LA LAMPADINA – RACCONTI: Longitudine Cuba

LONGITUDINE CUBA
di Maria Luisa Amendola

Cuba, la bella addormentata si sta svegliando, risorgono gli edifici decò dell’Avana e i palazzi settecenteschi dell’aristocrazia creola si stanno rifacendo il look, come una vecchia signora un po’ decaduta va ritrovando gli abiti smerlettati dei suoi giorni migliori. Ha avuto tante vite Cuba da quando il corsaro inglese Francis Drake nel 1586 ha cercato di rubarla agli spagnoli. E adesso, nel 2016 risorge per un intervento voluto dal governo. Il Capitolio, una via di mezzo tra neoclassico e art decò , bianco come il vestito di una santera, somiglia un po’ a quello di Washington, la cupola che svetta su case cadenti e senza tetto come fosse passato un ciclone. Qui il ciclone si chiama rivoluzione, e i turisti sudamericani che gremiscono le viuzze della”Havana vieja“ zeppa di ristorantini dipinti di azul avana nei cui “patii” affogati di piante tropicali mangiano camarones  con platanos fritos se ne fregano della rivoluzione. Non se ne fregano i dipendenti statali e i medici, semplici dipendenti statali anche loro, che guadagnano 30 euro al mese, ma in contropartita l’università e la scuola sono gratis. “La cultura te fa libre” declama dal cartellone pubblicitario Fidel. Niente era gratis prima della rivoluzione e i ricchi erano più ricchi di oggi e i poveri erano poveri come oggi. In quest’isola che non dimentica mai la musica, quelli che suonano hanno comunque buon gioco, ogni giorno nasce un nuovo gruppo come quello del Buena vista Social club e tutti, cantanti e “mangianti” pasteggiano con cuba libre e mojito con la sua bella foglia di menta che i cubani chiamano herba buena. A pochi passi da Via Obispo, che espone i suoi deliziosi piccoli edifici coloniali come un museo d’architettura, al Floridita, “la cuna del daiquiri”, il bar frequentato da Hemingway serve alle belle ragazze cubane nate dopo la rivoluzione, le gonne sempre più corte e i tacchi sempre più alti, e ai loro accompagnatori turisti occidentali, lo stesso daiquiri frappé di allora. Pare che quando nella casa dello scrittore, poco lontano dall’Avana, arrivò la notizia del Nobel, lui, Hemingway, dedicò il premio a Cuba “ perché, disse, la mia opera è stata pensata e creata a Cuba”. Anche Calvino è nato a Cuba nel 1925 , forse la tequila del suo “Sotto il sole giaguaro” è cubana, certo è che Italo Calvino tornò a Cuba nel 1964 quale membro della giuria del premio letterario Casas de las Americas, e qui sposò la fidanzata argentina Esther. E per restare in tema: ci sono molte librerie a Cuba, tutte espongono vecchi libri di politica e di storia, il più esposto è “La Storia me darà razon” di Fidel Castro; molte persone si riuniscono in queste romantiche botteghe per parlare, per discutere, nessuno ha denaro per comprare. Gli unici che osano sperare in un’ipotetica vendita sono i bouquinistes di Plaça de Armas, nel cuore barocco della città, che espongono per i collezionisti libri di classici cubani non più in commercio e  preziose riviste degli anni 40 e 50. Il vento del mare poco lontano certi giorni gira le pagine come un lettore impaziente. Qualche fiore di flamboyant scende volteggiando fin sui libri, profuma. Ho aspirato il profumo di tabacco in una offiçina di sigari, chiamarla fabbrica è improprio: è soltanto uno stanzone dove donne completamente vestite di bianco, una strana cuffia sui capelli, arrotolano tabacco in assoluto silenzio, le mani della ragazza color tabacco si fondono con la foglia, tabacco ancora umido, la arrotola, la carezza, una carezza veloce come presentisse il distacco, e … addio, via un altro. Un lettore nel silenzio della sala legge qualcosa, una storia? Il profumo accompagnerà i sigari che viaggeranno il mondo con nomi famosi , come lo champagne millesimato, mi avvicino, leggo: Romeo e Giulietta. Cuba è un luogo adatto alle storie d’amore. Sul Malecòn, il lungomare dell’Avana dove passeggiano gli innamorati, oggi c’è mare grosso, le onde dell’Atlantico infuriate superano la banchina, una donna con una larga gonna bianca getta fiori all’oceano, no, non è una macumbera brasiliana, questa non predice il futuro, è una fedele della Santerìa, cerca di placare Yemayà la dea del mare (si chiama così anche in Brasile) con le sue offerte. I ragazzini usciti da scuola, invece, ingaggiano gare con i marosi, ma questi, indifferenti, infradiciano le loro divise, il profumo d’Oceano tra poco s’impadronirà di case e baracche dove i ragazzini mangiano e dormono. Cuba è l’unico paese dell’America Latina dove non esiste sfruttamento minorile, il bambino a Cuba è un dio. Dei pagani anche Cristo e la Madonna, la Virgen del Cobre, che qui, capace di grande dolcezza e d’incredibili ire, viene confusa , con il suo vestito blu pervinca, con la dea del mare. Un azzurro più squillante, è quello dell’Oldsmobile del 1945 in fila con le sue sorelle, famose macchine d’epoca, cubane. Al Parque central staziona una Chevrolet di un improbabile rosso fucsia e una Cadillac lilla, perfino un prezioso Ford modelloT del 1912 di un nero africano, tutte in attesa di clienti. Pare che gli unici veramente ricchi all’Avana siano i pochi proprietari di queste auto. Tante, al contrario, le vecchiette accuratamente sdentate, di età indefinibile, che chiedono davanti alla porta del mio albergo/grattacielo non l’elemosina ma “ por favor   una pastilla de jabòn y uno shampoo por mi hjia”. I poveri qui sono tanti, perfino più dei metri quadrati di lucida erba verde dello stupendo golf di Varadero, con vista mare.

In plaça della Revolution, Lenin è scuro in volto, immobilizzato com’è nel suo masso di pietra grigia, sorride invece il Che col suo caratteristico berretto dall’altro lato della piazza, somiglia vagamente al Gesù del “lasciate che i piccoli vengano a me”, e dal muro del grattacielo di fronte Fidel ricorda ai suoi habaneros: “El mosqueto es libertad”. Settant’anni fa Mussolini tuonava: Libro e moschetto. Niente di nuovo sotto il sole.

In fila se ne stanno anche i cubani di fronte al cambiadinero, il cuc, la moneta cubana fuori dell’isola è carta straccia ma l’euro viene cambiato alla pari, quasi, i dollari non vengono accettati,tantomeno l’American Express e dall’America non ci sono collegamenti aerei. Una tappa d’obbligo è la visita al memoriale della Baia dei porci, dove sotto il sole dormono i caduti cubani accanto ad un carro armato e ad un piccolo aereo salvatosi da quella strage. Era il 1961. Tutto cristallizzato. Sono passati 55 anni ma la Rivoluzione abita ancora qui, le bouganvillee stormiscono viola come allora e i cocchi delle palme cadono come allora, accuratamente evitando la testa dei turisti. Sonnecchiano i coccodrilli nella laguna di Guamà ben protetti dai Taino di bronzo, oggi, come facevano allora i veri aborigeni Taino in carne ed ossa, sterminati dai conquistatori spagnoli nel 1533. La schiavitù e i suoi disastri sono iscritti nella storia di Trinidad, una piccola città nella zona centro orientale di Cuba, dove si cammina su ciottoli che ci massacrano i piedi, in salita verso la piazza della chiesa, più su, più su verso le case ottocentesche recuperate in tutta la loro bellezza, verso i colori sgargianti delle imposte, verso le trombe e i violoncelli dell’onnipresente musica cubana, verso il profumo di rum e di zucchero che addolcisce la vita, verso l’agua ardiente che stronca le gambe prima di pranzo, ma così ubriachi di rum e di allegria colorata perfino i racconti delle malefatte spagnole perpetrate sugli schiavi, propinate ai turisti con orrori  e uno strazio di particolari, sembreranno meno odiose. Contrariamente agli uomini qui la natura è buona: gli alberi si sposano l’un con l’altro. Una magnolia s’è sposata con un ficus, le foglie dell’uno avvinghiate alla sua compagna magnolia non intendono mollare la presa, ecco  nato il Ficus magnoloides, ecco la palma bottiglia che sembra incinta, barrigona, dicono qui, e la palma del viaggiatore con le foglie a ventaglio che, spinta dall’aliseo caraibico bacia una fronzuta mangrovia. Matrimoni. Le ragazze cubane sembrano occuparsi solo dell’amore, “gusta! Mi amor” dice quella che mi porge una cuba libre. Tutti sono mi amor! qualcuno è addirittura mi vida! Cuba è musica, amore, politica, grande ricchezza e miseria. Come sono verdi i campi da golf di Varadero! E come è grigio il viso del vecchio che mi tende la mano in una stradina di Matanzas.

Se è vero che i morti non muoiono mai completamente, questo accade a Matanzas, la piccola, dimenticata città, porto commerciale famoso per l’esportazione dello zucchero, che deve il suo nome a una mattanza, sì una delle tante stragi di schiavi avvenute tra il ‘700 e l’800. Proprio qui, mi sembra, vibra l’anima culturale di Cuba. Deve essere bellissimo il Teatro Sauto progettato da un italiano , dove Sarah Bernardt ha recitato Madame au Camelias, dove ha ballato Anna Pavlova e suonato il chitarrista Andrès Segovia. Chiuso per restauri. Sono delusa: non posso entrare. A Matanzas però vive ancora l’anima del farmacista  Ernesto Triolet che nel 1882 l’ha fondata in Calle Milano, attenta s’aggira tra i mortai e gli alambicchi, sguscia tra le bottigliette contenenti erbe ed elisir, si nasconde dietro gli scaffali di legni preziosi che provengono dall’Africa e mentre cerco di fotografarne l’ombra con la mia macchina fotografica, incantata anche lei, quella s’infila in un fiorato, delizioso, trasparente vaso di porcellana di Parigi; un soffio leggero, puzza d’umidità: è l’ombra del farmacista che sta sfogliando le pagine di un rarissimo codice di botanica medica.
Piove, cammino v
erso il porto, a Plaça della Vigìa, sotto il portico, ci devono stare Las Ediciones Vigìa, le ho puntate prima di partire: devo assolutamente visitare questo laboratorio editoriale unico al mondo che realizza libri di poesia, di storia e di teatro, ciclostilati, dipinti e rilegati a mano, su carta grezza. DEVO VEDERLO. Arrivo, la porta di un bel blu lapislazzulo è chiusa, un biglietto, mi avvicino: “ Estamos serrados por lluvia” . E’ tutto un affannarsi di persone, uno mi offre il caffè, un altro chiama ripetutamente il nome del proprietario verso una finestra che non si apre, alcuni cercano di consolarmi: “Espera!” mi dicono e non significa: spera! ma: aspetta! Dal cartellone sulla piazza, Fidel mi esorta: “Solo el socialismo hace posible l’imposible” E tu viaggiatore che stai per venire a Cuba cammina sui miei passi, diventa un flaneur, non andare al mare, qui è bellissimo ma puoi trovarlo uguale in una qualsiasi isola caraibica, non dimenticare invece di passeggiare per Santo Espiritu e Santiago e  Cienfuegos e di ammirare gli azulejos di Manzanilla e Guantanamo nel lontano est, dalla quale è nata la canzone Guantanamera, dei quali ti parlerò un’altra volta, e sulla strada del 

ritorno verso L’Avana troverai un cartello, c’è scritto “Ceda el paso” che è molto più gentile di “Stop”- i cubani sono gentili per natura- qui prosegui fino ad attraversare il ponte sul fiume dallo strano nome Yumurì. Si racconta che gli indios Siboney, in età precolombiana si gettavano da quassù, centocinquanta metri d’altezza, per sfuggire alla schiavitù gridando: yumurì, io morii! Passato remoto. Quanto remoto? Anche Fidel è d’accordo: “Vida es vincer siempre”

2 commenti per “LA LAMPADINA – RACCONTI: Longitudine Cuba

  1. Carlotta Staderini
    3 Maggio 2016 at 17:39

    Maria Luisa, bellissimo il tuo racconto. L’ho letto e riletto e mi sembrava di essere proprio lì a Cuba con te che ti guardi intorno con il tuo bel sorriso fiducioso. Bravissima, bel racconto, buono il ritmo: tutto è molto coinvolgente. Grazie per questa ventata cubana!
    Carlotta

    • Grazia Saporito
      27 Maggio 2016 at 19:39

      Bello il viaggio cartaceo a Cuba e la grande capacità di guidarti nel luminoso paesaggio. Grazie. Bellissimo regalo.
      Aspetto un’altra magia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *