ABBIAMO OSPITI-CINEMA: il film “The Martian” visto da un ingegnere aerospaziale.

Articolo di Giancarlo Ruggeri – Autore Ospite de La Lampadina

Chissà se Daniel Defoe, scrivendo il romanzo Robinson Crusoe (tratto dalla vera storia del il marinaio Alexander Selkirk, che visse per quattro anni e quattro mesi dall’ottobre del 1704 al 2 febbraio 1709, su un’isola deserta dell’America Meridionale, facente parte dell’arcipelago Juan Fernández) avrebbe immaginato che  il suo scritto avrebbe ispirato il film Cast Away (R. Zemeckis, 2000, con Tom Hanks); Gravity (A. Cuaròn, 2013) e l’ultimo “The Martian” (R. Scott, 2015), quest’ultimo tratto dal romanzo “The Martian”di Andy Weir. Per chi non avesse ancora visto il film, si tratta dell’astronauta Mark Watney (l’attore Matt Damon), in missione su Marte.

Egli, durante un’attività lavorativa di ricerca, viene sorpreso da una forte tempesta marziana, colpito da alcuni detriti e separato dai suoi compagni, che lo ritengono morto. Ma Watney non è morto. Ha inizio, così, una lotta per la sopravvivenza e per rendere noto al centro di controllo terrestre che egli è ancora vivo.

Un bel film, ben costruito e diretto, attraversato da una buona dose di suspence e di attenzione ai legami e ai sentimenti che ci avvincono al Pianeta ove siamo nati e che ci ospita.

Qualcosa, però, dev’essere segnalato dal punto di vista dell’impianto tecnico – scientifico del film. Esso, seppure generalmente corretto, presenta alcuni dubbi. Come su accennato, ad esempio, all’inizio del film l’astronauta viene sorpreso da una gigantesca tempesta di sabbia. Le tempeste sono, effettivamente, presenti e frequenti sulla superficie di Marte: oltre a presentarsi come tornado molto localizzati, alcune di esse possono ricoprire tutto il Pianeta da un intero velo di polvere, come già accaduto nel 2001.

Nonostante ciò, bisogna considerare che la pressione atmosferica, su Marte, è così bassa che se si verificasse una tale tempesta, l’uomo se ne accorgerebbe appena e sarebbero interessate solo delle polveri microscopiche. Da qui a crearne un dramma risulta un poco esagerato.
Ancora, l’atmosfera marziana è così tenue (rarefatta) che la riparazione di un modulo fortemente danneggiato necessita molto di più di un nastro adesivo e di un grande foglio di plastica, seppure (s’immagina) di un certo spessore. Infatti, avendo all’esterno del modulo 6 hPa di pressione e all’interno di esso almeno 1000 hPa, normalmente tale foglio di plastica si disintegrerebbe.

Dal punto di vista della meccanica celeste potremmo fortunatamente dire : “ …siamo lontani dalle missioni su Marte…” e che, allorché l’équipe sorvola la Terra prima di ripartire verso Marte”…siamo in presenza di uno scenario da Apollo 13…”, ma del tutto verosimile sul piano balistico.

Il rendez-vous fra il vascello spaziale e il MAV (Mars Ascent Vehicle), quando, completata la missione in superficie e l’equipaggio avrebbe usato il MAV dalla superficie marziana, entrando nell’orbita di Marte per un rendez – vous con un ERV (Earth Return Vehicle) che, nell’occasione, trasporta Mark Watney, è molto ben fatto. Forse, un poco troppo “tirato”, ma, in effetti, nella “narrative” si insiste sulla difficoltà dell’operazione

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