ABBIAMO OSPITI/ARCHIVI DI FAMIGLIA –Liang Chi Ch’cao: un musical italiano in Cina

Articolo di Marco Antonio Patriarca, Autore Ospite de La Lampadina

Liang Chi ch’ao era un poeta cinese del primi del ‘900, malvisto dalla Corte Manchù. Scrisse di storia e un poema musicale nello stile dell’antico teatro cinese dal titolo “Luoma (Roma) conosciuto dai pochi studiosi come il suo Musical Italiano.
Per ragioni politiche fu rappresentato in Cina solo privatamente, come avvenne a Giugno del 1908 a Junnan. Dopo la caduta dell’impero Liang divenne poi consigliere del governo di Sun Yat Sen e dopo la caduta di questo finì a insegnare storia a Tientsin.
Il Musical Italiano, che si sappia, non fu mai rappresentato in Cina né altrove.
Il resoconto che segue è un succinto compendio ricavato dalla corrispondenza e dal racconto dei miei nonni che quella sera a Junnan assistettero a quell‘originalissimo spettacolo.
“La casa di questo Biancheri a Junan, a quanto sembra, è sempre piena di gente di ogni tipo: molti europei ma anche qualche cinese. Fernandes ci ha presentato al poeta Liang Chi ch’ao e poi siamo passati verso un padiglione della casa dove si svolgeva la prova di una commedia musicale. La stanza era illuminata da due deboli lampade ad olio e il palcoscenico improvvisato era nascosto da un tendone di canapa, dietro al quale due grandi candele accese, lasciavano intravedere le ombre degli attori che confabulavano fra loro. Poi tramite due funicelle quello strano sipario si alzò e gli attori apparvero vestiti dai costumi del teatro antico dai colori sgargianti e i loro volti in chiaro – scuro attraversati dai guizzi della luce delle candele. Parlavano mandarino con voci sommesse passeggiando a piccoli passi su e giù per la scena.
Il nostro stupore fu quando i tre personaggi con aria ispirata, cominciarono a intonare intense melodie in tonalità sempre diverse con parole per noi incomprensibili. Ma inaspettatamente, fra quello sfarfallio di parole, anche se pronunciati con un strascicato accento nasale, vennero fuori i nomi degli eroi di quel curioso musical cinese: Cavour Mazzini e Garibaldi. Ogni tanto fermavano il canto e, a turno, recitavano versi; poi, come ci spiegava Fernandes, hanno cinesizzato il nome di Cavour che, se non ricordo male, era divenuto qualcosa come Chia-Fu erh, e poi anche quelli di Mazzini e Garibaldi i cui nomi in cinese sembravano allo sparuto pubblico cinese terribilmente buffi.
Ad un certo punto è entrato in scena il vero protagonista della storia, una specie di vecchio santone, vestito da una pesante palandrana fosforescente e con in testa l’alto copricapo istoriato degli immortali taoisti; il quale, mentre i suoi occhi stregavano il pubblico, con voce solenne, come ci traduceva Fernandes, parlava di luce e di tenebre, di ricchi e di poveri, e soprattutto di spiriti degli antenati che, vivendo nella natura, proteggono il popolo dai re, dai cattivi governanti e dagli imperatori.
L’immortale taoista era Dante Alighieri che essi pronunciavano Tong Thin o qualcosa di simile. Dante poi continuava a cantare. Sull’antica aria della farfalla, la sua vita passata in un’Italia divisa fra tanti sovrani: a Firenze, a Pisa, a Venezia, a Milano, a Napoli e occupata dagli stranieri, barbari, spagnoli, francesi e arabi, mentre egli si disperava in cerca della libertà, per fortuna ora assicurata da Cavour, Mazzini e Garibaldi.
Poi lo stesso Liang, dopo la prova, ci ha spiegato in inglese che secondo lui, la Cina, per il suo risorgimento, dovrebbe prendere a modello quello italiano e che vedeva molte somiglianze tra l’Italia e la Cina.
A quanto sembra, vi è solo un canovaccio in mandarino di questa rappresentazione che è apparsa in pubblico solo in Giappone e, poiché gli eroi del musical sono tre famosi liberali, come ci ha detto, non sarà mai rappresentata in Cina.”

NdR: Un’interessante profilo di Liang su The Harvard Crimson

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