LA LAMPADINA – RACCONTI: Casa per davvero

CASA PER DAVVERO
da “Ritrovare Belgrado”
di Emanuela Vanni d’Archirafi

Entrando nel ristorante mi chiedevo se le avrei riconosciute. Era il tempo del giurassico allora, eravamo ancora quasi delle bambine, a mezza strada tra l’infanzia e l’adolescenza. Frequentavamo una scuola dei Parioli, e alla fine degli anni Cinquanta, Roma era ancora parecchio settaria. Bastava abitare a Corso Trieste per essere guardati con diffidenza da chi poi magari storceva subito dopo anche il naso. Noi invece eravamo delle privilegiate, delle parioline appunto. Famiglie borghesi, qualche rara famiglia nobile che alle Ancelle del Sacro Cuore aveva preferito l’educazione meno rigida, ma pur sempre cattolica e molto tradizionale del Santa Giuliana. Famiglie del generone che si erano annidate tra via Archimede e Piazza Euclide e lì avevano prolificato.
Tutta la nostra vita si svolgeva in quel quartiere tra un rituale pariolo e l’altro. Il cinema dove ci nascondevamo nelle ultime file per darci i primi appuntamenti, il bar Cigno, le tre scuole di suore, Piazzale delle Muse, il bar Euclide, la Messa della domenica a San Bellarmino. Il banchetto a via Luciani che vendeva i twin-set orlon dai colori pastello che erano il nostro must.
All’inizio in quella classe mi ero sentita cosi a disagio. Una outsider totale, venivo dall’estero, non conoscevo il linguaggio del gruppo, ero nata da genitori anziani, palermitani, viaggiatori, degli alternativi è lusso che guardavano alla società romana attraverso delle lenti particolari che consentivano loro una visione disincantata e in fondo molto più cinica. Osservavo le mie compagne con curiosità e timidezza, facendo finta di seguire le lezioni, ma sentendomi sempre inadeguata ed impacciata. Tuttavia ben presto mi integrarono tra loro e mi scafarono, cominciai a comprendere il loro linguaggio fintamente romanesco, scanzonato e un po’ cantilenante, e le adorai. Ero pazza di quella scuola, di quelle compagne e anche della mia professoressa di lettere, che seppure claudicante era così carina et intelligente. Quel ginnasio e quella scuola furono la mia valvola di sicurezza, il mio ossigeno, la mia nuova vita.

Lontana Belgrado, lontane le angosce e le ansie dell’infanzia, le paure, gli abbandoni.
Fu così che entrai, grazie a loro, negli anni del liceo e a pieno titolo nell’adolescenza, con allegria e sfrontatezza con quel tanto di impudenza che mi uniformava a chi aveva avuto un’infanzia molto più normale, con delle scuole regolari, dei nonni all’antica, dei genitori giovani e non cosi originali come i miei ed una vita meno strana della nostra.
Ed ora eccole intorno a quel tavolo, un appuntamento al buio dopo secoli, dopo vite vissute in separatezza che chissà dove potevano averci condotte. E subito un sorriso, un abbraccio e neIla pizzeria dei Parioli la stessa sensazione di allora, le sedie come in banco dietro l’altro, la nuca davanti a me e il braccio piegato accanto.
Ora siamo diventate tutte delle vecchie ragazze, i volti segnati anche se alcuni più e altri meno, lo zoccolo duro della nostra classe quelle che prendevano solo otto e nove in greco e matematica e poi anche in filosofia. Siamo ancora e di nuovo figlie del nostro tempo ora è stato un network sociale a farci ritrovare, il linguaggio è ancora comune e ognuna di noi ha gli strumenti per capire la vita dell’altra con cui parla e si racconta. Strani destini i nostri con questo fil rouge che ci lega, come allora. Ce le raccontiamo velocemente le nostre vite. Tutte, salvo una, segnate dal fato e dal disordine, dal non completo rispetto per le regole borghesi, che per noi figlie del baby boom del dopoguerra è stato quasi una conditio sine qua non.

Di sei brillanti cervelli solo una si è laureata, le altre si sono perse in primo matrimoni e gravidanze che adesso sarebbero addirittura considerate precoci, matrimoni che hanno poi lasciato il posto ad altri legami e a lavori inventati con parecchia fantasia. Nessuna libera professione, nessuna carriera universitaria. Una generazione autodidatta nella vita e nel lavoro, figlia di genitori ancora saldamente ancorati  al vecchio mondo, contro cui era necessario combattere  quotidianamente  per difendere il proprio diritto  alle libertà essenziali.

Vite segnate dal dolore, dalla perdita di un figlio poco più che ventenne, dal tradimento di un marito infedele, dalla scoperta della omosessualità e dell’innamoramento dell’una per l’altra. Un amore controverso di oggi ma nato troppo presto ieri, edificato con fatica sul cadavere di una unione tradizionalmente eterosessuale e di una maternità complessa.

Il giorno dopo, la neve del tutto inusuale che fiocca da ore senza interruzione su Roma rendendola fatata, magica e completamente anacronistica, mi riporta di forza ai ricordi delle mie vite Belgradesi.

Nella notte si è anche rotta la caldaia e la defatigante ricerca, in quel week end polare, di qualcuno che possa venire a ripararla mette a prova il mio equilibrio. Ma dal passato si fanno avanti i miei anticorpi serbi e con loro la pazienza, che pure non è mai stata rassegnazione, pazienza che ha contraddistinto gli anni trascorsi più di una volta in quel Paese.

E il tizio, completamente sconosciuto, che da Tivoli si incammina per Roma dopo aver montato appositamente per me le ruote da neve, solo per venirmi a sostituire la dannata caldaia di domenica mattina, quando suona alla mia porta manifesta totale contiguità con quei serbi volenterosi e gentili che tante volte mi hanno depannata in situazioni altrettanto difficili.

La mia vita, dopo diversi anni in cui mi sono dovuta leccare le ferite e ricostruire pezzo per pezzo, ora è un’altra vita. Il dolore e i frammenti scomposti di me, che per anni ho cercato di rimettere insieme, miracolosamente, non so proprio come, si sono nuovamente saldati tra loro anche se nessuno di essi è più al posto di prima. Mi rimane ancora difficile leggere completamente questo processo, ma tant’è, è avvenuto. Sono sempre io ma allo stesso tempo sono una del tutto diversa. È come se i pezzetti di un puzzle già completato fossero caduti per terra da un tavolino, e poi, scopati via alla rinfusa, fossero stati buttati e dimenticati in un cassetto. E tanti anni dopo, è come se un’altra me stessa avesse deciso di riaprire quel cassetto, scoprendo che quei piccoli pezzettini dimenticati, rimescolandosi alla rinfusa tra loro, avevano dato origine ad una forma nuova, solo in apparenza simile a quella precedente.

 Alcuni particolari, forse i colori, forse la compattezza sono mutati, ma comunque nel suo insieme essa ha ritrovato la sua integrità. Adesso potrei finalmente essere in grado di decidere se richiudere per sempre il cassetto, lasciando questo mosaico al suo interno, ibernato per sempre, o invece distruggerlo. Davvero, solo ora mi rendo conto che non so bene cosa farne. Forse, dopo questa nevicata epocale, quando potrò di nuovo uscire e la mia città avrà ripreso il suo usuale tiepido aspetto primaverile, potrò decidere di mettere insieme un puzzle tutto diverso e nuovo, dalle tesserine ancora sconosciute.

Ogni nuovo assetto porta sempre con sè la distruzione di qualcosa, mi dico piano.

 

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Uberto
26 Febbraio 2020 14:33

Hai lasciato questo mondo e ti sei portata dietro il tuo puzzle. Ma il ricordo di te è sempre vivo e grazie a te e alle tue intuizioni guardiamo tutti dietro per scoprire che siamo cambiati, pur indossando lo stesso nome e lo stesso sorriso. Un abbraccio forte ovunque tu sia.
Uberto

Aloisio
20 Luglio 2016 14:40

Cara Emanuela,

complimenti per aver messo su carta pensieri e ricordi semplici, aperti e puliti.
Sento che gli anni, tranne forse la traccia di qualche piccola rughina portata con leggerezza, non sono mai veramente passati mentre il cuore é rimasto curioso e gioioso.
Questa è la chiave di volta.
The highest expression of wisdom is loving kindness… Mahatma Gandhi
Saluti da un lettore apparso a caso,
Aloisio Gaetani d’Aragona