LA LAMPADINA/RACCONTI – E in Ispagna… In Ispagna

“Allegretto con spirito.
Gin&tonic e Martini in viaggio tra letture e memorie”
di Ida Tonini

Premessa –  Allegretto con spirito, o dell’ebrezza

Bere è una cosa seria, e bere bene deve essere un’azione culturale. Ogni gesto prima, durante e dopo il primo sorso ha in sé una spruzzata di magico, un tocco sensuale, un pizzico di allegria e due gocce di nostalgia; d’obbligo una sfumatura di malinconia; il tutto va ben shakerato accompagnato dal ritmo, rispettando le pause, adeguandosi alle improvvisazioni e accettando le cadute con la necessaria resilienza.
Bere è un’esperienza gradevole, ma solo se fatta con la massima diligenza: non per gioco, non senza un valido motivo.

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Avrei voluto scrivere un librino sul gin, o meglio, volevo concentrarmi sul martini e sul gin&tonic; poche brevi note, spinta a tanto ardire dall’infinito piacere, anzi dagli infiniti piaceri che questi due drink mi hanno saputo consegnare nella vita.
Mi chiamo Ida Tonini e non sono un’alcolista, almeno finora. Da qualche mese ho superato il mio settantaseiesimo e non credo che avrò più il tempo di diventarlo.
Nata a Pieve di Cadore e vissuta a Venezia, da quando sono maggiorenne conosco l’ineffabile gioia che può accompagnare un bicchier di vino. L’ombretta era un rito, da condividere con gli amici durante le lunghe camminate che ci dividevano dall’università a casa. I bicchieri di piccolo taglio con i cicheti di gamberi fritti della Fiaschetteria Toscana e le polpette della Vedova soddisfacevano gli appetiti prima dei pasti e impedivano al freddo di penetrare fin nelle ossa. Le tappe potevano essere due o tre. Le operaie veneziane, prima di entrare al lavoro alle sette di mattina, si scolavano una sniappa, un grappino, per lo stesso motivo.
Pinot grigio, Chardonnay, Tocai, Merlot, Cabernet, Picolit, Prosecco, Valpolicella, Cartizze, Refosco, Raboso, Teroldego, il Marzemino di mozartiana memoria, il Recioto, l’Amarone…
Avremmo conosciuto l’Aglianico del Vulture molto più tardi, grazie al suggerimento di Billy Bilancia, così ricordato da Gaetano Cappelli in L’ombra del falco obeso (2011), autoironica considerazione su uno scrittore di medio successo:
In memoria di Billy Bilancia, che nel frattempo è morto sul serio. Lo divertivano le cornacchie e la bella arte della chiacchiera, confortata dal Martini.
Qualche mese fa, un po’ per gioco e un po’ per non lasciarmi imbottigliare da spettacoli e dibattiti televisivi, ho cominciato a cercare nella rete spunti e informazioni. Sono stata travolta da uno tsunami di notizie. Immagini, racconti, letteratura e storia, insegnamenti, preparazioni, spiegazioni e nomi tanti nomi; un labirinto senza fine, che a ogni svolta si apriva su altri sentieri: luminosi e attrattivi, incerti e oscuri, sorprendenti e ingannevoli, si disperdevano e chiudevano tutti in un vacuo troppo. Tutto è stato già detto. Quando mi sembrava di afferrare un possibile filo conduttore, un amico, o la rete, o il barman mi tiravano giù dal mio palloncino e mi sbattevano in faccia la mia presunzione….segue…

E in Ispagna… In Ispagna

Ci fu un tempo in cui Mario mi spronava a raccogliere quanto avevo scritto negli anni per giornali di ogni tipo: seri, semiseri, quaquaraquà. L’ho fatto proponendo soprattutto testi che raccontavano i tanto amati giardini. Poi, cercando pezzi ormai dimenticati, ne ho trovati altri che descrivevano viaggi in Spagna, tra un gin&tonic e un martini.
La pausa spagnola è decisamente estesa; si deve alla mia frequentazione della Penisola pentagonale il reportage omonimo, affatto originale, scritto da un Mario Praz disincantato e decisamente annoiato dalla ripetitività delle processioni, dei drammi, del flamenco.
Arrivai a Madrid per la prima volta in treno da Francavilla.
Mi ero iscritta alla Facoltà di lingue e letterature straniere di Ca’ Foscari; lingua prescelta, lo spagnolo, Non avevo molta scelta; le voci sui professori terribili ed eccentrici di quell’università mi avevano convinta che fosse meglio scegliere l’unico professore normale. Non me ne sono mai pentita.
A Madrid si andava al Café Gijón al Paseo de Recoletos dopo aver passato ore polverose e incantate nella Biblioteca Nacional alla ricerca di libri o articoli che confermassero o smentissero la legenda negra, la fama che la Spagna si era fatta grazie soprattutto agli scrittori francesi, Théophile Gautier (Voyage en Espagne) e Prosper Mérimée (Carmen). Tutte le letture contribuivano a confermare che sì, in effetti, molte dame portavano la navaja en la liga (il coltello nella giarrettiera) e che i briganti assalivano giornalmente le diligenze.
In ogni caso il Gijón, potete giurarci, Hemingway lo aveva frequentato, ma ai tempi si beveva il vino e non certo il Martini.
C’è solo un locale, a un passo dalla Plaza Mayor, dove non sono mai entrata. Si chiama Here Hemingway never ate; negli altri legati a Hemingway, per caso o per curiosità, sì, e più di una volta: cochinillo asado al Botin, martini al Palace, birra alla cevercería Santa Ana, la tazza di brodo caldo da Lhardy, uno jerez dietro l’altro a Las Pocholas di Pamplona.
Tuttavia, è a Salamanca  «provincia ideale per l’allevamento dei tori. I pascoli e l’acqua sono buoni», afferma Hemingway in Morte nel pomeriggio, esaustivo compendio di tauromachia e libro di culto per gli aficionados, pubblicato nel lontano 1932 e ormai dimenticato — ho bevuto con mia sorella Nicoletta e la mia amica Marta il miglior gin&tonic della mia vita.
Avevamo scelto un tavolino all’ombra delle due cattedrali; io obnubilata da una crisi di raffreddore allergico, ho scoperto per la prima volta l’immenso sollievo terapeutico derivato da quella bevanda.
Lo vedo ancora quel cameriere, vestito come un dinoccolato danzatore di flamenco, pantaloni e gilet nero, farfallino rosso su una fluida camicia bianca: avanzava tenendo in bilico il vassoio, poi versava con il tocco di un mago la giusta dose di Gordon in tre grandi bicchieri colmi di ghiaccio. Le tre Schweppes a parte. Ancora oggi è raro che un gin&tonic sia servito con tanta semplice eleganza.

 

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Francesca Rocca Vattani
26 Aprile 2023 13:54

Fantastico! Cara Ida mi hai fatto sognare. Quanto a Hemingway e al gin aggiungo che all’Harry’s a Venezia la sua bibita preferita era il Martini dry. Il quale si faceva così per lui (e poi per i suoi seguaci): bicchiere freddo da freezer, un goccio di Martini bianco dentro da agitarvi e quindi gettare e infine 3 o 4 dita di gin. Quando vado a trovare un’amica intima di Arrigo Cipriani mi offre questo per aperitivo e così torno a casa a piedi contenta e fischiettando.