La Lampadina – Racconti: “Compagno di banco” di Vittorio Grimaldi

COMPAGNO DI BANCO

Vittorio Grimaldi

“Otto limericks per Dorella e altre storie acide”

Edizioni Clichy

Si erano appena sfiorati nello stretto ingresso del Bolognese a piazza del Popolo. Fuori pioveva a dirotto e la gente esitava a uscire dal ristorante. Francesco non si sarebbe mai aspettato di non essere riconosciuto dal suo compagno di banco anche se erano passati molti anni da quello, indimenticabile per tutti, della licenza liceale. Che era stato il 1959 sia per Francesco che per Alfredo, al liceo ginnasio Giulio Cesare, la scuola laica del quartiere Trieste. Il 1959 era stato l’anno della licenza anche per Massimo, ma con lui ormai si vedevano di meno. Sin dalle medie aveva cambiato scuola perché il padre l’aveva spedito al San Leone Magno che era la scuola dei preti e dei figli di papà.
Gli occhi di Alfredo non erano cambiati, azzurro chiaro, un po’ acquosi. Da magrissimo che era, anche lui si era un po’ inquartato. Incrociò con placida indifferenza lo sguardo di Francesco che, intimidito, non riuscì neppure a dire ciao. Di fronte all’espressione assente di Alfredo, Francesco riconobbe in cuor suo, ma con una punta di amarezza, di essersi proprio invecchiato. Il suo viso non era memorabile anche se sua sorella diceva che somigliava a quell’attore inglese, «come si chiamava…», che aveva aperto un ristorante a Londra, «come si chiamava…», che aveva interpretato il personaggio di un compositore in un film recente, «come si chiamava…».
Nel film sadicamente intitolato Youth il compositore era decrepito, l’atmosfera agonizzante. A Londra, da Langham non si mangiava più bene e Francesco non ci andava da anni. Infine il famoso attore inglese, Michael Caine, gli era decisamente antipatico.
Fuori i sampietrini lucidi di pioggia riflettevano i fari delle auto che, passando sulla pavimentazione dissestata, rasenti al dehor del Bolognese, rovesciavano cascate d’acqua sui piedi della gente in attesa di un taxi. Quando arrivò la prima auto, Alfredo scavalcò rapidamente la fila trascinandosi dietro una giovane donna alta e vestita di nero. Aprì velocemente lo sportello e spinse la donna che l’accompagnava sul sedile posteriore. «Lei è un cafone» urlò Francesco istintivamente, prima che l’auto si avviasse. Il taxi avanzò per qualche metro per fermarsi poco più in là all’incrocio con via della Penna.
«Che cosa ha detto?» esclamò Alfredo sporgendosi dal finestrino. «Ho detto che sei rimasto il cafone di sempre» rispose Francesco avvicinandosi. L’altro uscì dalla macchina e lo guardò incerto «Ci conosciamo?» «Certo che ci conosciamo… Giulio Cesare III L!» Alfredo, da miope, strizzò gli occhi: «Cristo come sei cambiato… Francesco… certo… sei Francesco Orlandi… peserai cento chili… eri bravo in italiano… una capra in matematica». «Tu un genio in tutto invece e una silfide e dove non riuscivi, imbrogliavi, come adesso». «Già io Franti, tu Garrone la storia si ripete» sghignazzò Alfredo «Dai salta su che ti presento Emilia».
Francesco girò intorno alla macchina, aprì lo sportello dalla parte del guidatore e si infilò nell’abitacolo mentre la donna si spostava al centro. Alfredo salì dall’altra parte.
«Ciao» disse Francesco, «scusa l’invasione». «Figurati» rispose quella.
Era grande e la seduta al centro della piccola auto la costringeva ad una posizione rannicchiata con le ginocchia in su, un piede, storto, sul tunnel della trasmissione. Indossava calze scure e sul ginocchio destro, dalla parte di Alfredo, s’era aperta una smagliatura. «Tu sei Capello» mormorò Francesco. «Questa è Emilia» disse Alfredo come se non lo avesse udito.
Capello era il soprannome coniato a scuola per il sogno proibito di tutti i maschi del Giulio Cesare…, dalla sezione G alla L ma solo perché le altre classi, collocate in una diversa ala della scuola, non avevano mai incontrato Capello. Una Monica Bellucci di trent’anni fa, scesa da cielo in terra, «a miracol mostrare» ai compagni non del tutto affrancati dai sogni inquieti dell’adolescenza. Il miracolo non era costituito solo dalla chioma di Emilia liscia e setosa, di un nero assoluto: a raso su un ovale da «Fornarina», di un pallore preoccupante, accentuato da una specie di biacca lattescente sapientemente applicata anche per nascondere qualche brufolo. Capello era più dei suoi capelli. Il grembiule nero della divisa scolastica, ancora obbligatoria in quegli anni, si apriva come un sipario doppio, dalla vita in giù e dalla vita in su. Francesco era attratto dallo spettacolo serale (quello dalla vita in giù) ma chi sceglieva la matinée non sbagliava quando Capello, durante le interrogazioni, allentava nervosa l’ultimo bottone della camicetta per scoprire un pezzetto di seno appena venato, duro come il marmo di Calacatta.
Dunque Capello, che per qualche misteriosa ragione aveva lasciato la scuola a metà dell’ultimo anno, prima dell’esame, stava con Alfredo, il suo compagno di banco, l’unico che per temperamento e arroganza avrebbe potuto osare tanto. «Dove andiamo?» chiese il tassista. «Ho conosciuto Emilia a Montecarlo» disse Alfredo «l’estate scorsa. Parla solo francese». Francesco stette al gioco, sicuro che avrebbero subito sciolto con una risata il finto equivoco della ex compagna di scuola. Disse «Qu’est ce que tu faisais a Monaco?».
«La putain» sussurrò quella direttamente nel suo orecchio con un soffio veloce caldo e lascivo.
«Io mi occupo di diamanti» disse Alfredo, grandioso, pensando che la domanda di Francesco fosse per lui. «Dove andiamo?» ripeté il tassista. «Noi siamo all’Eden, ci porti a Via Ludovisi» disse Alfredo. Poi si rivolse a Francesco. «Facciamo un brindisi alla nostra vecchia scuola e al nostro matrimonio. Emilia e io ci sposiamo sabato, a Borgo Carige. Devi venire».
All’Eden presero l’ascensore per il roof-garden. Una treccia nera di foggia rinascimentale incorniciava i folti capelli neri di Emilia esaltandone il bel volto che sembrava una maschera di gesso priva di qualsiasi malizia. Mentre l’ascensore saliva i suoi grandi occhi nocciola fissavano Francesco. Indifferenti e freddi sotto ciglia artificiali lunghissime.
Il bar era pieno di americani. Dietro le vetrate luccicanti di pioggia si intravedeva illuminata la cupola di San Pietro affiancata, a destra, dalla mole sgraziata dell’Hilton e a sinistra dall’agile torre del Quirinale, con il tricolore e la bandierina verdastra inventata da un presidente squilibrato che amava le uniformi e i soldatini. «Ma era quello di Stay Behind» notò Alfredo, «un grand’uomo» e fece tintinnare il ghiaccio nel bicchiere di scotch. Francesco si ricordò che Alfredo era figlio di un deputato missino. «Perfino il nome, da solo» rispose polemico «ricorda le mostrine delle SS».
«Ti ricordi quella scazzottata» disse Alfredo «davanti al Bar Tortuga?» «Non fu una scazzottata» rispose Francesco, «io ti mollai un ceffone… e non fu per motivi politici!»
«Già… tu eri il solito romantico… ma avevo ragione io… Capello era e sarà sempre una gran puttana». Rivolse uno sguardo affettuoso a Emilia che succhiava un gigantesco mojito arrampicata sullo sgabello davanti al bancone del bar.

4 commenti per “La Lampadina – Racconti: “Compagno di banco” di Vittorio Grimaldi

  1. Carlo Verga
    5 Febbraio 2019 at 17:29

    Ok Aloisio ecco soddisfatta la Tua curiosità.

    Carissimo Carlo,
    voglio soddisfare subito, ma solo parzialmente, la curiosità del lettore Aloisio Gaetani.

    Emilia ha succhiato il suo mojito con esasperante lentezza. Non ricordo “gli occhi di brace” cui allude il Gaetani ma il solito sguardo di Capello annoiato e un po’ bovino. Finito il suo mojito con un gorgoglio accattivante Emilia è scivolata dallo sgabello del bar e, senza una parola, s’è avviata, un po’ incerta, verso l’ascensore suscitando nel barman dell’Eden e nel mio curioso lettore sogni assai seducenti.

    A presto,
    Vittorio

    • Aloisio Caetani
      10 Febbraio 2019 at 12:52

      Mi fermo allora con Capello, il cui sguardo non mi é sembrato affatto bovino, ma semmai felino, e mando tanti baci ad Emilia insieme a molti saluti al suo simpatico, anche se un po’ distratto, pigmalione.
      Aloisio

  2. Carlo
    5 Febbraio 2019 at 13:24

    Ciao Aloisio, divertente il Tuo commento, anche a me piacerebbe sapere come è andata finire con la intrigante Capello. Vediamo come e se risponde Vittorio.
    A presto
    Carlo

  3. Aloisio Gaetani
    4 Febbraio 2019 at 17:46

    Quando scriverai il secondo capitolo e sapremo finalmente tutti come é andata a finire la serata all’Eden con Emilia, fai per favore uno squillo a Carlo in redazione…
    Io intanto aspetterò notizie davanti al Bolognese seduto in prima fila al Canova con un blazer blu, una piccolissima gardenia all’occhiello e Capello accanto con gli occhi di brace…

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