ABBIAMO OSPITI – STORIA: Raoul Wallenberg e le CASE di VITA

Articolo di Elena Colitto Castelli* – Autore Ospite de La Lampadina

Chi era lo svedese Raoul Wallenberg (1912 – ?) e perché la Fondazione Wallenberg indaga ancora oggi sul mistero della sua drammatica scomparsa?

Nella primavera del 1944 si svolge a Stoccolma il Congresso Mondiale Ebraico. Il principale tema all’ordine del giorno è un piano per il salvataggio degli ebrei d’Ungheria, che fino all’invasione tedesca erano stati preservati dalle deportazioni di massa. Al congresso partecipa un rappresentante del War Refugee Board.
Il rappresentante del Consiglio Olsen è anche un membro dell’Intelligence americana. Egli si rivolge a un gruppo di eminenti ebrei svedesi, tra i quali vi era anche l’ungherese Lauer in veste di esperto del suo Paese, per avere un parere su chi inviare in Ungheria come responsabile del salvataggio degli ebrei. Lauer fa il nome di Raoul Wallenberg, giovane rampollo di una delle più importanti famiglie svedesi e suo socio in una società di import export. La proposta viene accettata e il Ministero degli Affari Esteri svedese assegna Wallenberg alla sua Legazione a Budapest come Primo Segretario della missione di soccorso. Il protocollo diplomatico e la burocrazia vengono sostituiti dalla massima libertà di azione e di iniziativa. Wallenberg può inoltre contare su ingenti somme di denaro elargite dal WRB.
Wallenberg giunge a Budapest nel luglio del 1944. La situazione è drammatica: gli ebrei d’Ungheria erano circa 825.000, ma da aprile a luglio 1944 erano stati in gran numero sterminati sotto la direzione di Adolf Eichmann. I rastrellamenti e le deportazioni di mezzo milione di ebrei ungheresi iniziarono nelle campagne e chi poteva fuggiva verso Budapest chiedendo aiuto ai diplomatici dei paesi neutrali.

La prima azione di Raoul è quella di moltiplicare e distribuire agli ebrei ungheresi passaporti svedesi, i cosiddetti SCHUTZ-PASS, per proteggerli dalle deportazioni. Aumenta poi il numero delle case prese in affitto dalla Svezia e, dichiarate extraterritoriali fino al numero di 30, fonda una biblioteca, un ospedale e un istituto culturale allo scopo di mettere gli ebrei sotto la protezione svedese. Si calcola che in questi luoghi di rifugio arrivarono a risiedere 15.000 persone.
Nelle famigerate “marce della morte”, nelle quali migliaia di ebrei avrebbero dovuto raggiungere a piedi la frontiera con l’Austria, Wallenberg si prodiga salvando chi può. Durante le deportazioni degli ebrei nei treni-merce diretti ad Auschwitz, egli si reca alla stazione di Budapest e arriva a salire sui tetti dei treni distribuendo a pioggia passaporti svedesi, incurante delle minacce delle SS.

Il ritratto di Raoul Wallenberg è stato dipinto da Zvi Malkin, il leggendario agente israeliano del Mossad, che catturò Adolf Eichman in Argentina. Il titolo sta ad indicare che “le stesse mani” catturarono il criminale nazista e dipinsero il ritratto del salvatore di ebrei Raoul Wallenberg.

Alcuni prigionieri riescono così ad impossessarsi dei documenti e Wallenberg ne reclama quindi la liberazione immediata. Egli inoltre ricerca disperatamente alti ufficiali tedeschi e ungheresi da corrompere promettendo, in cambio della vita degli ebrei, forti somme di denaro e /o la garanzia di non essere condannati per crimini di guerra alla fine del conflitto, perché è ormai chiaro che i tedeschi e i loro alleati perderanno la guerra.
Sembra anche che, seguendo questa strategia, egli riesca a sventare, nella seconda settimana del gennaio 1945, il piano nazista di far saltare in aria i due più grandi ghetti di Budapest. Quando, poco dopo, le truppe sovietiche entreranno nella città, troveranno circa 97.000 ebrei vivi rinchiusi in tali ghetti.
Il 17 gennaio 1945 Wallenberg viene convocato al quartier generale sovietico di Debrecen, ad est di Budapest.
Egli parte dalla capitale ungherese in macchina insieme al suo autista, scortato dai sovietici. Non vi farà mai più ritorno: la sua scomparsa rimane ancora un drammatico mistero.
Forse i sovietici sospettano che egli sia un agente americano o addirittura un collaboratore dei nazisti, a causa delle sue conoscenze tra gli ufficiali tedeschi, oppure i servizi segreti sovietici tentano di reclutarlo come loro agente e, di fronte al suo diniego, lo arrestano.

Secondo alcune testimonianze, Wallenberg e il suo autista vengono prelevati dai sovietici e portati in Unione Sovietica per essere poi detenuti nella prigione di Lyublyanka a Mosca.
La Svezia ha una reazione tiepida rispetto alle contrastanti notizie che giungono. Sono soprattutto la madre e il patrigno di Raoul a mobilitarsi per scoprire la verità, ma purtroppo non arrivano a nessun risultato.
Finalmente nel 1956 i sovietici comunicano alla Svezia di aver trovato un documento con data 17 luglio 1947 che dichiara: “il prigioniero Wallenberg è morto ieri notte nella sua cella”. Questa versione non coincide però con testimonianze rese da ex prigionieri del carcere sovietico.

Dopo un periodo di stallo, nell’ottobre 1989 le autorità sovietiche consegnano al “Comitato Raoul Wallenberg” il passaporto di Wallenberg e alcuni suoi oggetti personali. Tali autorità affermano di non aver rinvenuto altri documenti negli archivi del KGB. Questa dichiarazione non appare ovviamente credibile.
Nel settembre 1991 vengono aperti gli archivi sovietici e il Comitato può finalmente consultare un gran numero di documenti sulla carcerazione di Wallenberg. Purtroppo, afferma il suo amico ed ex collega Per Anger: “tali documenti non provano che egli sia morto, dobbiamo dunque pensare che egli sia vivo in qualche luogo della vecchia Unione Sovietica”.
Nel mese di novembre 2016 Raoul Wallenberg, a seguito di una petizione dei parenti ancora in vita, viene dichiarato morto dallo Stato svedese, 71 anni dopo la sua scomparsa.

La Fondazione Internazionale Raoul Wallenberg, costituita nel 1992, considera questa decisione un mero atto burocratico e coglie l’occasione per appellarsi al presidente Putin affinché autorizzi un nuovo accesso, non limitato, agli archivi del KGB per far finalmente luce su questa tragedia umana.
Wallenberg viene riconosciuto dallo Yad Vashem di Gerusalemme “Giusto tra le Nazioni” nel 1963.
La Fondazione è una ONG, con uffici e corrispondenti a New York, Gerusalemme, Buenos Aires e Rio de Janeiro. La Fondazione è stata costituita da Thomas Peter Lantos, salvato da Raoul Wallenberg in Ungheria durante la seconda guerra mondiale e da Baruch Tenenbaum, ebreo argentino, impegnato fin dagli anni ‘60 nel dialogo interreligioso tra ebrei e cristiani. L’attuale presidente Eduardo Eurnekian è di origine armena.

Il progetto “CASE DI VITA” si propone di individuare quei luoghi che offrirono rifugio agli ebrei perseguitati dai nazisti durante la Shoah e alle vittime di altri genocidi. Le Case di Vita, come abitazioni private, scuole, conventi, chiese e monasteri, vengono contrassegnate da una targa commemorativa affinché i passanti possano ricordare e interrogarsi su quanto accaduto. Il progetto pone l’accento sulla MEMORIA DEL BENE, bene compiuto da chi, anche mettendo a rischio la propria vita, aiutò chi era stato ingiustamente braccato e perseguitato in quegli anni bui.

Al fine di coinvolgere le giovani generazioni in questo progetto, la Fondazione ha intrapreso una stretta collaborazione con l’Università Lumsa di Roma, da sempre molto attenta e sensibile alla cura dell’educazione morale dei propri allievi. Un forte sostegno e un valido aiuto sono arrivati dalla Comunità ebraica di Roma e da “Progetto Memoria”. Nonostante il progetto abbia un respiro internazionale, una buona parte della ricerca si svolge a Roma e nel Lazio dove un gran numero di persone venne salvato, trovando riparo nelle “Case”.

*coordinatrice del progetto

5 commenti per “ABBIAMO OSPITI – STORIA: Raoul Wallenberg e le CASE di VITA

  1. selvatico estense manù
    4 Gennaio 2017 at 20:31

    Fa bene leggere questi articoli che purtroppo si fanno sempre più rari e che riguardano delle persone meravigliosamente umane come Raoul Wallenberg! Se si potesse parlare di più di loro, che penso esitano ancora nel nostro mondo frenetico, forse sarebbe meglio ed aiuterebbe ad essere positivi e meno pessimisti.
    Io ci credo, cerchiamo di crederci tutti in questo 2017 che magari sarà un anno felice con tanti Wallenberg e meno mostri assassini.
    Grazie Lampadina: come al solito ci hai illuminati!

  2. Carlotta Staderini
    3 Gennaio 2017 at 19:46

    Bellissimo articolo, anche molto coinvolgente . Ho avuto la possibilità di partecipare in luglio scorso alla cerimonia della targa commemorativa “CASA DI VITA”, affissa all’Ospedale Fatebenefratelli di Roma e la storia, che non conoscevo affatto, è la seguente: durante l’occupazione nazista a Roma la dottoressa Giovanna Borromeo, medico del Fatebenefratelli, ricoverò centinaia di famiglie ebree nel reparto di Malattie Infettive e così asserendo che erano affetti da un morbo terribilmente infettivo, riuscì a salvarli. Alla cerimonia c’erano due maturi signori, all’epoca dei fatti, bambini, che raccontavano la loro vita quasi “normale” in Ospedale, dovuta soprattutto al fatto che erano con le loro famiglie al completo! Una bella testimonianza ed una bellissima storia e il progetto della Fondazione è davvero importante.

  3. Dina Maria Ligi
    3 Gennaio 2017 at 18:10

    Ho trovato molto interessante il racconto sulla vita di Wallenberg. Sono informata sull’attività della Fondazione a lui dedicata, ma non conoscevo bene la sua storia.

  4. Marcello Griccioli
    3 Gennaio 2017 at 11:12

    Oggi che i nostri giovani non conoscono le tragedie della seconda guerra mondiale , questo racconto preparato dagli amici della Lampadina è veramente una illuminazione per le nuove generazioni .la diffonderò ai miei figli pregandoli di inviarlo ai loro amici

  5. 2 Gennaio 2017 at 11:49

    Grazie di darci questa bellissima testimonianza! Non sempre arrivano alla notizia le straordinarie azione di uomini di eccezionale coraggio.

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