via di un’antiestetica mutilazione del naso di Elgin dovuta ad una malattia) e in questa sua battaglia contro il “furto dei Marmi” (così il poeta definiva l’intera vicenda), Byron fu affiancato da molti intellettuali britannici e non, in particolare dall’illustre Chateaubriand, mentre su un altro versante di critiche la celebrata Society of Dilettanti si schierò al fianco di coloro che sminuivano il valore artistico degli Elgin Marbles. Peraltro va stigmatizzato che lo scrittore francese, nel condannare il “furto” britannico (tuttavia regolarmente pagato da Elgin, sia pure in base ad un firmano controverso), si permise invece di giustificare le requisizioni napoleoniche (quelle sì che erano state dei furti!), mentre decisamente singolare fu il caso di Richard Payne Knight, autorevole membro della Society of Dilettanti e trustee del British Museum, nonché rinomato art connoisseur, il quale cadde nel clamoroso abbaglio di ritenere gli Elgin Marbles dapprima opera non di Fidia, bensì addirittura copie di epoca adrianea, salvo poi a smentire parzialmente se stesso dichiarando, in un successivo giudizio, che “i fregi del Partenone portati in Inghilterra erano opera di artigiani immeritevoli del nome di artisti, sia pure avendo lavorato sotto la direzione di Fidia”: ovvero, secondo Knight, i Marmi erano opera di allievi – modesti, per di più! – di Fidia, ma era in ogni caso da escludere che nella loro esecuzione fosse in qualche modo intervenuto il grande Maestro.

Sul versante opposto, in difesa dell’operato di Elgin, si schierarono studiosi e intellettuali altrettanto prestigiosi, ancora una volta britannici e non come Keats e Goethe, giusto per citarne alcuni, ma è certo che tutte queste polemiche non furono tali da indurre la Camera dei Comuni all’acquisto dei Marmi; in particolare, i seguaci di Byron contestavano l’asportazione dei Marbles dal Partenone dal punto di vista etico poiché, secondo la loro visione culturale, sarebbero dovuti rimanere in terra greca, ma veniva loro replicato che se non fosse stato Lord Elgin ad acquistarli e asportarli dal Partenone, i Marmi sarebbero stati facile preda dei Francesi, anch’essi – come gli Inglesi – alla perenne e sfrenata ricerca di tesori dell’arte greca, per tacere infine dello stato di deplorevole incuria in cui il Partenone, l’Eretteo e in generale tutti i monumenti greci antichi erano tenuti dalle autorità della Sublime Porta, per cui sottrarre tali tesori d’arte alla Grecia (ovvero all’Impero Ottomano) avrebbe significato la loro salvezza dal degrado: in tal senso si pronunciò anche William Turner che espresse a Lord Elgin le proprie congratulazioni “per questo salvataggio dalla barbarie”! Da questi pochi elementi che già dall’Ottocento vanno animando la contesa tra Grecia e Gran Bretagna, è facile dedurre come la vetusta querelle sia ardua da dirimere e la sua disamina uscirebbe dall’ambito delle celebrazioni canoviane che ci siamo preposti in questa sede, per cui ne rimandiamo ad altro momento un esame più approfondito!

Fu nel pieno di questa particolare temperie dialettica e culturale londinese, che vedeva contrapporsi due fronti con posizioni ideologiche tra loro sempre più in contrasto, che il 1° novembre 1815 giunse a Londra Antonio Canova e naturalmente, data la fama che lo circondava, tutti si posero in trepida attesa del suo giudizio in merito al valore artistico dei Marbles e alla conseguente possibilità del loro acquisto da parte della Camera dei Comuni, anche se, come ha precisato l’indimenticato Massimiliano Pavan, massimo e ineguagliato studioso italiano del “Genio di Possagno”, “…il giudizio del Canova non fu richiesto ufficialmente dal governo inglese, come erroneamente si suole affermare”, ma è chiaro quali potessero in ogni caso essere la rilevanza e il valore di un giudizio espresso su di essi da chi era ritenuto essere il maggiore scultore vivente. Ebbene, appena due giorni dopo il suo arrivo, Antonio Canova poté finalmente ammirare gli Elgin Marbles dal vero e – richiamandosi al fatto che la Gran Bretagna aveva di recente acquistato i cosiddetti Marmi di Figalia (appartenenti al tempio di Apollo Epicurio in Arcadia) per quindicimila sterline – affermò che le metope, i fregi e i rilievi del Partenone, variamente ma sicuramente riconducibili a Fidia, di sterline ne valevano senz’altro centomila. Canova rimase a Londra ben più dei previsti dieci giorni, in attesa dell’udienza del Principe di Galles, momentaneamente lontano dalla città, ma il soggiorno nella capitale britannica gli fu reso estremamente piacevole dalla nobiltà londinese per i cordiali inviti a banchetti e ricevimenti, per le attestazioni di stima a lui profuse, nonché per le numerose committenze che i vari esponenti delle élites britanniche avrebbero voluto affidargli, ma da lui cortesemente rifiutate, tanto che in una lettera scritta qualche tempo dopo al suo amico, storico dell’arte e bibliografo, il conte Leopoldo Francesco Cicognara, il Canova ebbe a dire che “…commissioni senza numero avrei potuto ricevere dagl’Inglesi se quelle che ho non mi tenessero già occupato per molti anni ancora”. In conclusione del suo soggiorno a Londra, lo scultore venne finalmente ricevuto in udienza il 4 dicembre dal Principe Reggente al quale “esternò i suoi grati sentimenti… per la magnanima protezione donata alla causa delle arti e di Roma” nel corso della sua missione parigina di recupero delle opere d’arte; quindi, dopo aver preso commiato anche dalle sue numerose amicizie londinesi, Canova iniziò un lento viaggio di ritorno in Italia, fermandosi più volte in Renania ospite di amici, per giungere infine a Roma la sera del 3 gennaio 1816.

In definitiva, il giudizio positivo espresso dal “Genio di Possagno” riguardo l’opera di Fidia e della sua scuola ebbe sicuramente un ruolo decisivo nella tanto auspicata decisione da prendere in merito all’ormai vexata quaestio degli Elgin Marbles, poiché nel febbraio 1816 la Camera dei Comuni nominò finalmente un comitato di esperti che si pronunciasse in merito all’acquisto o meno dei Marmi e soprattutto, in caso positivo, sull’indennizzo da riconoscere a Lord Elgin che, a detta di molti, avrebbe dovuto tenere conto delle spese sostenute da Elgin e della ormai comprovata onestà del suo operato, per cui “…the sum should be liberal, but not extravagant”. Peraltro, al giorno d’oggi, per chi si avventuri a visitare la Duveen Gallery del British Museum, può apparire inverosimile o quanto meno bizzarro che ai primi dell’Ottocento in Gran Bretagna si sia tanto a lungo dibattuto sull’eventualità, o meno, di acquistare gli Elgin Marbles: eppure – come abbiamo visto – all’epoca le trattative condotte da Lord Elgin furono lunghe, complesse e, in definitiva, per lui infruttuose, poiché si conclusero in una grossa perdita sul piano squisitamente economico. Infatti, dopo ulteriori schermaglie dialettiche tra favorevoli e contrari, di quelle centomila sterline che Canova, in un momento di rapita estasi dinanzi a quei capolavori, aveva esclamato dovessero essere l’equo valore economico degli Elgin Marbles, il 7 giugno 1816 la Camera dei Comuni – con 88 voti favorevoli e 30 contrari – ne stanziò e corrispose soltanto trentacinquemila (peraltro a fronte delle misere venticinquemila suggerite dall’ostinato avversario di Elgin, Richard Payne Knight) portando così alla bancarotta l’entusiasta ma imprudente Lord Elgin, che tra firmano, lavori di asportazione, trasporto, recupero di alcune delle diciassette casse affondate nel menzionato naufragio del brigantino Mentor e tante altre spese accessorie, ne aveva sborsate ben più del doppio per delle opere d’arte che oggi costituiscono uno dei (numerosi) vanti del British Museum!

Bibliografia essenziale: Massimiliano Pavan, Antonio Canova e la discussione sugli “Elgin Marbles”, in “Rivista dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte”, XXI-XXII, 1974-1975, pp. 219-344; Id., Antonio Canova, in DBI “Dizionario Biografico degli Italiani”, vol. 18, Ed. Treccani, Roma 1975; Id., La visita a Londra del Canova nel “Diary” del pittore Joseph Farington, in “Atti dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti”, CXXXV, 1976-1977, pp. 251-73; Id., L’avventura del Partenone. Un monumento nella Storia, Sansoni ed., Firenze 1983; Marta Boneschi, Il naufragio del Mentor. I marmi del Partenone e la guerra per il dominio d’Europa, LUISS Univ. Press, Roma 2021.

Subscribe
Notificami

0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments